Del Castelvetro è stato possibile recuperare un piccolo corpus di ventinove componimenti latini – più uno di attribuzione molto dubbia –, in massima parte epigrammi in distici elegiaci. Di essi, solo quattordici (quindici, se vogliamo considerare nel computo anche il probabile apocrifo) sono editi: cinque (sei) lo furono già nel Cinquecento (ma metà di essi con l’attribuzione a Girolamo Catena), altri sette furono pubblicati nel Settecento da Muratori e Tiraboschi, uno dal Cavazzuti all’inizio del Novecento e un altro da chi scrive qualche anno fa. Gli altri quindici vanno considerati, salvo errore, inediti, e vedono dunque la luce oggi per la prima volta. Ad essi sono state aggiunte in appendice le due epigrafi funebri dettate per Tommasino e Jacopino Lancellotti (si tratta in verità di un unico componimento).
Non si conoscono autografi, manca una qualunque tradizione collettoria complessiva, e i carmina si presentano dispersi in oltre due decine di testimoni, sei a stampa e quindici manoscritti. Tre i testimoni più autorevoli: il modenese Mo3, già di proprietà della famiglia Molza, che conserva una microsilloge di nove componimenti; il londinese L, già di proprietà di Aldo Manuzio il giovane e anzi in parte autografo dello stesso, che conserva altri nove testi castelvetrini;1 e il bolognese B4, una raccolta secentesca di testi di poeti modenesi, che contiene sei carmina del Castelvetro. Gli altri testimoni manoscritti conservano in media uno-due componimenti, in molti casi in attestazione unica.
A parte i problemi di attribuzione, in qualche caso destinati a rimanere insoluti (ma fortunatamente la gran parte dei testimoni è antica e affidabile, perché allestita da o per figure geograficamente, cronologicamente e culturalmente vicine all’autore), tale tradizione diffratta pone anzitutto lo spinoso problema dell’ordinamento. Solo alcuni componimenti, infatti, possono essere datati con precisione: l’epicedio di Bernardo de’ Rossi, se si tratta, come pare, del vescovo di Belluno e Treviso, poi governatore di Roma, Bologna e Ancona, probabilmente avvelenato a Parma il 23 giugno 1527,2 sarà di poco posteriore a quella data; il dittico per Lucrezia Beniamini, morta il 20 agosto 1552, deve essere stato composto nell’estate di quell’anno;3 i due epitafi per i Lancellotti sono databili tra il 4 e l’8 maggio 1554; i testi offerti a Buchanan e Simoni devono essere stati redatti rispettivamente nel 1566 e nel 1567.
Altri sono collocabili in precise stagioni della vita del Castelvetro: l’ode a Giovanni Grillenzoni (cui la tradizione manoscritta aggiunge i sottotitoli Pictura, De pictura o Concordia), il componimento in assoluto più fortunato del filologo modenese, può essere assegnata ai primi anni Trenta, come pure i due epigrammi Iusculum e Lac-mel, già editi dal Muratori. Il Cavazzuti li datò 1531, mettendoli in relazione con una testimonianza dello stesso Castelvetro nel profilo biografico di Giovanni Grillenzoni: «Et in ciascuna cena era proposto alcun esercizio ingegnoso, come che ciascuno dovesse comporre Epigramma Greco, o Latino, o Sonetto, o Madrigale sopra alcuna, o alcune vivande recate in tavola, o che niuno potesse domandar da bere se non in quella lingua che il signor della cena prima domandava».4
Altri ancora sarebbero facilmente databili, se solo riuscissimo a recuperare l’occasione per la quale furono scritti: è il caso della serie in morte di Paolo Bellincini (almeno post 1550, se è lo stesso individuo citato nella lett. xxiv, e forse ante 1553, se lo si può identificare con il padre scomparso della suor Costanza ammessa al convento di S. Lorenzo l’8 giugno di quell’anno, ciò che sembra però molto difficile)5 e degli altri epicedi in onore del piccolo Fulvio o della giovane Bianca.6 Personaggi oscuri, ignoti alla cronaca, che Castelvetro volentieri eleva a emblemi di un’umanità sventurata e dolente. Dovendo comunque optare per una qualche seriazione, in mezzo alle Scilla e Cariddi dell’ordinamento cronologico e della sequenza “tradizionale”, ho tentato di trovare un difficile punto di equilibrio rispettando la coesione dei microcicli sicuramente individuabili, e ordinandoli al loro interno secondo le indicazioni della tradizione manoscritta. Ho poi disposto tali microcicli in base alla cronologia sicuramente accertabile, e ho integrato nella sequenza complessiva i componimenti extravagantes tenendo conto della successione interna ai testimoni. Ne è uscito un ordinamento certamente provvisorio e forse opinabile, ma che almeno obbedisce a una qualche logica (quella, appunto, che si è appena delineata).
