[1] ›Lettera del Castelvetroa scritta a M. Guasparro Calori2 a Roma del traslatare ecc.‹
[2] Gran diferenza ha, secondo il parer mio, tra il vestire di parole un concetto nostro e nudo, e il rivestirne uno d’altrui e già stato vestito.3 Percioché, oltre che la vesta del concetto nostro e nudo non possa mai esser riprovata o per troppo lunga o per troppo corta, rimanendosi egli nella mente nostra altrui invisibile; il che non aviene del già stato vestito, che ristretto dentro da certi e limitati e apparenti termini e misure per le quali dimostra chiaramente a’ riguardanti il difetto o il superfluo della nuova gonna, chi non vede quanta maggiore fatica si conviene durare, e in ispogliando il già vestito e da capo in rivestendolo?b [3] Conciosiacosa che nelle lingue sono alcuni concetti nati e cresciuti così insieme con le parole che in altra lingua non possono trapassare, o pure in altre parole della medesima lingua, e così come ci pare cosa strana a vedere una persona che sia andata lungamente in abito pogniamo da cardinale travestirsi subitamente da soldato, così ci offende il vestire un concetto d’alcun autore d’altre parole, o d’altra lingua, o pure della medesima.4 [4] Oltre a ciò, la natura nostra schifa di fatica e amica dell’agio volentier s’accorda a seguire almeno in alcuna parte la forma delle vestimenta proposte e rifugge da cercarne con affanno una in tutto nuova e diversa; le quali difficultà cessano nel vestire il concetto nostro e nudo, percioché o senza parole nudo ci viene nella mente, o vestito con quelle senza le quali noi non il mandiamo fuori nella lingua che vogliamo usare. Laonde men vi dovete maravigliare se quel valentissimo uomo, secondo che scrivete, traslatorec delle pistole di Cicerone in volgare non vi sodisfa a pieno, e olisce alquanto del latino.5 [5] Alcuno, adunque, di gran nome ed effetto, secondo il giudicio mio, tra’ ciceroniani consiglia coloro che vogliano traportare in lingua latina alcuno autore greco che prima che si mettano a simile impresa leggano quella parte degli scritti di Cicerone che tratti la simigliante materia, accioché abbiano fresca la memoria delle cose latine.6 [6] Appresso, che, lasciate da parte le parole greche, si rechino a mente il concetto nudo solo, accioché più puramente e più agevolmente si possa vestire delle latine.7 I quali consigli, così come non biasimo, così non lodo molto, che cosa convenevole non mi pare che colui che si mette a traslatare abbia bisogno che gli sia rinfrescata la memoria di quella lingua nella quale egli traslata, di cui dee essere maestro e non discepolo.8 [7] Ma se lascerà da parte stare le parole greche, come risponderà egli alle proprietàd, alle traslazioni, a’ numeri, alle figure e a tante altre virtù delle parole, le quali cose rendono al mio giudizio più malagevole la traslazione che non fanno i concetti medesimi? Nè però senza biasimo si possono tralasciare, se no ci averrà alcuna volta che vestiremo di parole gravi e traslate, e di certi numeri e figure, quello concetto che nella sua lingua era vestito di leggiere e di proprie, e di diversi numeri e figure; il che disconverrà non altrimenti che se mettessimo indosso ad una giovinetta, che andasse vestita di sanguigno e di verde, panni neri e vedovili. [8] Ma perché pare che egli abbia tratta questa sua arte di così consigliare da quel libro di Cicerone che egli intitulò De optimo genere oratorum,9 e dal capo nono del nono libro d’Aulo Gellio, a me piace di favellare alquanto intorno alla ’ntenzione dell’uno e dell’altro. Se io vi parò uscire dal modo usato dello scriveree da me per adietro osservato, non vi maravigliate, che la necessità del luogo dove sono, se io vo’ riempire la lettera, mi costrigne ciò a fare, che sono in villa, là dove non ho copia di novelle come aveva quando era nella città.
