[1] Lettera del signor L‹odovico› C‹astelvetro› al signor Gio‹vanni› Falloppio2
[2] Noi, messer Giovanni caro, fummo ricevuti in Pesaro nell’alloggiamento che si riserba per raccogliere et honorare le persone di cardinali et gran prelati, che passano per queste contrade, onde, dopo la nostra giunta sopravenendo il Reverendissimo Monsignor Salviati,3 ci fu forza a dimorar fuor di quel, sin tanto ch’egli pigliasse la sua via verso Roma. [3] Il quale così honorevole alloggiamento non è stato picciolo levamento et restauro del noioso viaggio ch’habbiamo havuto, che so bene che altrimenti non vi pensate, ritrovandoci in compagnia di femine, come si ritrovavamo; [4] ogni luogo del quale ricercando io per sottile, sì come quello che poco altro che fare havea, ritrovai in una picciola cameretta alcuni libri, fra’ quali erano gl’Asolani di messer P‹ietro› B‹embo› della seconda recognitione,4 i quali, per confermarmi in tutto nella opinione c‹h›’havea del suo divin giuditio et vedere quel che men piacciuto gli fosse in questa matura etade, che per l’adietro a grado gli fosse stato, havendogli altre fiate trascorsi tali quali in luce per la prima volta vennero, mi diedi con somma diligenza a rilegere; [5] dove ho ritrovato molte cose levate, molte mutate et molte aggiunte con tanto giuditio che non può esser più: ma di questo altre volte, che questo non è al presente quello ch’io vi voglio scrivere. [6] Et sonomi ritornate molte di quelle cose platoniche nella memoria, che, per la lunghezza del tempo, mi erano fuggite, et, fra l’altre, quelli bei argomenti con quali prova la bellezza nostra mortale essere ombra della bellezza divina et immortale, la quale solamente dobbiamo cercare et a quella sola, con ogni solicitudine et studio, attendere, poco curandosi5 di questa nostra terrena et caduca. [7] Dalla quale sentenza compunto et risvegliato, m’andai imaginando che facilmente mi potesse venir fatto di dare nuova espositione a quella canzone Una donna più bella assai che ’l sole del P‹etrarca› nostro, non tanto perché mi spiaccia quella intelligenza commune della fama et della virtù, c‹h›’ha avuta la confirmatione dalla grave auttorità del nostro Molza, in quel suo sonetto Alma città che gloriosa et altera,6 quanto perché questo medesmo intelletto vien recitato da Alessandro Velutello, che, |89v| non so perché o quanto, mi pare che le opinioni poste in iscritto per la mano di costui perdino del suo valore; et ho detto altre volte di gran lunga più piacermi le cose del Fidelfo7 et di messer Ant‹oni›o da Tempo8 et di quegl’altri tutti. [8] Ma di questo poi a bocca alla presentia, quando che sia, che non intendo in ciò fare libro, che per la bassezza del soggetto sarebbe un gettare la carta et l’inchiostro.
[9] Dico adunque che, ripensando sopra ciò alquanto, conchiusi che nuovo intelletto le si potrebbe arrecare adosso et, volendo leggere la detta canzone, ritrovai che appo me non era il Canzonero del P‹etrarc›a, per la qual cosa mi ritrassi chiedendo soccorso alla memoria che, nel sonno fino agl’occhi sepolta, mi diede poca udienza et in somma la canzone non mi si rapresentò inanzi se non come in una nube, onde voi rivedendola o, per dir meglio, con esso voi rivolgendola nella mente vostra, chea di più tenace memoria, che non son io, sete dotato, refletterete le confuse parti del mio intelletto al luogo suo.
[10] Hora, in poche parole, questo è il sentimento. [11] Il Petrarca giovane, nell’anno xxiii, si misse a seguitare la bellezza corporea et vana, non in quella guisa che seguitava Gismondo appresso il Bembo et che insegnava altrui di seguitare, perché il suo desio s’estendeva oltre il vedere et l’udire, ma in quella maniera che s’haveva pensato Lavinello di dimostrare ch’era cosa convenevole all’huomo seguitare, inanzi che col santo heremita havesse ragionato; [12] ma dopo alcun tempo prese la via verso l’eterna bellezza et all’hora cognobbe chiaramente che questa nostra bellezza mondana altro non era ch’ombra di quella celestiale, la quale però chi la desidera, nella maniera ch’egli la desiderava, non vien biasimato tanto quanto colui che la desidera come Gismondo.9
[13] Venendo dunque al testo, diciamo così:
[14] Una donna più etc. [v. 1]: la bellezza mondana figurata sotto persona di donna et ben sotto persona di donna, come cosa imperfetta in comparatione et rispetto della |90r| bellezza divina, onde gl’altri auttori, che hanno fatte parole di quella bellezza che sta nel cospetto a Dio, l’hanno nominata sotto persona di maschio, come insegna il magnifico et reale Pico sopra la canzone del Benivieni, allegando a suo proposito quel di Guido Cavalcanti che, parlando d’Amor terreno, sotto nome di donna, disse: Donna mi prega perché voglio dire.10
[15] Bella assai che ’l sole / et più lucente [vv. 1-2]. Una delle principali parti che si richiede alla bellezza è il colore; quando, adunque, il colore sarà di più nobile et eccellente grado tanto sarà più possibile a comporre una bellezza più nobile et più eccellente. Onde fa mestiero prima intendere quale sia questo nobile colore. [16] Fu detto d’Aristotele, nel suo libro Del senso et del sensato, il che similmente non fu nascosto a Bartolo nostro, nel suo Trattato delle insegne, che quel colore è più nobile che rapresenta più nobil cosa, onde il colore dell’oro è più nobile di tutti gl’altri colori, perché rappresenta più nobil cosa che gl’altri, conciosia cosa ch’egli rapresenta il sole et la luce, del quale et della quale non habbiamo cosa più nobile.11 [17] Onde i nostri latini volendo dare il più eccellente epiteto di bellezza alla madre delle bellezze, Venere, che fosse possibile, la chiamarono aurea, ma il P‹etrarca›, volendo dallo colore sommamente lodare questa sua donna madonna la Bellezza non disse che superasse in colore l’oro, ma disse che superava esso sole et essa luce per cui il color dell’oro vien lodato, imitando in questo san Mattheo, che disse Fulgebunt iusti sicut sol [Mt 13, 43], et altrove Resplendet facies eius sicut sol [Mt 17, 2].