Troviamo dunque in apertura l’epicedio per il Rossi (1527 circa, come si è detto), seguito da tre testi scritti sicuramente nei primissimi anni Trenta nel contesto della cosiddetta Accademia dei Grillenzoni (Iusculum, quod Gelatina dicitur, Lac-mel e appunto l’ode Pictura); quando cioè il gruppo modenese di Castelvetro e Valentini si riuniva nell’ospitale casa di Giovanni Grillenzoni e vi perpetuava la tradizione della cena umanistica, che alla buona tavola e alla conversazione associava passatempi eruditi. Se il primo esercizio sembra ripetere movenze della poesia didascalica latina sulle orme di Moretum e affini, il secondo potrebbe colorarsi di ammiccamenti osceni che lo avvicinerebbero alla produzione dei “burleschi” romani. Il tema del “caglio”, della mescolanza – generativa – di sale e latte, del resto, verrà ampiamente sfruttato qualche anno dopo da Giulio Landi nella sua Formaggiata.7 Vale anche la pena di ricordare la testimonianza del biografo cinquecentesco, secondo il quale Castelvetro in quegli stessi anni avrebbe steso un commento ai Priapeia dell’Appendix virgiliana, poi dato alle fiamme per un rigurgito di moralismo («scrisse un Comento sopra l’Epigramma di Virgilio intitolato Priapeia, il quale indirizzò a Giovanni Grillenzoni medico modonese»).8
Quanto all’ode a Giovanni Grillenzoni, essa viene così descritta dal Muratori, che la ripubblicò nella Vita del Castelvetro ricalcandone la princeps (i Carmina praestantium del 1565): «descrizione delle pitture, ch’egli volea fatte nella sala di quel Giovanni Grilenzone […] acciocché si rappresentasse con esse il pregio della Concordia et Unione coll’esempio di Sertorio e d’altri antichi».9 Lo stesso Castelvetro, nel profilo biografico del Grillenzoni, volle serbare memoria dell’«ordine» e della «concordia» che regnava in quella casa, «cosa non mai più vista e miracolosa»;10 un’armonia destinata a sparire subito dopo la morte del capofamiglia, il 22 luglio 1551 (ovvio terminus ante quem per il componimento). In base all’ipotesi di Muratori e all’accenno finale all’emottisi (vv. 55-56), il Cavazzuti suppone che il componimento sia «poco posteriore al ’31»;11 ed è ipotesi plausibile.
Questa ode, una delle poche cose giunte alla stampa vivente l’autore, probabilmente a sua insaputa, ebbe una buona diffusione anche in forma manoscritta, se la troviamo in miscellanee di poesia neolatina allestite o appartenute a figure come Lodovico Domenichi (ante 1560), Lodovico Beccadelli (una delle due copie comprese tra le sue carte è datata gennaio 1561) e Flavio Antonio Giraldi († 1581).12
In essa, in effetti, il Castelvetro propone al Grillenzoni, patriarca di una numerosa e irrequieta famiglia che annoverava l’aromatario Antonio, il mercante Alessandro, un Andrea canonico della cattedrale di Modena, il legista Bartolomeo (podestà a Ravenna, Parma, Mantova e Lucca e auditore della Rota a Genova e a Firenze) e i meno noti Daniele e Cesare,13 un ciclo di pitture simboleggianti la forza e l’efficacia dell’armonia familiare, in cui ovviamente si rispecchia la solidarietà di gruppo interna all’Accademia.14 I due esempi citati sono Sertorio e Siluro (Sciluro, Σκιλοῦρος). Il primo viene raffigurato tra i confini ideali della sua attività di condottiero e governatore spagnolo: il Betis (l’odierno Guadalquivir), il Tago, l’oceano e i Pirenei. In piedi su di una collinetta, con ai piedi la celebre cerva bianca, arringa il suo eterogeneo e turbolento esercito con l’aiuto di una “prova” eloquente: un baldo e gagliardo giovane non riesce a strappare la coda rada e macilenta di un vecchio ronzino, mentre un vecchio infermo priva rapidamente della sua splendida appendice un vigoroso destriero strappandone i crini a uno a uno. Morale della favola: «adeo validae veniunt ad proelia vires / parvae, quas stabili iungit concordia vinclo» (vv. 36-37). Fonte dell’apologo è naturalmente la Vita di Sertorio di Plutarco, dalla quale Castelvetro attinge i tratti principali della sua figurazione: il particolare del Betis, che deriva forse dall’approdo alla foce del fiume dopo la fuga in Africa (8. 