[9] Cicerone, adunque, in quel suo libro non parla della maniera dello ’nterpretare; anzi, tutto apertamente confessa egli di non essere interprete, e accenna non oscuramente che l’ufficio dello ’nterprete è molto lontano da quello che egli seguitò in traslatare que’ due nobili ragionamenti d’Eschine e di Demostene,10 a cui bastò solamente, traslatandogli, di mostrare agli uomini latini quale fosse la maniera del ben dire atenese.11 [10] Per la qual cosa a me pare che il gentile spirito M. Romolo Amasei già in publico parlamento senza cagione spargesse molte lagrime in piangere la perdita di quelle traslazioni, perché con esso loro, secondo lui, abbiamo perduta la vera idea del traslatare; che tutto che si trovassero non si troverebbe però quello di che oggidì tra molti si quistiona, cioè quale strada giudicasse Cicerone che fosse da calpestare traslatando.12 [11] Medesimamente Aulo Gellio né parla del modo dello ’nterpretare, né quando pur ne parlasse le sue ragioni meriterebbono d’esser ricevute. Ragiona, adunquef, egli quando un autore trapone in un suo libro un luogo d’un altro autore d’un’altra lingua, e lo trapone come autore e non come interprete, che non è di necessità che si traslatino le parole tutte per quello modo che sono state dette.13 Ma posto che egli parlasse ancora quando lo trapone come interprete, e non come autore, veggiamo quello che vagliano i suoi detti. [12] Non ha guari, dice egli,14 che leggendosi a tavola l’una e l’altra opera bucolica di Virgilio e di Teocrito ci accorgemmo che Virgilio tralasciòg quello che in greco è di maravigliosa piacevolezza, ma traslatare né si dovè, né potè, ma nondimeno quello che ripose in vece di ciò che avea tralasciato non è diverso, anzi è più dilettevole e piacevoleh. [13] Qui porrò nella lingua nostra in prosa i versi teocritani, poiché non sono ancora fatto certo che abbiate toccato la lingua greca:
Clearista gitta delle mele al capraio,
che si caccia avanti le capre, e dolcemente lo losinga. [Theocr. 5, 88-89]15
Ma Virg‹ilio› disse: Malo me Galatea petit, lasciva puella, / et fugiti ad salices, et se cupit ante videri [Verg. ecl. 3, 64-65]. [14] Deh, dica egli quale è quella cosa in questi versi di Teocrito che né si dovesse, né potesse traslatare, quando fosse piacciuto al poeta! Èj forse quella: Il capraio, che si caccia avanti le capre?k Ma non disse egli quasi ne’ primi versi bucolici En ipse capellas. Protinus aeger ago [Verg. ecl. 1, 12-13]? Il qual concetto in altra guisa vestì dicendo Non me pascente, capellael, Florentem cithysum, et salices carpetis amaras [Verg. ecl. 1, 77-78]. E in altra: Haedorumquem gregem viridi compellere hibisco [Verg. ecl. 2, 30]. E ancora in un’altra: Aut custos gregis [Verg. ecl. 10, 36]. [15] O è forse quell’altra: Et dolcemente lo lusinga? Ma al mio parere pure la traslatò, e molto aventurosamente, ne’ versi medesimi, dicendo Lasciva puella [Verg. ecl. 3, 64], che io nella nostra lingua non reccherei se non per vezzosa e lusinghevole fanciulla. Ancoraché il poeta abbia il medesimo concetto detto altrove: At mihi sese offert ultron meus ignis, Amyntas [Verg. ecl. 3, 66]. [16] Non restò, dunqueo, né perché non si dovesse, né perché non si potesse, di traslatare tutto quello di Teocrito; ma perché col suo divino intelletto vide quanto si migliorava quel concetto di gittare mele al suo amante con la giunta di nascondersi la gittatrice, poi che si fosse lasciata studiosamente vedere; il che è altresì un lusingare, ma più speciale e usitato dalle pastorelle innamorate.
[17] Appresso, soggiugne egli, ci accorgemmo ancora che cautamente in un altro luogo aveva lasciato quello che nel verso greco è dolcissimo.16
O Titiro vagamente amato da me, pasci le capre.
