XXI

Lodovico Castelvetro a Giovanni Battista Bignardi,

Venezia, 10 aprile 15431

[1] A. M. Gio. Battista Binardi2

[2] Onde è, M. Gio. Battista piacevolissimo, che la lettera vostra, la quale voi chiamate lunga, mi sia paruta breve? Certo non per altro, se non per la piacevolezza sua. [3] Ma onde stimiamo principalmente nascere questa piacevolezza? Se io voglio seguire quello Aristotele da voi tanto commendato, et a ragione, percioché è il maestro di coloro, che sanno;3 io la dirò nascere dall’argomento imaginato, et non vero, che non pare, che sia cosa più atta secondo Aristotele, a riempir di piacere gli animi humani, della fittione. Dunque direte voi:

[4] – O non è egli vero, che sieno passati gli anni, che io non t’habbia scritto, et parimente non è vero, che io mi sia consegrato allo studio d’Aristotele, et che in presentia di Cardinali, et del Giovio,4 non habbia sermonato in nobile latino parlare, come t’ho detto?

[5] – Sì, cotesto è vero. Ma finto è, che io non habbia risposto ogni fiata che m’habbiate scritto, ancora quando io non v’ho risposto con parole, che pure i retorici insegnano, agli insegnamenti de’ quali appartiene ancora questo punto, che risposta è il tacere alcuna volta.

[6] Finto è, che con opera rispondiate alla consegratione, perché dove Aristotele è breve, voi ancora al vostro parere siete largo, et dove Aristotele ha per nulla, o per poco l’argomento fondato in auttorità, voi formate una nuova pistola in dimostrarmi, che già è lungo tempo, che non habbiate veduto il Valla,5 et c‹h›’hora l’havete veduto, et che muti io Primum in Priorem, quasi se non fosse il Valla, che non sarebbe vero, che l’ultimo grado di trapassamentoa non si convenisse, quando si parla di due, che se il detto grado non si può porre co ’l numero del meno, chi non vede, che, quando si parla di due, che si porrebbe col meno? [7] Ma che dirò, che seguendo l’auttorità del vulgo usiate Imolensis, et facultas per istudio, o scienzia, quasi latinamente non si potessero dire insieme con alcune altre, se non foste tanto intento a’ pomi, che credendo corre delle foglie d’alloro, cogliate di quelle del salce?

[8] Finto è, che stimiate il sermone vostro essere commendabile perché ‹…›6 l’habbia attentamente ascoltato, o il Giovio con ismisurate lodi levato al Cielo, che l’uno sì come cieco non giudica di colore, et l’altro, sì come bugiardo, tutto che diciate lui scrivere l’historia, io direi la falsità delle cose avvenute a’ nostri dì, non merita, che gli si presti fede.7 [9] Onde è manifesto il morso di Carlo Quinto Imperatore, che poi che gli hebbe letta quella parte della presura del Re Francesco,8 gli disse, che leggesse ancora quella, che haveva scritta a instanza del detto Re.

[10] Ma assai ho motteggiato, et ‹da› doverob parlando dico, che m’è piaciuta la pistola vostra, et più mi sarebbe piaciuta, se con lei m’haveste mandato quel ragionamento vostro, et mi rallegro, che sia stato ascoltato attentamente da ‹…› et commendato dal Giovio, non perché quindi io prenda argomento, che sia bello, ma perché potrete sperare quando che sia, d’havere alcuna cosa. [11] Egli è vero, che io vi conforterei più tosto a seguitare gli studii Aristotelici, come poteste, infino a tanto che etc.

[12] Dello stato mio altro non ho da dire, se non che sono sano, ma leggo nulla, et perché leggo nulla, sono sano. Conosco M. Girolamo da Imola,9 et mi piace che sia vostro maestro. A Dio.

[13] In Venetia. Il dì 10 d’Aprile 1543.

S. Lodovico ‹Castelvetro›