1), la storia della cerbiatta, che Plutarco presenta come un’abile mistificazione (11. 3-8 e 20. 1-5), il teatrino dei due cavalli (16. 5-11). Quest’ultimo episodio, in particolare, risulta raffigurato in un’interessante xilografia inserita in testa ad un’edizione delle Vite volgarizzate da Battista Alessandro Iaconelli da Rieti e pubblicate a Venezia da Giorgio Rusconi, Nicolò Zoppino e Vincenzo suo fratello nel 1518.15 Castelvetro si ricorderà dell’episodio commentando Una candida cerva sopra l’herba (Rvf 190): «La cerva di Sertorio era candida, et di grandissima bellezza. Gell. Lib. 16 cap. 22. [recte 15, 22] Plin. Lib. 8 cap. 32 [recte 8, 117] Fiunt aliquando et candido colore, qualem fuisse traditur Quinti Sertorij cervam».16
Anche la storia di Siluro (la cinquecentesca Vita di Lodovico Castelvetro edita dal Tiraboschi trasforma il nome in un insensato «Silvio», certo per un errore di lettura),17 che in punto di morte avrebbe convocato gli ottanta figli e di fronte a loro avrebbe spezzato ad uno ad uno il fascio di frecce che nessuno di loro, sebbene giovane e nel pieno delle forze, avrebbe saputo rompere tutto insieme, deriva dai Moralia di Plutarco, in particolare dal De garrulitate, forse attraverso la traduzione di Erasmo.18 Il De garrulitate, insieme al Septem Sapientium Convivium e al De laude ipsius, fu in seguito tradotto da Lodovico Domenichi e pubblicato a Lucca nel 1560 per i torchi di Vincenzo Busdraghi (ma il poligrafo piacentino si limitò a volgarizzare alla lettera la traduzione latina di Thomas Kirchmayer, noto con lo pseudonimo di Naogeorgus).19 Anche di questo aneddoto, che avrebbe avuto una singolare fortuna come τόπος omiletico in età controriformistica, Castelvetro serbò memoria nel suo commento ai Rerum vulgarium fragmenta («E sente quella historia di Siluro, che tutte le saette legate insieme non potè spezzare, et il padre vecchio seperate le spezzò. Et parimente l’historia di Sertorio», Rime del Petrarca, p. I, p. 130, commento a Se voi poteste per turbati segni, Rvf 64, 6 – ho ammodernato il “punto-e-minuscola” dell’edizione cinquecentesca).
Sotto i numeri xvii-xix raggruppo tre traduzioni-imitazioni dall’Anthologia Palatina. Si tratta di altrettante variazioni sul tema di Venere armata, dunque sulla disputa tra Afrodite e Pallade, che è quanto dire tra amore e armi, cui funge da archetipo la sequenza di epigrammi 159-177 (ma soprattutto 171 e 173-177) del libro xvi dell’Anthologia Palatina (la cosiddetta Appendix Planudea).20 Tra i modelli più recenti, ricordo almeno due testi tradizionalmente ascritti ad Ausonio, De Pallade volente certare armis cum Venere e In Venerem armatam (solo il primo è oggi considerato autentico);21 e una serie di traduzioni-rifacimento di età umanistica, su cui spiccano le elaborazioni di Poliziano (l’epigramma greco Εἰς ᾽Αϕροδίτην ὠπλισμένην),22 Ariosto (In Venerem armatam Lacedaemone),23 Sannazaro (De Venere et Pallade)24 e Navagero (De imagine sui armata).25 Il tema godrà di grande fortuna anche nel seguito; cito solo, per curiosità, gli epigrammi del cremonese Giulio Crotti In Venerem armatam26 e quello di Stefano Pascasio Induerat galeam sopiti Cypria Martis.27 Come suggerisce Edgar Wind, che fornisce ulteriori, interessanti spunti sulla questione, Quintiliano ricorda che tra i temi più ricorrenti assegnati agli studenti dai maestri della sua generazione figurava Cur armata apud Lacedaemonios Venus? (Quint. inst. 2, 4, 26).28