E menale al fonte, Titiro, e guarda che quel maschio
Africano Cnacone17 non ti dia delle corna. [Theocr. 3, 3-5]18
Perciò che in qual modo avrebbe egli potuto dire Vagamente amato da me, le quali parole così, m’aiuti il dio Ercole, non sono traslatevoli, ma ripiene d’una certa dolcezza natia? [18] Dunque lasciò questo, e traslatò con vaghezza il rimanente dicendo:19
Tityre, dum redeo, brevis est via, pasce capellas,
et potum pastas age, Tityre, et inter agendum
occursare capro, cornu ferit ille, caveto. [Verg. ecl. 9, 23-25]20
O poverella e misera lingua latina, poiché se’ tanto strema di facultà che non hai modo da vestire un concetto tanto commune e volgare com’è questo: Vagamente amato da me! [19] Del qual però, che che si dica questo spergiuro di Aulo Gellio, non so se ’l cantor de’ bucolici carmi ne vestisse alcuno altro più volte e in più guise, dicendo ora Tua cura, Palumbesp [Verg. ecl. 1, 5], Tua cura, Lycoris [Verg. ecl. 10, 22]; e quando Delitias domini [Verg. ecl. 2, 2], Cum te ad delitias ferres Amaryllida nostras [Verg. ecl. 9, 22]; e talora Meus ignis, Amynthas [Verg. ecl. 3, 66]; e tal fiata Phyllida amo ante alias [Verg. ecl. 3, 78]; e alcuna volta Nec Phaebo gratior ulla est [Verg. ecl. 6, 11]; e di più Nymphae noster amor [Verg. ecl. 7, 21]; e ancora Thymo mihi dulcior hyblae [Verg. ecl. 7, 37]; e oltre a ciò Alcidae gratissima [Verg. ecl. 7, 61], Et erat tum dignus amari [Verg. ecl. 4, 50].21
[20] Ma che? Ad Aulo Gellio perdoneremo questa ingiuria che egli così notabile ha fatta alla lingua latina e al nostro poeta, poiché, quasi scusandosi dell’errore che doveva commettere, afferma che egli era a tavola quando considerava queste cose. E diremo che Teocrito introduce un pastore andare a fare una mattinata22 e dire a Titiro che Guardi le capre, il quale, sicome innamorato, lo lusinga chiamandol Molto da lui amato, sicome ancora i figliuoli di famiglia innamorati appresso i Comici lusingano i servi; la quale cosaq lasciò Virgilio non perché fosse malagevole a dirsi, ma perché sarebbe nel suo luogo stata biasimevole, che, introducendo egli il padre della famiglia andare a città per sue bisogne, non bisognava che lusingasse il servo Titiro, ma che gli ricordasse che egli tornerebbe tosto. [21] Ma che si potrebbe desiderare cosa più acconcia a questo concetto di questo Occursare capro, considerata la natura delle persone grosse, che si dilettano sempre di attizzare le bestie, il quale attizzamento io intendo per Occursare, e la natura del becco, che non suole cozzare se non con chi gli si fa incontro in atto d’urtante? Nella qual cosa di troppo perde Teocrito da Virgilio;23 il quale non pure in questo lo vince, ma in quella ancora Et potum pastas, perciò che non vuole che le meni ad abbeverare prima che non sieno pasciute, sicome si conviene fare.