[18] Questa in pensieri, in opre et in parole [v. 5]. Percioché la bellezza si gode col pensiero et con l’animo, et però disse pensieri, onde il P‹etrarca› altrove Morte può chiuder sola i miei pensieri / l ’amoroso camino [Rvf 14, 5-6]. Si gode ancora alla presentia col vedere et però disse in opre, si gode ancora con l’udito et però disse parole. [19] So bene che qui ottimamente cade la distinzione di Platonici delle tre maniere |90v| di bellezze dell’animo, del corpo et della voce; ma, per esser cosa a voi me’ più che a me nota, la tacerò.
[20] Per lei m’ero io messo / a faticosa impresa [vv. 11-12].12 Chi non sa quanto faticoso et malagevole ad un giovane èb non scendere all’amore fiero et bestiale, tacendo similmente qui le sorti dell’amore?
[21] Lei davanti et me poi, produsse un parto [v. 75]. Percioché l’una et l’altra bellezza fu cognosciuta nel principio del mondo et però disse di sopra Et d’altre tanta etade.
[22] Io so, messer Gio‹vanni›, che questa mia espositione è una ombra et non la vera espositione di questa canzone, ma voi forsi non altrimenti la seguite che il P‹etrarca›, pien di vaghezza giovanile ardendo, seguitasse la sua donna, riputando impossibil cosa potersi trovare intelligenza più vera di questa, ma alzate gl’occhi in più riposto luogo et vederete espresso cosa che farà l’animo vostro più felice.
[23] Vero intelletto: Una donna più bella assai [v. 1]: Philosophia.
[24] Et più lucente [v. 2]. Il lume dell’intelligenza è assai più candido et lucente del sole. Boet‹h›ius lib. 3o: Hanc quisquis poterit notare lucem, / candidos Phoebi radios negabit [Boeth. cons. phil. 3, 10, 17].
[25] Et d’altre tanta etade [v. 2] . Perché col cognoscimento delle cose nacque la filosofia.
[26] Questa in pensieri, in opre et in parole [v. 5]. Cicero libro primo De oratore: Philosophiac in tres partes distributa est in naturae obscuritatem, in disserendi subtilitatem, in vitam atque mores [Cic. de or. 1, 68, 2].
[27] Per suo amor m’ero io messo [v. 11]. Nam etsi a prima aetate me omnis ars et doctrinae liberalis, et maxime philosophiae delectavit, Cicero 4 epistola ad Servium Sulpitium [Cic. fam. 4, 4, 4].
[28] Tal che s’io arrivo [v. 13]. Aristoteles: Res namque illas superiores tametsi leviter attingere possumus ob eius excellentiam amplius oblectamur, quam cum haec |91r| nobis iuncta omnia teneamus quemadmodum quamlibet partem minimam corporis puellae nostrarum delitiarum, vidisse gratius ac iucundius est, quam caeterorum hominum membra tota perspexisse et contractasse [Arist. de part. anim. 1, 5, 644b].
[29] O velo o panni [v. 20]. L’eloquentia sotto la dottrina delle cose si sta nascosta.
[30] Ma l ’avversaria mia [v. 50]. Cicero libro De divinitate: Atque etiam voluptas quae maxime est inimica virtuti bonique nam faciliter imitando adulterat [Cic. part. 25, 90].
[31] Donna ch’a pochi [v. 64]. Theologia. Divus Paulus: Invisibilia Dei per ea quae facta sunt intellecta perspiciuntur [Rm 1, 20].
[32] Lei davanti et me poi, produsse un parto [v. 75]. In principio creavit Deus coelum et terram coelum insensibilia, terram sensibilia ergo [Gn 1, 1].
