I

Lodovico Castelvetro a Paolo Sadoleto,

Modena, 15 gennaio 15301

[1] Di M. Lodovico Castelvetro a M. Paolo Manuzio [recte Sadoleto]2

[2] Io ho tentato più volte, onorato messer Paolo, di trarre dalla penna mia alquante parole da potervi grazie rendere di così gran presente com’è stata la lettera vostra, che tutta piena di sottili insegnamenti, e abbondante di fedeli consigli, e di laudevoli conforti copiosa, m’avete mandata liberamente e amorevolmente. [3] La quale da ogni lato mi scuopre tante accese faville dell’amor vostro verso me, quanto né meritare cosa, che in me o fuor di me sia, apertissimamente veggo, né desiderare mi permette il rossore che a costumato e modesto uomo è richiesto. [4] Ma, o che ogni mia vertù è così occupata dalla grandezza del beneficio da voi fattomi che non può intendere ad altro, o che le parole mie, quasi vergognose d’apparire innanzi a così giudiciosi occhi come i vostri sono, per potere che io abbia, non posso dalle oscure parti della mia penna sospignere in chiara luce, non ho ancora avuto tanto di forza di formarle sì bene che io credessi, non dirò pienamente, ma pure in parte, di potervi ringraziare. [5] Per la qual cosa, infino a tanto che forse un giorno, rassicurato dalla grande umanità vostra, non riguardando così intentamente all’altezza del vostro dono, potrei parte pagare del mio dovere, acquisti appo voi luogo di rendute grazie l’essermia deliberato per lo innanzi, siccome voi medesimo divisate, posposto lo studio della lingua volgare e ogn’altra cosa la quale avesse forza di trarre o in tutto o in parte l’animo a sé e dalla lezione delle cose latine rimuoverlo in alcuna maniera, di volere intorno ad alcun autore latino continuatamente essere impedito. [6] Egli è vero, se io non vi vo’ dare a divedere una cosa per un’altra, che a questo non m’ha indotto tanto il credermi nel volgare né molto, né poco avere infino qui avanzato, né lo sperarmi di dovere appararvi giammai nel latino tanto che io in quello possa i miei pensieri senza difficultà spiegare, né parimente alcuna delle molte e forti ragioni vostre, che nel vero di gran lunga più possenti e più vere mi paion quelle di Messer Filippo Valentini,3 con le quali alle vostre s’oppone, quanto m’ha quasi a viva forza tratto la reverenda autorità vostra e di quelle persone l’opinioni de’ quali, avenga Dio che il nome mi nascondiate, io ho sempre stimato dover mettere avanti a qualunque ragione che in me mostra più di verità avere. [7] E oltre a ciò un mio ardentissimo desiderio, nel quale tutto mi consumo di essere di tanto sentimento nelle cose latine, se possibile è che, gli occhi della mente dalle tenebre dell’ignoranza occupati svelandomi, possa chiaramente vedere e giudiciosamente considerare la leggiadria e la dignità della bella e nobile latina favella, da alquanti uomini valentissimi, e massimamente da voi, in questo nostro secolo ritornata in luce, e quel piacere e diletto trarne che l’acume del mio debile ingegno comporta, parendomi, se io non metto tutte le forze mie per cogliere e assaggiare i suavissimi frutti del miracoloso vostro senno, di farvi con non picciola mia perdita direttamente ingiuria, là dove all’incontro io cerco in ogni guisa di farvi piacere e rendervi onore il più che per me si possa. Addio.

[8] In Modena, il dì XV di gennaio dell’anno MDXXX.