[22] Reputo, adunque, per le ragioni sopra dette che più difficil cosa sia il traslatare che il comporre, e fo differenza dalla maniera del traslatare come interprete a quella del traslatare come autore, né m’accordo con coloro che, lasciate le parole, attendono al senso solo, e men con quelli altri che, lasciata una parte del senso, un’altra ve ne ripongono in suo luogo, e giudico che poco sobriamente sia stato stimato da Aulo Gellio il valore di Virgilio. [23] Il qual poeta, perché è come dice Teocrito ἐμὶν τὸ ϰαλὸν πεϕιλημένος [Theocr. 3, 3], cioè Tutto il mio sommo diletto, non posso patire, avegna che questo luogo non richiegga ciò di necessità, poiché già ho presa la sua difesa e altro soggetto al presente non mi si parrà inanzi, che sia così fieramente trafitto dalle punture di Valerio Probo, per altro persona scienziata e d’acuto avedimento nel giudicare e essaminare gli altrui scritti, secondo che prescriver nel predetto capo il predetto Aulo Gellio avere udito raccontare a discepoli del predetto Valerio. [24] Il quale affermava Virgilio niuna cosa d’Omero avere traslatata men laudevolmente che si facesse que’ versi di Nausicaa, li quali appresso Omero sono vaghissimi:24
Come Diana va per la montagna compiacendosi nel saettare o nell’ampio Taigeto, o nell’Erimanto / vaga de’ capriuoli e de’ leggieri cervi / a cui le boscarecce Ninfe figliuole di Giove, che poppò la capra, festeggiano intorno. / E Latona seco stessa si gode in seno. Ma ella le soperchia tutte con la testa e con la fronte. / E tra l’altre senza difficultà chiaramente si discerne; sono però tutte belle. / Ma così tra le servigiali appariva riguardevole la schifa pulcella. [Hom. od. 6, 102-109]25
[25] Li quali in questa guisa furono traportatis da Virgilio nella lingua latina:
Qualis in Eurotae ripis, aut per iugat Cynthi
exercet Diana choros, quam mille secutae
hinc atque hinc glomerantur Oreades. Illa pharetram
fert humero, gradiensque deas supereminet omnes:
Latonae tacitum pertemptant gaudia pectus.
Talis erat Dido, talem se laeta ferebat
per medios, instans operi, regnisque futuris. [Verg. aen. 1, 498-504]
[26] Ma prima che narriamo quello che dica l’aversario virgiliano, o che cosa alcuna gli rispondiamo, ci par di necessità di dover dire alcune cose intorno al consiglio del poeta latino, onde apparirà la vanità in parte delle false accuse. I più lucenti pianeti del mondo sono il sole e la luna, che per Apollo e per Diana sono nominati e figurati da’ poeti. Questi non sono mai senza compagnia d’innumerabili stelle, ma per lo soperchio suo lume oscurano la loro luce.26 [27] Convenevolmente, dunque, quando si vuole dimostrare singolare bellezza o maestà d’uomo sopra gli uomini che l’accompagnano si prende la comperazione d’Apollo, sicome fece Virgilio nel iv libro dell’Eneide, inalzando la bellezza d’Enea così:
Ipse ante alios pulcherrimus omnes
infert se socium Aeneas, atque agmina iungit.
Qualis, ubi hibernam Lyciam Xanthique fluenta
deserit, ac Delum maternam invisit Apollo
instauratque Choros, mixtique altaria circum
Cretesque Dryopesque fremunt, pictique Agathyrsi.
Ipse iugis Cynthi graditur, mollique fluentem
fronde premit crinem fingens, atque implicat auro:
tela sonant humeris. Haud illo segnior ibat
Aeneas: tantum egregio decus enitet ore. [Verg. aen. 4, 141-150]
[28] Parimente, quando si vuole mostrare la bellezza di donna onesta, o maggioranza sopra la sua compagnia, è convenevole che si prenda la similitudine di Diana, sicome fece nel libro i Vergilio co’ versi sopraposti, commendando la reale forma di Didone. Ma se si domandasse perché più tosto ponesse la detta comperazione di Diana nel primo libro che nel iv, si responderebbeu che più simile era di Didonev a Diana allora, sì per l’onestà vedovile, la quale, guardata intieramente, che s’agguaglia alla virginità, che è propria specieltàw di Diana; sì perché Enea nel iv è paragonato con Apollo, ma luna non appare dove luce sole. [29] Ora, attribuiscono i poeti a Diana che usi nelle selve e ne’ monti, e che esserciti non solamente le cacce, ma ancora celebri certe tresche religiose, che così intendo io quello Exercet Diana choros, le quali similmente sono celebrate da Apollo, come chiaramente dice Virg‹ilio› in questi versi: Instaurat choros mixtique altaria circum / Cretesque Dryopesque fremunt, pictique Agathyrsi [Verg. aen. 4, 145-146]. Per la qual cosa, con gran similitudine è stata formata questa comparazione, che tutto che Didone fosse nella città era però nel bosco: Lucus in urbe fuit media laetissimus umbra [Verg. aen. 1, 141], e27 Hoc primum in luco nova res oblata timorem Leniit [Verg. aen. 1, 450- 451], e faceva edificare un tempio a Giunone, che non è cosa diversa dalla tresca relligiosa.