[33] Io per me son un’umbra [v. 99]. Plato: Insensibilia vero sunt res quae semper sunt et numquam fiunt, sensibilia sunt umbrae tantummodo rerum quae semper sunt et numquam fiunt.13
[34] Et accioché niente che appartenga alla confirmatione di questo vero intelletto si lasci, sappiate che questa medesima materia contiene quel sonetto ch’incomincia S’Amore o Morte non dà qualche [Rvf 40, 1], intendendo quelle parole come si deve intendere: L’un con l ’altro vero accoppio, cioè il vero theologico e ’l vero filosofico, et quelle altre: Tra lo stil de’ moderni et ’l sermon prisco, intendendo lo stil de’ moderni Thomaso et Scotto14 et il sermone prisco Cicerone et Platone.
[35] Ma veggio il mio Falloppio non volersi dare così tutto in preda a questa opinione per cianze, percioché chi l’assicura che, come la prima, questa seconda similmente non sia un’ombra c‹h›’habbia simiglianza di verità? |91v| Che Castelvetro di nuovo gli voglia far credere questa fantasia? Non è mia, ma è dell’eccellentissimo messer Pietro Bembo et hòla veduta scritta di sua mano propria.15 [36] Hora s’appaga, hora più d’ognuno crede il dubioso Faloppio. Sapete adunque quello ch’io sentod dell’intelletto, sopra la detta canzone, di chee, quantunque più fiate per l’adietro, et voi et vostro fratello,16 domandato mi haveste, non poteste però mai, per essermi io fino all’hora poco risoluto da me trarne ciò che ne sentissi.
[37] Resta ch’io risponda ad una parte d’una vostra lettera (che già voi mi mandaste a Siena da Modena, come che o per negligenza di messi o per altri impedimenti quasi sin hora sia stato a riceverla) poiché dell’altre parti assai lungamente, alla presenza, fra noi fu ragionato, dove voi accortamente mostrate di non sapere, in quel mio sonetto ch’incomincia Liete et felici et ben locate mura,17 come voglia dire che l’Eterno Padre prenda cura di conservare il bel vostro disegno contro l’ira di Giove, essendo Giove quell’istesso che l’Eterno Padre. [38] Io non so se voi mi tentiate o se pur vi crediate che quando questa parola ira congiunta a Giove, che Giove si prenda per l’Eterno Padre, che da giovar viene detto Giove, percioché in troppo grave errore contro la Maestà Divina sarebbe caduto Ovidio et il P‹etrarca›, il quale fu più d’ogn’altro timoroso di Dio, l’uno et l’altro di loro negando la potenza dell’Eterno Padre, l’uno dicendo Iamque opus exegi quod nec Iovis ira nec ignis [Ov. met. 15, 871] et l’altro Gloriosa colonna in cui s’appoggia / nostra speranza e ’lf gran nome latino / ch’ancor non torse dal dritto camino / l ’ira di Giove [Rvf 10, 1], oltre che farebbe il P‹etrarca› l’Eterno Padre ingiusto, volendo sviare altrui dal dritto camino. [39] Ma forse v’offende ch’in un medemo |92r| sonetto sia l’Eterno Padre et Giove in altra significatione che di Dio. Ascoltiamo un poco il P‹etrarca›, Quel ch’infinita providenza et arte [Rvf 4, 1]: ecco la descrittione dell’Eterno Padre. Et mansueto più Giove [Rvf 4, 4]: ecco poco appresso Giove in altro significato che di Padre Eterno. Et poi ch’io in altro significato prendo questa parola Giove che di Padre Eterno, voglio ch’intendiate in qual significatione ivi la prenda io. [40] Il luogo a cui è indrizzato questo mio sonetto è posto in Valli d’Orza, territorio de’ Senesi, i quali, alcuni anni prima havendo cacciato fuori et fatto rubelli dello stato Fabio Petrucci, c‹h›’haveva una nepote di Papa Clemente VII per moglie, temevano che, datto fine all’impresa di Firenze, il detto Papa, per vendicarsi dell’oltraggio fatto al suo parente, non voltasse l’essercito a destruttione del bello et ameno paese loro, come è di poi successo.18 Intendog adunque qui l’ira di Giove, cioè l’ira del Papa, come ancora il Petrarca nel suo verso di sopra addotto intese, quando disse: L’ira di Giove per ventosa pioggia [Rvf 10, 4].
[41] Forse ch’io sarò stato in questa mia lettera più lungo che non desiderate et io me n’aveggio, ma tutta la colpa è del gran desio ch’ho di lungamente ragionar con voi, se non con voci vive, poiché per distantia di luogo mi sono interdette, almeno con morte, sì come con persona che oltre modo amo. [42] Non vi lasciate uscire di mente di sollecitare alle volte il Pallano,19 che non mandi in oblio la promessa fattami della lettra che narra l’historia del Potta da Modena20 et state sano.
[43] Di Pesaro, il dì vi di novembre 1530.
[44] Non vi mandai mai questa lettera per non haver havuto messo fidato. Hora sono in Roma, del mio stato intenderete da questi altri a’ quali scrivo, che havete forse troppo da leggere di questo senza ch’io multiplichi le cianze.
[45] Di Roma, il dì XXII di dicembre 1530.