[1] ›Al Valentino 1537.‹
[2] Il Bembo dice di mandare al Papa quelle pistole perché il Latinoa crede che gli piaceranno2. Il creder del Latino è debil cagione del presente. Et è cosa convenevole, dice egli, le lettere scritte a nome di Papa mandarle a Papa, e ad un più scienziato,3 quasi che ragionevole cosa sia il mandare un libro a persone più valenti del mandante; acciocché ci sia detto sus Minervam,4 o cosa simile. [3] Dice, poi, che si potrà corre l’istoria:5 il che io niego così. Sono cinque pistole al Duca di Ferrara che lasci Francesco e Pasotto Fantuccio, perché si disconviene ad incarcerar persona.6 Che istoria è questa? Perché non dice la cagione della presura? Perché non li scusa, e non concede il fallo, e usa le preghiere? Dove si vede che non solamente non si coglie istoria, ma quelle pistole sono vane; che se non conviene ad imprigionare persona, dunque né ladri, né micidiali non converrà. [4] Sonvi da quasi 50 pistole di pace a’ popoli e a’ signori mandate, né istoria alcuna si vede, perché né cagione di guerra, né numero d’essercito, né consiglio, né luogo, né cosa alcuna appartenente all’istoria so vedere. Brievemente, in qualunque più breve pistola di Pompeo stampata con quelle di Cicerone7 vi si contiene più istoria che non fa in XVI libri del Bembo. [5] Dice ultimamente che gli uomini appareranno a dir latinamente le cose che infino a qui o barbaro8 o male sono state dette, né ha riguardo al Sadoletto,9 che suo compagno è stato all’ufficio, e a tanti altri grandi uomini, né vede ch’a lui non istà troppo bene il lodarsi senza alcuna consolazione.10 [6] Ma diranno alcuni, e forse fuor d’Italia, i quali egli reputa per ignoranti, che gli mostri che latinamente parlando si debba chiamare la Vergine Dea, o il Papa giurando debba dire in latino Medius fidius, Mehercules, Testor deos homines, Per deos immortales e simili ciancie, ch’io mi chiami Municeps e la città nostra Municipium del Duca di Ferrara, che scommunicare si dica Interdicere aqua et igni, e tante altre cose, che lunga sarà la commedia, se que’ fuor d’Italia la vorranno recitare.11
2 il Latino] in latino
Correggo in latino della stampa, che banalizza totalmente l’accenno a Latino Giovenale (Feci, Manetti), introdotto dal Bembo nella prefatoria a Paolo III come promotore della pubblicazione (Bembo, Epistolae, c. A3r).
«Eas autem ad te Paule potissimum litteras mitto: qui et Pontifex maximus es, ut Leo Decimus fuit; et in optimarum artium disciplinis multo, quam ille, habitus doctior» (Bembo, Epistolae, c. A3r-v).
Cic. fam. 9, 18, 3 («sus Minervam docet»).
«[…] rerum ab illo [Pontifice] gestarum memoriam continebunt: ut eius ipsius regni tanquam historiam videri possis, si eas edideris, confecisse» (Bembo, Epistolae, c. A3r).
Le lettere al duca Alfonso sono in realtà undici, ma qui il Castelvetro si riferisce solo a quelle nelle quali si tratta il rilascio dei due Fantuzzi. Il giudizio, in verità assai riduttivo, allude probabilmente all’incipit della quinta (VI i): «Quanquam iniquum sane fuerit ab huius Reip. Vicario eos homines, qui in eiusdem Reip. Imperio essent, capi, captosque in custodia diu haberi […]» (Bembo, Epistolae, c. i6r).
Si allude probabilmente alle lettere di Gneo Pompeo (brevissime) contenute nell’viii
libro delle Epistulae ad Atticum ciceroniane.
Con valore avverbiale (lat. Barbare).
Il cardinal Jacopo Sadoleto (qualche nota biografica in Perosa-Sparrow, Renaissance Latin Verse, p. 184 e Contemporaries of Erasmus, III, pp. 183-187, voce di Richard M. Douglas, con bibliografia).
Nell’accezione “grammaticale” tanto cara a Castelvetro di ‘attenuazione, specificazione’, peraltro ignota al Gdli III, pp. 609-610.
Questo sfogo, che andrà accostato a un noto passo della Poetica, laddove Castelvetro contesta duramente il sincretismo degli umanisti romani («Percioché il cristiano, il quale vuole essere tenuto cristiano, sì come doveva volere in quel sonetto il Petrarca e per la materia di che scrive e per la persona a cui scrive, non può senza scandalo descrivere la morte con Caronte e ’l suo passare, che secondo la credenza pagana erano cose seguaci alla morte; sì come ancora non può il cristiano, che vuole essere tenuto cristiano, senza scandalo prendere le forme de’ giuramenti antiche e pagane, o delle chiamate del divino soccorso, quando gli si presenta cagione da giurare o da chiamare Dio in aiuto, quali sono Hercle, Mehercules, Medius fidius, Per deos immortales, Si diis placet, e simili», Poetica d’Aristotele, II, p. 264; si veda anche Raimondi, Rinascimento inquieto, pp. 100-102 e 136 n. 45), muove probabilmente da questo passo della dedicatoria: «Hae quoniam epistolae multas ad exteras persaepe nationes perferuntur: esse usui nostra haec diligentia poterit non hominibus solum nostris; sed illis etiam; ad quos ea non Romane scribendi consuetudo, quod a Romanis Pontificibus proficiscitur, contagionem quandam affert tradentium maiestatem fultam et comprobatam: ut errare se sic scribentes non existiment» (Bembo, Epistolae, c. A3v). Naturalmente il contesto di questa tirata non può prescindere dal caso Longueil né, soprattutto, dal Ciceronianus di Erasmo (edito nel 1528; si veda Erasmo, Il ciceroniano, pp. 150, 260-263 e 278).