[1] A. M. Gio. Battista Binardi2
[2] Onde è, M. Gio. Battista piacevolissimo, che la lettera vostra, la quale voi chiamate lunga, mi sia paruta breve? Certo non per altro, se non per la piacevolezza sua. [3] Ma onde stimiamo principalmente nascere questa piacevolezza? Se io voglio seguire quello Aristotele da voi tanto commendato, et a ragione, percioché è il maestro di coloro, che sanno;3 io la dirò nascere dall’argomento imaginato, et non vero, che non pare, che sia cosa più atta secondo Aristotele, a riempir di piacere gli animi humani, della fittione. Dunque direte voi:
[4] – O non è egli vero, che sieno passati gli anni, che io non t’habbia scritto, et parimente non è vero, che io mi sia consegrato allo studio d’Aristotele, et che in presentia di Cardinali, et del Giovio,4 non habbia sermonato in nobile latino parlare, come t’ho detto?
[5] – Sì, cotesto è vero. Ma finto è, che io non habbia risposto ogni fiata che m’habbiate scritto, ancora quando io non v’ho risposto con parole, che pure i retorici insegnano, agli insegnamenti de’ quali appartiene ancora questo punto, che risposta è il tacere alcuna volta.
[6] Finto è, che con opera rispondiate alla consegratione, perché dove Aristotele è breve, voi ancora al vostro parere siete largo, et dove Aristotele ha per nulla, o per poco l’argomento fondato in auttorità, voi formate una nuova pistola in dimostrarmi, che già è lungo tempo, che non habbiate veduto il Valla,5 et c‹h›’hora l’havete veduto, et che muti io Primum in Priorem, quasi se non fosse il Valla, che non sarebbe vero, che l’ultimo grado di trapassamentoa non si convenisse, quando si parla di due, che se il detto grado non si può porre co ’l numero del meno, chi non vede, che, quando si parla di due, che si porrebbe col meno? [7] Ma che dirò, che seguendo l’auttorità del vulgo usiate Imolensis, et facultas per istudio, o scienzia, quasi latinamente non si potessero dire insieme con alcune altre, se non foste tanto intento a’ pomi, che credendo corre delle foglie d’alloro, cogliate di quelle del salce?
[8] Finto è, che stimiate il sermone vostro essere commendabile perché ‹…›6 l’habbia attentamente ascoltato, o il Giovio con ismisurate lodi levato al Cielo, che l’uno sì come cieco non giudica di colore, et l’altro, sì come bugiardo, tutto che diciate lui scrivere l’historia, io direi la falsità delle cose avvenute a’ nostri dì, non merita, che gli si presti fede.7 [9] Onde è manifesto il morso di Carlo Quinto Imperatore, che poi che gli hebbe letta quella parte della presura del Re Francesco,8 gli disse, che leggesse ancora quella, che haveva scritta a instanza del detto Re.
[10] Ma assai ho motteggiato, et ‹da› doverob parlando dico, che m’è piaciuta la pistola vostra, et più mi sarebbe piaciuta, se con lei m’haveste mandato quel ragionamento vostro, et mi rallegro, che sia stato ascoltato attentamente da ‹…› et commendato dal Giovio, non perché quindi io prenda argomento, che sia bello, ma perché potrete sperare quando che sia, d’havere alcuna cosa. [11] Egli è vero, che io vi conforterei più tosto a seguitare gli studii Aristotelici, come poteste, infino a tanto che etc.
[12] Dello stato mio altro non ho da dire, se non che sono sano, ma leggo nulla, et perché leggo nulla, sono sano. Conosco M. Girolamo da Imola,9 et mi piace che sia vostro maestro. A Dio.
[13] In Venetia. Il dì 10 d’Aprile 1543.
S. Lodovico ‹Castelvetro›
Giovanni Battista Bignardi (la variante depalatalizzata Binardi è largamente attestata), cultore di greco e latino, fu precettore dei figli di Lodovico Forni e poi di certo Giovanni Battista della Porta (forse un parente della madre di Castelvetro), e infine dei fratelli di Bernardino Maffei, il quale da ultimo lo assunse come suo segretario personale (sui due Maffei: Sansa, Maffei, Bernardino e Maffei, Marco Antonio). Nel 1553 divenne segretario del cardinal Pole, e alla sua morte di Bernardo Navagero. Morì intorno al 1562. All’epoca dello scambio col Castelvetro doveva essere poco più che ventenne e verosimilmente studiava a Bologna, tentando di entrare al servizio di qualche prelato. Su di lui, qualche nota in Tiraboschi, Biblioteca Modenese, I, pp. 274-276 e Vicini, Le “ letture pubbliche” in Modena, p. 99. Del Bignardi il Castelvetro schizzò un severissimo ritratto (Mongini, Filologia ed eresia, p. 291, cui rimando anche per la bibliografia pregressa).
Nelle sue note all’Inferno, così il Castelvetro commenta il celebre passo di If 4, 130: «Vidi il maestro di color, che sanno. Intende d’Aristotile; ma il Petrarca porta altra opinione di lui e di Platone, dicendo: “Volsimi da man manca e vidi Plato, / Che ’n quella schiera andò più presso al segno, / Al quale aggiugne, a chi dal cielo è dato. / Aristotele poi, pien d’alto ingegno» (cito da Commenti danteschi).
Paolo Giovio (1483-1552), vescovo di Nocera, autore di biografie e compilazioni storiche latine, tra cui l’Historia sui temporis, edita tra 1550 e 1552 (Price Zimmermann, Giovio). In quel tempo si trovava a Bologna al seguito della corte papale (Giovio, Lettere, I, pp. 307-313).
Per metonimia, le Elegantiae di Lorenzo Valla.
Difficile identificare con certezza la figura oggetto di obliterazione censoria. Si tenga presente che tale fattispecie di intervento riguardava di norma non semplici sospetti, ma personalità colpite da sanzioni gravissime (eresiarchi, autori all’indice, dissidenti processati e sentenziati). Si potrebbe pensare a Pietro Carnesecchi, che tra 1542 e 1545 passò ripetutamente per Bologna (Dall’Olio, Eretici e inquisitori, p. 141); ma resterebbe da spiegare il senso della ‘cecità’ di cui verrebbe accusato. Inoltre, il precedente accenno «in presentia di Cardinali, et del Giovio», se preso alla lettera, costringerebbe a ridurre il ventaglio dei candidati ai soli porporati.
Sulla sinistra fama di Giovio istoriografo, di cui questa lettera viene ad essere, se autentica, uno dei documenti cronologicamente più alti, rimando a Valeri, «Historici bugiardi» e soprattutto Varchi, Errori del Giovio, pp. 9-74.
La cattura di Francesco I nel corso della battaglia di Pavia (1525). Come mi comunica Franco Minonzio, che ringrazio, l’origine di questo aneddoto va rintracciata nel Neronis encomium di Girolamo Cardano. Tuttavia, dal momento che Carlo V non avrebbe potuto leggere il resoconto della battaglia se non nel libro V della Piscarii vita, a stampa solo nel 1549, si dovrebbe sospettare in questo passaggio un’interpolazione.
Un «Hieronymus Imolensis Definitor Generalis electus in Congregatione Romana» figura nel 1575 nella Chronologiae historico-legalis Seraphici Ordinis, p. xlv per la giurisdizione di Bologna.