In chiusura, ovviamente, troviamo i testi più tardi del letterato modenese, i due epigrammi a stampa per Buchanan (1506-1582) e Simoni (1532-1602), che risalgono evidentemente al periodo ginevrino-lionese, e che si inquadrano in quel timido tentativo di integrazione del filologo modenese in una comunità intellettuale di respiro europeo al quale si può ascrivere anche l’omaggio di Henri Éstienne (lett. 8).29 In particolare, Castelvetro dovette conoscere Simoni a Ginevra nel biennio 1566-1567, comunque non oltre l’agosto del 1567, data in cui l’inquieto filosofo, insoddisfatto dal clima culturale della città, decise di abbandonare la roccaforte calvinista.30 È inoltre sintomatico che l’epigramma in onore del Buchanan figuri appunto solo nella princeps curata da Henri Éstienne (Buchanan, Psalmorum Davidis paraphrasis poetica, 1565-1566), mentre non compaia nelle tre edizioni successive del 1566 di Christophe Plantin (Antwerp), Josias Rihel (Strasbourg) e degli stessi Henri e Robert Éstienne.31
Un discorso a parte meritano i componimenti xii, xxv e xxvii*. Editi nel 1577 tra i Latina Monumenta di Girolamo Catena, essi sono compresi (con varianti) nell’autorevole codice B4 dell’Universitaria di Bologna. Il primo (xii) fu riproposto nel 1727 da Muratori (da fonte non esplicitata) ed è certamente del Castelvetro, anche solo per elementi interni: il Mario Tassoni cui il componimento viene indirizzato è il giovane allievo del Sigonio che si addottorò in medicina a Ferrara con Antonio Musa Brasavola il 14 dicembre 1552 (terminus ante quem per il nostro componimento), e che viene citato nelle lett. xxxi e xxxvii. Il fatto che nei Latina Monumenta il suo nome venga mutato in Marium Alterium è un chiaro depistaggio. Dei Carmina del Catena possediamo inoltre un manoscritto idiografo (e in parte verosimilmente autografo), il Vaticano Latino 9678 (= V2). Mancano in esso tanto xii che xxv (quest’ultimo è probabilmente indirizzato al medico ed umanista salentino Alberico Longo;32 se l’ipotesi è valida, andrà datato tra settembre 1554 e luglio 1555); mentre vi troviamo l’epigramma xxvii*, con varianti redazionali non trascurabili. Il contenuto del testo, che chiama in causa il cardinal Clemente Dolera (1501-1568),33 al cui servizio il Catena si trovò fino al 1568, induce ad assegnare la paternità del componimento al meno illustre scrittore. Meno facile è però spiegarne l’inclusione in B4 con l’attribuzione a Castelvetro, dato che quel ms. non sembra dipendere dalla stampa e in esso i tre componimenti (disseminati nei Latina Monumenta) costituiscono un’unica sequenza. Per questa ragione preferisco non espungere il testo dalla raccoltina che qui si pubblica, ma annetterlo con il corredo di un asterisco che vorrebbe marcarne appunto lo statuto di “dubbio”. D’altra parte, già il Tiraboschi aveva constatato come tra i Latina Monumenta del Catena figurassero epigrammi che il cosiddetto «codice Vicini» (che strutturalmente doveva essere molto simile a B4) assegnava a Barbieri, Valentini e altri poeti modenesi; sicché l’ipotesi più economica resta pur sempre quella dell’appropriazione indebita, e del disinvolto riutilizzo, di materiali altrui da parte del Catena.34
In breve, si può dire che nell’attività di Castelvetro come versificatore latino, attività alquanto eccentrica rispetto ai nuclei tematici consueti della lirica neolatina, prevale largamente la vena elegiaca e funebre, di norma occasionale, sollecitata da morti oscure, ingiuste, premature o addirittura di insensata casualità. Non mancano (e come potrebbero?) atteggiamenti ironici o perfino sarcastici, né più convenzionali prodotti elogiativi (ma pochissimi e certo scritti su commissione). Interessante è l’avvicinamento alla problematica dell’ἔκϕρασις e della poesia didascalica; quasi inevitabili le prove di traduzione-imitazione dall’Anthologia Palatina.