[30] Appresso, assegna Virgilio a Diana la faretra, sicome ancora ad Apollo, non per superflua salma, ancora che allora non essercitasse la caccia, ma per la dimostrazione della reale sua maestà, e quasi per insegna della sua potenzia, accioché si confacesse con Didone, che non solamente si chiama pulcherrima, ma ancora Regina. Onde si legge nel poema lascivox: Num pudet auratas Phaebum portare sagittas? / Clam ne solet pharetram ferre Dianam suam? [Priap. 9, 7-8].28
[31] Or dette queste cose, veggiamo in qual maniera s’ingegni Probo di diminuire la lode di Virgilio in questa comperazione. Primieramente dice egli: a gran ragione Nausicaa Vergine giocando con le sue damigelle ne’ luoghi solitari si mette a petto a Diana, che ne’ gioghi de’ monti tra le boscherecce dee caccia. Ma Virgilio fa controy quello che si conveniva. Percioché andando Didone per mezzo la città intorniata da baroni, in abito e passo grave, e sollicitandoz che l’opera, sicome egli dice, e i futuri reami s’avanzasseroaa, non ha da far nulla con le feste e le cacce di Diana.29
[32] Appressoab, scrive Omero Lo studio e il diletto che della caccia prendeva Diana a sufficienza e vagamente. Ma Virgilio, non avendo fatto pure un motto del cacciar della Dea, solamente le fa portare in ispalla la faretra, quasi come un peso e una salma.30 O come è leggier cosa straziare con parole e con falsità altrui!ac [33] Ma allo ’ncontroad dicami egli che convenevolezza ha Nausicaa, la quale con le sue fantiae ad un fiume lava i panni, e lavati gli spiega al sole, e giuoca mentre si seccano alla palla; cose tutte o vili, o fanciullesche, senza dignità o grandezza alcuna, che così, se ben mi ricorda, che qui non ho Omero, sta la cosa; che convenevolezza, dico, ha con la cacciatrice Diana? Intorno alla quale, sicome a loro donna, si mostrano le Ninfe e liete e festanti e preste. Forse che ella a Proserpina o ad Europa si poteva assai acconciamente agguagliare, ma a Diana in niuna guisa.
[34] Poscia, oltre modo si maravigliaaf Probo di Virgilio, che volendo traslatare quello d’Omero E seco stessa si gode in seno, il che è secondo lui una allegrezza naturale e interna e occupante la profonda parte del cuore e dell’anima, abbia mostrata una allegrezza pigra e leggera e milenza,31 e che quasi nuoti al sommo e stia a galla nel petto, dicendo Tacitum pertemptant gaudia pectus [Verg. aen. 1, 502]. [35] A cui, lasciando nella discreta bilanzia del giudicio altrui a considerare come quelle parole d’Omero abbiano quel grave pondo d’allegrezza che egli con così affettuose parole afferma o no, dico che non so conoscere, per sottilmente guatare che mi faccia, nelle predette parole virgiliane né pigrizia, né leggerezza, né milensaggine d’allegrezza alcuna, ma sì agutezza, e puntura, e traffiggituraag, e pizzicore d’ineffabile dolcioreah, che al mio giudizio le predette parole nella nostra lingua altro non suonano che quello che il Bocc‹accio› disse Diletticare [Bocc., Dec. 5, 5, 2],32 che Beliticare volgarmente si dice dal bellicoai, che tentandosi e ritentandosi con leggieri toccamenti delle dita suole generare ancora a mal grado nostro smisurato piacere e dilettoaj.
