1. «Lo studio delle lettere et delle novelle del mondo». Il carteggio di Lodovico Castelvetro.

Delle diverse migliaia di lettere che Lodovico Castelvetro dovette scrivere nella sua in fondo non breve vita il destino ha voluto salvarne – a beneficio, diciamo così, dei posteri – poco più di una sessantina: per la precisione sessantasei, di cui solamente trentotto si conservano in autografo. Anche a voler tacere dei favoleggiati carteggi con Lutero e Calvino che sarebbero stati conservati nella famosa nicchia murata della villa familiare di Staggia, presso S. Pietro in Elda (la Verdeda), e che eccitavano le fantasie di studiosi e collezionisti in pieno Ottocento,1 va senza dubbio deplorata la dispersione di scambi epistolari densi e pungenti come quelli che il letterato modenese avrebbe avuto, per esempio, con Giovan Battista Giraldi Cinzio.2

Anche il carteggio quantitativamente più rilevante pervenutoci, quello, riemerso solo di recente, con Aurelio Bellincini, va considerato solo rappresentativo di un commercio epistolare molto più frenetico, e che probabilmente in certi periodi ebbe cadenza quasi giornaliera. Tale dispersione sembra del resto conformarsi a un’affermazione del Castelvetro stesso – naturalmente da assumersi con le debite cautele – consegnata a un passo tra i più infidi della Ragione d’alcune cose segnate nella canzone d’Annibal Caro Venite al’ombra de gran gigli d’oro: «io non istimo le mie lettere da tanto, che io ne servi appo me l’essempio nella cassa, o le raccomandi alla memoria in guisa, che dopo molti anni io possa sicuramente negare, o affermare d’haver puntalmente scritto così».3 Ciò non toglie che sia possibile, e anzi vivamente auspicabile, che il tentativo di per sé provvisorio che oggi si compie, di riordinare e verificare il già noto e recensire e mettere a disposizione degli studiosi l’inedito, possa offrire lo spunto a nuove trouvailles; tanto più che non mancano casi di materiali di cui si sono perse le tracce in tempi non troppo remoti.4

In un secolo che inventò il libro di lettere e ne derivò antologie tematiche, canonizzò la polarizzazione tra lettere di negozi e lettere familiari, elaborò sottogeneri come quello della lettera amorosa, poi puntualmente sottoposta a rovesciamento parodico, e infine fece della lettera nuncupatoria lo strumento talvolta efficacissimo di una strategia che si suole definire antidorale,5 i carteggi del Castelvetro appaiono un poco eccentrici (tanto è vero che riesce difficile classificarli secondo le tassonomie impostate nei manuali canonici da Francesco Negro a Francesco Sansovino, quando non ci si accontenti di formule generiche come quella di epistola expositiva o commune).6 Da un lato, la lettera familiare tende a declinarsi in dialogo erudito, a inglobare schede filologiche (molto significativa, per esempio, la lett. xxvii, che riutilizza un appunto sull’eufemismo poi inserito tra i frammenti del commento alla Retorica aristotelica), a sconfinare nella dimensione del pubblico fino a mutarsi in vera e propria lettera-saggio (come xxii e L); perpetuando insomma un atteggiamento proto-umanistico, che non esita a trasformare la lettera privata in strumento polemico. Dall’altro, si registra la disponibilità ad accogliere, fino al limite del pettegolezzo, gli eventi di cronaca più minuti, con qualche occasionale pennellata più larga a delineare il contesto storico italiano e talora europeo. Non è davvero un caso che per qualche anno il Castelvetro abbia probabilmente coltivato la velleità di scrivere una cronaca modenese, i cui resti, pubblicati anni fa da Giovanni Bortolucci (qualche stralcio ne aveva già fornito il De Bartholomaeis),7 sopravvivono in un codicetto dell’Archiginnasio di Bologna proveniente dalle carte di Giovanni Maria Barbieri, che Matteo Motolese ha riconosciuto, per quella sezione, autografo del Castelvetro.8 Con ogni probabilità Lodovico si provò a colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa di Tommasino de’ Bianchi (il Lancellotti, morto il 13 dicembre 1554),9 che per un paio di decenni era stato il cronista riconosciuto dei fatti cittadini; e con il quale il Castelvetro aveva collaborato, non esitando a fornirgli materiali, se è vero che le lettere xvii, xviii e xix a Filippo Valentini10 sopravvivono appunto solo nella trascrizione del Lancellotti.11 Da quelle pagine, e anche più dalle sezioni del carteggio dedicate a ragguagliare gli amici lontani sulla cronaca cittadina, emerge un quadro agghiacciante: violenze private, stupri, prepotenze, rapimenti, matrimoni d’interesse, inganni, prossenetismo e prostituzione, liti patrimoniali e pecuniarie, truffe. Ignorante e avido il clero, pronto a benedire lo stendardo del più forte; arroganti e senza pudore i membri della casata regnante e i cortigiani più influenti; ambiziosi e ridicoli gli aristocratici, prototipi ante litteram del tassoniano Conte di Culagna; rissosa e vendicativa la borghesia cittadina, divisa da continue, sanguinose faide e unita solo quando si trattasse di difendere i propri privilegi; superstizioso e sciocco il popolino, abbindolato dallo sfarzo e dalle apparenze di chi pensava di contare qualcosa. Una situazione che non poteva non spingere il cronista Andrea Todesco a commentare mestamente, benché ad altro proposito, che «la força chaga in su la rason».12 Castelvetro osserva e descrive con la fredda obiettività di chi si vorrebbe programmaticamente cronista spassionato, ma non riesce a tratti a contenere il fremito del moralista: come quando irride la magra figura del conte Boschetti, che cerca mille scuse e quasi si ammala per non pagare una (finta) cauzione straordinaria; o garbatamente rimprovera l’allievo Aurelio Bellincini, la cui vita disordinata lo aveva portato a contrarre una malattia venerea. E ciononostante non c’è mai in lui lo sdegno del riformatore: come una sorta di Zeno ante litteram – uno Zeno senza ironia –, di quel mondo è egli stesso parte integrante, ne è prodotto e attore protagonista. Ha imparato a negoziare i suoi diritti e i suoi doveri, e può permettersi di giudicarlo protetto dalle mura della sua casa-torre, dai suoi allievi-sgherri, dai suoi beni e dal suo nome.