La fortuna dei carmina castelvetrini fu molto scarsa, e si riassume in pochi episodi. Il più antico accenno che io conosca, tralasciando un iperbolico giudizio di Carlo Sigonio contenuto in un testo probabilmente degli anni Quaranta,35 figura nella seconda redazione dei Dialogi duo di Lilio Gregorio Giraldi (1479-1552), edita postuma nel 1580, verosimilmente con pesanti interventi da parte di Giovan Battista Giraldi Cinzio. In essa il Giraldi menziona «nonnulla […] monumenta nuper mihi adlata […] et Latina et vernacula lingua composita, quae sane mihi persuaserunt eum iudicio esse quam acerrimo et eruditione non vulgari».36
Qualche anno più tardi, Torquato Tasso, che già in precedenza aveva cercato versi del Castelvetro per il bibliomane Gian Vincenzo Pinelli,37 ricordava ad Antonio Costantini di avere tra le proprie carte un epigramma del Castelvetro che avrebbe voluto inserire in esergo all’edizione del Floridante del padre Bernardo che il Costantini allestiva per Alessandro Benacci; ma la sua proposta non ebbe seguito.38
Nel profilo biografico del Castelvetro che va sotto il nome del nipote omonimo – ma, come ormai dovrebbe essere chiaro, è cronologicamente impossibile assegnargli quello scritto, che assembla schede autobiografiche e testimonianze forse riconducibili al fratello Giovanni Maria –39 si registra infine un impegnativo elogio dei suoi «epigramme Greche e Latine», in particolare del genere «Eroico, nella qual sorte di verso ne riportò molta gloria» (il biografo si riferisce sostanzialmente all’ode al Grillenzoni).40
A queste poche notizie andranno aggiunte le autodichiarazioni, incontrollabili, della Correzione: la stima di Giovanni Guidiccioni († 1541), che avrebbe copiato di suo pugno alcuni suoi epigrammi, le lodi di Marco Antonio Flaminio († 1550), che non solo lo avrebbe celebrato come poeta ma lo avrebbe addirittura preferito a Basilio Zanchi e Girolamo Fracastoro, e l’apprezzamento del Bembo, che «pochi anni prima che morisse, havendo letti alcuni miei versi, li quali gli furono porti da leggere senza nome d’autore, disse, anzi maravigliando che no, che erano corsi ben venti anni, che non haveva letti versi latini migliori di quelli di persona moderna».41
Un rilancio in grande stile fu tentato nel Settecento dal Muratori, che, ormeggiando come al solito da vicino il biografo cinquecentesco, si produsse in questo giudizio ipercelebrativo, accompagnandolo con l’edizione di otto componimenti, sei dei quali allora inediti:
Senza paragone però fu il Castelvetro versatissimo nella Lingua Latina, e nella Greca. Quanto alla prima, sì in prosa che in versi egli scriveva, e componeva con purità ed eleganza non ordinaria, imitando per quanto poeta la dicitura di Cesare, e di Cicerone, credendo egli nondimeno superiore in purità esso Cesare a Tullio; e amando di molto la dovizia d’Ovidio, ma più il sodo e grande di Virgilio, benché quest’ultimo fosse da lui tenuto nell’invenzione e in altre doti inferiore ad Omero. Ed appunto nella Poesia Latina era il suo forte, e per questo l’ebbero sommamente in pregio, e il commandarono Giovanni Guidiccioni, Marco Antonio Flaminio, il vecchio Giraldi, il Pigna, ed altri; e il Cardinal Bembo, pochi anni prima che morisse, essendogli recati inanzi alcuni versi d’esso Castelvetro senza nome dell’Autore, disse anzi maravigliando che no, essere ben corsi venti anni, che non avea veduto versi Latini moderni migliori di quelli. Di questi suoi Latini Componimenti alcuni videro la luce, ma i più si sono smarriti; laonde io acciocché i Lettori n’abbiano qui un saggio, rapporterò la descrizione delle pitture, ch’egli volea fatte nella sala di quel Giovanni Grilenzone, di cui facemmo menzione sul principio di queste memorie, acciocché si rappresentasse con esse il pregio della Concordia et Unione coll’esempio di Sertorio e d’altri antichi.42
La polemica scatenata dal Fontanini sulle pagine della Vita muratoriana contribuì ad attirare l’attenzione degli eruditi su quei testi;43 diversamente stupirebbe la citazione (e traduzione) del no iii da parte di Gian Pietro Bergantini in una sua sorta di antologia tematica apparsa nel 1762.44 Tuttavia di lì in avanti la fortuna di quel settore della produzione castelvetrina si ripiegò a una dimensione esclusivamente locale: Tiraboschi, Sandonnini, Cavazzuti. Solo negli ultimissimi anni si è riscontrato un ritorno di interesse per il Castelvetro poeta latino, sebbene in misura molto circoscritta e più per completare il dossier bio-bibliografico che per tentarne un improbabile recupero in una prospettiva storico-letteraria.45