[1] Al molto mag.co M. Gio. Battista Busini
gentilhuomo fiorentino
A Ferrara
[2] M. Gio. Battista.2
[3] Vi rimando le due scuole di M. Romolo Amaseo,3 le quali insieme con la lettera vostra scritta a M. Pietro Vettorio4 mi sono state carissime, et rendetevi sicuro che io per ciò vi sia ubligato molto, et tanto più, quanto meno voi nella predetta lettera havete risparmiato di dire alcune bugie lodandomi oltre ogni verità accioché io sia compiaciuto. [4] Hora io darò principio sì come fu tra noi posto, a movere alcuni dubbi intorno al libro chiamato Decameron ma sì veramente che per voi non si dicano i miei dubbi quali essi si sieno, né per me le vostre risposte salvo se voi non me ne concedeste special licenza, accioché io possa liberamente dubitare, et voi sicuramente sciogliere. Dunque dubito:
[5] Se Decameron sia vocabolo composto di δέϰα, et di ἡμερῶν o di δέϰα et di μέρων.
[6] Se Decameron finiente in n si dee dire, o pur Decameron finiente in e sì come si trova stampato. 27. b. 15
[7] Chi sia Prencipe Galeotto, onde è cognominato il libro. Non dubito al presente più avanti. State sano.
[8] In Modona, il primo dì dell’anno di Christo MDXXXVIII.
Vostro Lodovico Castelvetro
Giovan Battista Busini, sul quale Pincin, Busini e Lo Re, Politica e cultura, pp. 43-88. Una lettera del Varchi a lui indirizzata, che testimonia la lunga intimità da lui conservata con il Castelvetro, è stata riesumata in Bramanti, Varchi tra Caro e Castelvetro (la si legge ora anche in Varchi, Lettere 1535-1565, pp. 170-173).
Celebre umanista, che proprio in quell’anno sarebbe passato dalla cattedra di retorica e poesia a quella di umanità nell’ateneo bolognese (Avesani, Amaseo, Anselmi-Avellini-Raimondi, Il Rinascimento padano, pp. 559-561). Le due «scuole» (scholae) sono certamente le due orazioni in difesa della lingua latina pronunciate il novembre 1529 (Amaseo, Orationes, pp. 101-146).
Pier Vettori (1499-1585). La lettera a Pier Vettori è quella da Ferrara, 15 dicembre 1537, rintracciata da Salvatore Lo Re tra la corrispondenza del Vettori alla British Library e edita in Lo Re, Politica e cultura, p. 407. In essa il Busini, oltre a lodare il Castelvetro, evidentemente ancora ignoto al destinatario, come gentiluomo «literatissimo e costumato molto», chiede al Vettori due «canzonette», Questo mio nicchio, s’io nol picchio (ballata citata da Dioneo in Dec. 5 Concl. 13, ripetutamente edita e studiata) e L’acqua corre alla borrana (anche in questo caso si tratta di una nota canzone a ballo menzionata in Dec. 7, 2, 9). La prima di esse risultava copiata in fondo al Decameron giuntino del 1527 registrato nella lista ambrosiana di libri del Castelvetro studiata da Frasso, Per Lodovico Castelvetro, pp. 472-473, che oggi si tende a ritenere autografa di Giacopo Castelvetro (Roncaccia, Un frammento critico, p. 708 n. 4, Petteruti Pellegrino, La negligenza dei poeti, p. 46 n. 27). Questo primo contatto di Castelvetro con Vettori è ulteriormente illustrato dalle due lettere di Alessandro Melani a lui indirizzate da Roma, 20 gennaio e 16 febbraio 1538 (Lo Re, Politica e cultura, pp. 408-410), nelle quali spunta anche il nome di Giovanni Falloppia.
Il rinvio alfanumerico, da leggersi “c. 27v riga 1”, ha consentito di individuare nella famosa giuntina del 1527 l’edizione comunemente impiegata da Castelvetro (Frasso, Per Lodovico Castelvetro, pp. 472-473, Motolese, Per lo scaffale di Castelvetro, pp. 109-110).