[1] A Don Seraphino2 da Fermo canonico regolare della Trinità
[2] Mi pervenne già sono alcuni mesi questa vostra epistola nelle mani:
Ill.mo D.no D. clar.mo et colendiss. Mutinae.
Quod diu scribere distulerim, non oblivio, sed negotia sunt in causa, plurimis enim distineor, ut videar quandoque atlas coelum sustinere. Miraris forte, quod vilis homuncio haec de se predicet, sed si animo diis dedito quid incumbat pensitaveris, agnosces nil ocii superesse, nisi ut sui ipsius iugiter recordetur, quo fit ut amicorum nunquam exui possit memoria, quos in animi penetralibus comportat. Vale igitur, et me tam tui, quam mei ipsius memorem agnosce.
Ex Mediolano Idibus septembris 1537, D.V. Ill. Serap. de Firmo.
[3] la quale mi presta argomento di dimostrarvi che siete uno ignorante, sì come v’ho mandato dicendo per lo sere vostro chiamato hora Don Giovanni Bastardo, hora Don Giovanni Rozzo,3 et alcuna volta M. Lucha Gaurico,4 percioché il nome suo stato non ha se non quanto la luna, della quale compone volentieri. [4] Il che io farò nella lingua vulgare, comprendendo chiaramente alla maniera dello scriver vostro da frate ignorante che non m’intendereste se greco o latino vi scrivessi. Di che se punto dubitaste, mostrate solamente il soprascritto et il sottoscritto della pistola vostra a persone di ciò intendenti, et più per aventura che non voreste sarete certificato dell’ignoranza vostra. [5] Egli è il vero che questa parola D.no, iterata non richiedendolo il luogo, se due altri errori nol vietassero,5 si potrebbe sostenere havendo riguardo alla persona vostra, ché vi fate chiamare canonico regolare, et da queste de Firmo forse havrebbe potuto altri imaginare che voi scritto haveste questa pistola da Firmo, et così coprire la vostra manifesta ignoranza, se nella pistola non haveste scritto ex Mediolano. [6] Dico, adunque, che oltre alle premostrate cosette, le quali a sufficienza scoprono la vostra ignoranza, se ne può haver certezza da tutta la pistola, la quale finientesi nel Vale, non sapendolo voi, percioché presuponete di scriver, niuna cosa contiene. [7] La qual cosa si prova in questa guisa. Egli non è da credere, se non siete del tutto pazzo, che scrivendo voi, se le facende non v’havessero impedito, altro non hav‹r›este scritto dal soprascritto et dal Vale et dal sottoscritto in fuori, et non dimeno altro al presente non iscrivete. [8] Appresso appare che siate sì poco insignorito della scrittura che non sappiate come disconvengano ad huomo christiano in questo luoco queste parole, Animo Diis dedito, percioché o degli angeli, o de’ figliuoli di Dio, o de’ principi et de’ giudici della terra, o degli idoli è di necessità che s’intendano, e non di Dio, come è vostro intendimento. [9] Oltre di ciò, mettete per costante che l’animo divoto di Dio non habbia ocio se non di ricordarsi continuamente di se stesso et degli amici, ignorando voi la perfetta dottrina insegnata da Giesù Christo, la quale ci constringe non solo a ricordarsi de’ nimici; ma anchora a dir bene di loro, et a far ben loro,6 et a pregar Dio per loro, perché, amando noi coloro soli che ci amano, che guiderdone ne dobbiamo attendere?7 [10] Hora, non facendo punto mentione delle vaghe et ridevoli translationi di ‘spogliarsi la memoria’ et delle ‘secrete camere dell’animo’,8 che rendono testimonianza della sciocca vostra ignoranza, et d’alcune altre belle maniere di sententie et di parole, le quali altri raccoglierà molto diligentemente, io vi prometto (et a salute dell’anima vostra attenerò la promessa) che prima che vi partiate di Bologna, dove andate a predicare, permettendolo la divina gratia farò stampare una vostra opera con una spositione, nella quale apertamente si mostrerà a coloro tutti che voglia havranno di vederla la strabocchevole ignoranza vostra. A Dio.
[11] Il dì VII di Genaio dell’anno di Christo MDXXXVIII.
Lod‹ovico› C‹astelvetro›
Sulla figura di Serafino Aceti de’ Porti (1496-1540) si veda Feyles, Serafino da Fermo. Sulla sua opera principale, il Trattato utilissimo et necessario della mentale oratione (Venezia, Comin da Trino, 1541) torna ora Caravale, L’orazione proibita, pp. 38-45. Secondo Bacchelli, Di una lettera su Erasmo, p. 266 n. 40, la lettera, «più che una missiva realmente spedita», sarebbe «un esercizio di invettiva e di caricatura da leggersi in qualche adunanza». Comunque sia, il testo va messo in relazione con la pubblicazione nel Duomo di Modena da parte dell’Aceti di una bolla papale di scomunica e dell’indizione di un’indulgenza per conto di Paolo III nel dicembre 1537 (Lancellotti, Cronaca, V, pp. 395-396, ricordi del 16 e del 18 dicembre 1537). L’Aceti era stato, del resto, uno dei primi a denunciare le proposizioni ereticali del Sommario della sacra scrittura. Nelle settimane a seguire le rappresaglie contro il frate si moltiplicarono. L’episodio più famoso resta quello della beffa ordita in casa di Guido Machella la sera del 17 febbraio 1538, quando Giovanni Bertari lesse una lettera satirica, coadiuvato da Antonio Bendinelli (sul quale si veda infra, lett. xxiii, n. 20) e da un «maestro di casa» Machella, tra l’ilarità degli “accademici” presenti. L’oltraggio ebbe in quel caso un seguito giudiziario, perché la spavalda compagnia non si peritò di tirare in ballo una potente gentildonna come Lucrezia Pico, vedova di Claudio Rangoni, morto l’11 febbraio 1537 (Lancellotti, Cronaca, V, p. 428; Vasoli, Noterelle, pp. 297-299; Peyronel Rambaldi, Speranze e crisi, pp. 209-211; Valentini, Il principe fanciullo, pp. 25-26).
Nonostante il pesante sarcasmo del Castelvetro, Bastardo non è un volgare soprannome. Si tratta infatti di Don Giovanni Bastardi, altrove chiamato «don Zoanne Rozza», cappellano di S. Maria delle Assi, nato nell’ultimo decennio del Quattrocento e morto il 21 febbraio 1542, che il Lancellotti ricorda come «povero prete dotto e daben» e «homo dotto in la sacra Scriptura, et homo daben de età de anni circa 50». Pare che fosse intimo di Lucrezia Pico Rangoni (e la lettera del Castelvetro si presta a confermare la notizia). Che non fosse troppo favorevole alla fazione accademica dimostra il fatto che nel marzo-aprile del 1541 fu chiamato due volte a deporre contro don Giovanni Bertari (Lancellotti, Cronaca, III, p. 31 e VII, p. 213 e Firpo-Marcatto, Processo Morone, II, p. 880 e IV, p. 291).
Luca Gaurico, il celebre astrologo a quei tempi ben inserito nella Curia romana (Bacchelli, Gaurico). All’inizio del Cinquecento aveva tra l’altro insegnato allo Studio di Ferrara.
Il Tioli annotò un asterisco su vietassero e commentò in basso: «forse piuttosto = nol seguitassero =. Già ho avvertito esser il Ms. da cui la lettera è tratta, diffettoso» (p. 498).
Nell’edizione Frati viene omesso il testo seguente fino a «raccoglierà molto diligentemente».
Mt 5, 46.
Cioè exui possit memoria e in animi penetralibus.