[36] Ultimamente, dice Probo che par che Virgilio tralasciasse tutto il fiore del luogo d’Omero, poiché leggiermente toccò questo verso: E tra l ’altre ‹senza›ak difficultà chiaramente si discerne, ma sono però tutte belle. Ché niuna né maggiore né più compiuta lode di bellezza si poteva dire di questa, che una trapassasse di bellezza tutte l’altre belle, e fra tutte senza difficultà chiaramente si discernesse.33 [37] Questo verso dunque riconosce Probo per lo fioreal del luogo, e così ha di vero. Ma o quanto poco aveduto è stato Omero, che introducendo Latona madre a rallegrarsi per lo bene della figliuola Diana la fa riscaldarsi d’allegrezza del gambo della lode, e non del fiore,34 cioè si gode ella che abbia gran compagnia con seco, ma non già che trapassi di bellezza le belle! Il che nondimeno è nelle donne riputato il primo pregio di lode, e specialmente dalle madri nelle figliuole. [38] Nella qual cosa si vedeam quanto più fosse accorto Virgilio, che, poi che ebbe detto Gradiensque, deas supereminet omnes, soggiunse Latonae tacitum pertemptant gaudia pectus [Verg. aen. 1, 501-502]. Né potè distendersi in accrescer la bellezza di Diana per comparazione delle bellezze delle Ninfe, perché la bellezza di Didone non si poteva aumentare per comperazionean delle bellezze de’ baroni.35
[39] Ma che fo io? La’ nnocenzia del poeta non aveva bisogno di tante parole per difendersiao delle’ ngiuste accuse. Percioché Virgilio, quanto è agli avedimenti, è tra poeti, né esso Omero ne traggoap, il quale è il sole tra’ pianeti. Per le cose soprascritte, senza che vi gravi di nuovo a leggere mie traslazioni o delle pistole di Cicerone o d’altro autore, potrete agevolmente comprendere quale sia il mio parere intorno a ciò. [40] Ma se pure vi durerà questo appetito di mie traslazioni, mi farete di nuovo motto, che tenterò di far quanto mi scriverete. E se qui avessi avute le pistole, forse che questa lettera non ne veniva senza.
[41] Io non so niuno libro antico che particolarmente tratti l’arte dell’edificare nella lingua nostra. Ma molti vocaboli si potrebbono còrre e da Pietro Crescenzi e da Guido Giudice e da Gio‹vanni› Villani, per chi per questo gli leggesse.36 Il che a chi fosse scioperato sarebbe opera di pochi dì. State sano.
[42] Nella Staggia, il dì 7 di maggio MDXLIII.
1 Lettera del Castelvetro] Lettera di Lodovico Castelvetro Let
2 rivestendolo?] rivestendolo! Re F1
4 traslatore] om. Let, ‹del traslatore› Maz
7 alle proprietà] alla proprietà Re
8 dello scrivere] dallo scrivere Re F1
11 adunque] dunque F1
12 tralasciò] traslatò Re (erroneo anche per il confronto con il latino reliquisse della fonte ormeggiata)
12 et piacevole] om. Let, ‹et piacevole› Maz (è il lepidius di Gellio)
13 et fugit] At fugit F1
14 È] E Let
14 capre?] capre! Let
14capellae] capella Re F1
Haedorumque] Haederumq. Re, Haederumque F1
15 ultro] altro Re
16 dunque] adunque F1
19 Palumbes] Poclumbes Let
20 la quale cosa] la qual cosa Let
23 prescrive] scrive F1
25 traportati] trasportati F1
25 iuga] iuge F1
28 responderebbe] risponderebbe F1
28 più simile era di Didone] di om. F1
28 specieltà] specialità Let
30 lascivo] om. Let, aggiunto nel margine destro in Re
31 contro] contra F1
31 sollicitando] sollecitando Let
31 s’avanzassero] s’avvanzassero F1
32 Appresso] Apresso F1
32 altrui!] altrui? omnes
33 allo ’ncontro] all’incontro Let
33 fanti] fonti Let
34 si maraviglia] si maravigliò Let
35 traffiggitura] trafigitura F1
35 dolciore] dolziore F1
35 bellico] belico F1
35 che beliticare... diletto] om. Let, ‹che beliticare... diletto› Maz
36 <senza>] om. F1 Let Re
37 per lo fiore] per o fiore Let
38 vede] vide Let
38 comperazione] comparazione F1
39 difendersi] diffendersi F1
39 Omero ne traggo] Homero né traggo omnes