[1] ›Al medesimo.‹
[2] M. Giulio Camillo, il cui nome, quanto a mia notizia pervenne già dodici anni passati, era Bernardino, il padre pievano sustituito di villa, la patria una villa di Friuli, ora scrive a M. Francesco Greco2 ch’egli è estratto di nobilissima famiglia e ricchissima ne’ confini di Croazia. [3] Ma perché vide che se la ricchezza si divideva in molte parti, percioché molti fratelli e sorelle aveva, avegnaché grande fosse, pur picciola particella gli toccherebbe, sprezzatala se ne venne in Italia, dove a guisa di lavoratore che sotto un arbore o sasso si stia in aspettando che la pioggia passi se n’è vivuto com’egli sa,3 andando ancora alcuna volta in Francia. [4] Ora la pioggia è cessata, percioché è fatto certo che tutti i suoi fratelli e sorelle sono morti, né altro de’ suoi vive che una vecchia, la quale manda a cercare di lui, che vada a godere l’amplissimo patrimonio a lui per eredità scaduto. [5] Ma come v’andrò (scrive egli) non avendo dispendio convenevole per lo viaggio? Lo prega dunque che lo voglia sovenire di tanti denari che possa andare quivi con due servidori, e se tanti denari non ha, che vi anderà con uno, e se ancora tanti non ha, che anderà con niuno, ma solo, e se ancora tanti non ne avesse, che v’anderà a piede, non potendo a cavallo. [6] Il Greco, il quale giace in letto tanto tempo più tosto certo della morte altrui d’andare in Croazia. [7] Ora, quel ch’io dissi che il Greco giaceva per sua cagione in letto è che il Greco gli credeva più che non si conviene ad uomo credere, ha bevuto un certo oro potabile, il qualea d’avere ritrovato M. G‹iulio› mandò novella in Francia sicome vi scrissi, il qual beveraggio non solamente non l’ha a guisa di Pelia4 ringiovenito, sì come si credeva, ma l’ha condotto dove si trova. ›ec.‹
7 il quale] il qual è
Il cretese Francesco Porto (1511-1581). Nel 1536 si trasferì a Modena, dove fu regolarmente stipendiato dalla Comunità come pubblico lettore di greco (la nomina è del 19 gennaio 1536: Vicini, Le “ letture pubbliche” in Modena, p. 96). Membro influente della cosiddetta accademia modenese (è ben noto il suo atteggiamento ambiguo e reticente tenuto al momento di sottoscrivere il formulario di fede del 1542), passò nel 1546 a Ferrara, dove fu lettore di greco allo Studio e precettore delle figlie di Renata di Francia. Denunciato dal Manelfi alla fine del 1551 (Ginzburg, I costituti di Don Pietro Manelfi, p. 56), fu allontanato da Ferrara nel 1554, insieme alla Duchessa. Si rifugiò a Venezia (dove nel 1558 subì un processo conclusosi con una pubblica abiura), poi riparò in Svizzera. Si stabilì, infine, a Ginevra, dove dal 1561 fu professore di greco, e dove morì, vent’anni più tardi (Firpo-Marcatto, Processo Morone, I, pp. 276-278, Chiellini, Contributo per la storia degli insegnamenti umanistici, p. 240, Belligni, Francesco Porto).
Forse da emendare in «fa», anche per la facilissima confusione tra f ed s lunga; la lezione a testo è comunque ammissibile (‘ha vissuto come sa vivere’, cioè ‘alla giornata’).
Allusione al crudele figlio di Tiro e Poseidone, straziato dalle figlie ingannate da Medea, che aveva promesso di ringiovanirlo (Ov. met. 7, 297-349).