Resta da dire qualcosa del frammento di Cronaca che si ripubblica in chiusura di volume, forse quanto resta di un più ampio complesso di appunti. Pagine modeste, ma che ci confermano un’attenzione talora maniacale per la cronaca minuta, il pettegolezzo, i retroscena. Pienamente immerso in una città dalla ricca tradizione memorialistica e cronachista,1 esponente di una famiglia di commercianti e banchieri attenta per vocazione sociale a registrare introiti, uscite, fallimenti, matrimoni, battesimi e decessi, Castelvetro rivela un interesse minuzioso per gli eventi cittadini già nelle lettere, come si è visto. A corroborare questa attitudine, andranno affiancati ad esse il prezioso Libro delle entrate e delle spese scoperto e pubblicato da Andrea Barbieri2 e gli umorali profili di concittadini già editi dal Cavazzuti (alcuni estratti già nel secolo precedente) e ora riproposti da Guido Mongini.3 È chiaro che nel nostro caso – e in parte anche nel Racconto delle vite d’alcuni letterati del suo tempo – la disposizione al referto oggettivo viene continuamente contraddetta non solo e non tanto dalla costante tendenza al commento moralistico (esemplari le osservazioni sul conto di Pietro Aretino, Luigi Alamanni o Terzo Terzi), quanto da una incontrollabile predisposizione a trasformare la cronaca in romanzo. Vere affabulazioni, tra divertito e risentito, sono per esempio le narrazioni sul Parto supposito di una giovane Vinitiana (§ 14) o sulla sfortunata avventura galante di Fulvio Rangoni (§ 24). Tra la registrazione – più, ovviamente, a futura infamia che memoria – di un noto ubriacone e di una rissa cittadina per futili motivi, gli eventi scorrono agili sotto l’occhio, tutt’altro che boccacciano, del narratore, restituendoci ancora una volta l’impressione di una città turbolenta e spietata, teatro di quotidiane angherie.