La particolare fisionomia tematica dei carteggi superstiti è peraltro verosimilmente condizionata da un fatto: delle sessantasei lettere che qui si pubblicano solo sei o sette sono indirizzate a destinatari estranei al ducato (Busini, Varchi, fra Serafino da Fermo, l’imperatore Massimiliano). Si tratta dunque, a tutti gli effetti, di un carteggio spiccatamente “modenese”, interno. Diciotto lettere sono infatti inviate a sodali (Falloppia, Valentini, Barbieri, Calori, Bendinelli), due al fratello Giovanni Maria, quattro ai nipoti Paolo e Fabio, una a un familiare di Ercole Rangoni (Polidoro Cornazzano), tre a eminenti prelati locali (Sadoleto e Foscarari) e ben ventotto a giovani allievi (Ferrari, Bellincini, Baranzoni, e aggiungiamoci anche Bignardi). È proprio in questi ultimi carteggi, probabilmente sopravvissuti perché protetti dall’ammirazione per il maestro, che riconosciamo il Castelvetro più noto alla critica.

Un posto di rilievo tra i corrispondenti assume senza dubbio l’ambizioso Aurelio Bellincini. Figlio di Agostino Bellincini (nella Modena del tempo operavano due omonimi, Aurelio di Alberto e Aurelio di Ludovico, cugino del nostro; vedi la lett. xlv), allievo di Lazzaro Labadini, studiò legge a Bologna e Pisa e si addottorò in utroque a Ferrara il 26 aprile 1553.13 Dopo aver tentato di entrare nella familia di un cardinale di difficile identificazione, tra la fine del 1554 e l’inizio del 1555 entrò al servizio di Ersilia Cortese, e a quegli anni risalgono le poche reliquie della sua modestissima attività di rimatore.14 Di lì a poco avrebbe abbracciato la carriera ecclesiastica, diventando canonico della cattedrale di Modena (al collegio dei canonici risulta ascritto almeno a partire dal 1563). Suor Lucia Pioppi ricorda la morte del «signor prevosto Bellinzini, cioè il reverendo signor Aurelio», l’11 gennaio 1577; sarebbe stato seppellito nella chiesa del Carmine (parrocchia della famiglia) il 15 seguente.15 Le lettere a lui indirizzate da Castelvetro dimostrano che aveva un fratello di nome Sigismondo e una sorella sposata con Lancillotto Carandini (vedi la lett. liii); mentre da una raccolta di documenti relativa alla famiglia Bellincini conservata alla Biblioteca Estense Universitaria di Modena (Campori, Famiglie modenesi, cass. 127, busta 3), risulta che aveva anche un secondo fratello, Girolamo, che l’8 agosto 1577 vende una casa senza però menzionare nessuno degli altri due fratelli, evidentemente già scomparsi. Un Girolamo di Agostino Bellincini è del resto citato in Lancellotti, Cronaca, X, p. 364 ed è verosimilmente la persona di cui suor Lucia registra il decesso il 21 febbraio 1578.16 Altre notevoli informazioni aggiungono i due testamenti di Aurelio e Sigismondo conservati presso l’Archivio di Stato di Modena.17 Rogati il 24 aprile 1568 dal notaio Nicolò Villanova, alla presenza, tra gli altri, di un segretario del cardinal Morone, ci rivelano che i due avevano una seconda sorella, Claudia, monaca nel monastero di S. Giminiano, e che il terzo fratello, Girolamo, aveva due figli, Orazio e Livio.18 Todesco, Annali, p. 84, infine, denuncia «uno fioli de mesero Agustin Belencin» come uccisore di Giovanni Battista Codebò in una rissa del 31 luglio 1547; ma non menziona il nome del reo. Paradossalmente fu proprio Aurelio a denunciare all’Inquisizione Giacopo Castelvetro, nipote di Lodovico, almeno secondo un appunto rinvenuto in un indice-promemoria di inquisiti modenesi: «Jacob Castrovitreus fil. d. Nicolai et nepos d. Ludovici fugitivi oretenus delatus est R.d. Vicario ep.ali et mihi a Don Aurelio Bellincino canonico mutin. q(uod) scripserit Mutinam fr(atr)is suis hortans eos ad accedendum ad partes hereticorum ubi sit vera fides – et hoc ex dicto Marcelli Carandini qui hoc ei dixerit».19

Sconfortante, per concludere, la situazione del carteggio in entrata, probabilmente andato disperso durante gli spostamenti coatti del critico modenese nei Grigioni, a Basilea e Lione. Ho potuto individuare solo otto lettere a lui indirizzate, tre delle quali a carattere “pubblico” e stampate già durante la vita del destinatario (quelle di Bernardino Maffei, Paolo Manuzio e Henri Éstienne). Non c’è tuttavia dubbio che tra le filze degli archivi modenesi altro debba giacere irreperto. Alla notoria sagacia degli storici locali spetterà il compito di riportare in luce quanto resta di quelle corrispondenze.