[1] Al molto mag.co m. Polidoro Cornazzano2
suo hon.
[2] Se io non volessi parere quello che io non sono cioè poco conoscente della cortesiaa che havete usata in iscrivermi, et in iscrivermi novelle, io volentieri mi dorrei della brevità troppo ricercata da voi nelle cose nelle quali niunab lunghezza ci sarebbe paruta troppac, per essere poco sapute da noi per la lontananza. Ma non che me ne dogliad anzi vi ringratio assai. [3] Hora qui si sono fatte allegrezze della criatione di Papa Giulio Terzo da più vili cittadini che ci sieno cioè da Videli, et da Canobi.3e Io non annovero i Cortesi tra’ rallegranti, li quali anchora chef habbiano fatti fuochi et segni di letitia, erano però stimati essere dolenti per la lite che pendeva tra loro et l’Hersiliag figliuola di m. Giacomo Cortese, moglie di Gio. Battista Monte nipote del papa, li quali dopo lungo pensamento se ne sono andati a Roma per vedere d’ottenere dalla liberalità pontificale la roba di che si piativa o si doveva piatire.4 [4] Qui è il S. Battistino Strozzih governatore5 anchora chei non habiti in castello ma in palazzo, et dica di non volere essere lungamente governatore, severo et sollecito quanto è possibile in guardare la città et in mantenere i cittadini cheti. [5] Non può essere uccellato dalj Barigello come era o voleva essere alcuno altro,6 che egli in persona sconosciuto se ne va attorno di dì et di notte, pure non ha anchora punito alcuno cittadino con altro che con prigione o con la casa propriak vetando loro l’uscir fuori per tanti dì. [6] Fu fatto un seminello7 a m. Ant.o Valentino l’habitatore della ruga grande. Et questo era già riputato delle più vergognose ingiurie che si potessero fare, ma per essersi fatto molto spesso a dì nostril per la communanza è riputata delle minori ingiurie. [7] Hora fu stimata da molti essere stata opera di madonna Anna et di madonna Laura l’una delle quali fu maritata et l’altra anchora è in casa i Carandini8 per havere egli favorata la giovane mal trattata da loro anchora che il S. Galeazzo9 non la volesse ascoltare. [8] Poi il podestà nostrom che è un rigidissimo huomo, o per dire meglio crudelissimo10 ha fatto prendere un Giovanni da Nonantola sartore come commettitore di questo seminello, et tutto che non havesse sufficienti indicin l’ha collato bene, et stroppiato, né però ha trovata cosa alcuna.o Intanto le dette gentildonne sono state condennate a Ferrara per la giovane in cinquanta scudi per ciascuna di loro.11 [9] Qui s’è giostratop, et voluto essere impiccatoq et difeso Amore cosa che mi pare questo anno essere stata generale per tutte le città d’Italia, et peraventura fuori d’Italia in guisa visse12 il mondo a somiglianza. Della quale cianzia non so quale m’udissi mai dire o vedessi più fredda, et dubito assai che non sia una vanità spagniuolar procedente da ignoranzia.13
[10] Il conte Fulvio14 è comparito armato in piazza et ha colpito nellas quintana et havuto il pregio, et ha torneato con istocchi senza punta et senza taglio molto leggiadramente,15 et il conte Baldesera16 il quale rifiuta in tutto le lettere come impedimentot delle armi, non n’ha fatto nulla. Come sia passata et passa la cosa di Parma io ho così pieni gli orecchi che non fa già mestiere che voi di così lontano paese ce lo scriviate. [11] Morì il Flaminio, et l’Alciato, et prima era morto m. Gabriele Triphone.17 Hora m. Antonio Fiordibello18 par che si sia acconcio col Cardinale d’Inghilterra.19 Il quale si troverà se l’ha preso in luogo del Flaminio havere fatto un mal cambio.20 [12] M.ro Antonio nostro Luchese21 è chiamato dalla patria sua a leggere con grosso salario, il quale ha havuta una disputa con m. Carlo Sigone22 tutto che m. Carlo se ne vergognasse, et lo sdegnasse come non pari suo, la quale non ha mai havuto fine se non con l’autorità traposta del S. Battistino.23
[13] Son tutto vostro.
[14] In Modona, il dì cinque di Marzo MDL.
V.ro Lodovico Castelvetro
2 cortesia] vostra cass.
2 niuna] agg. interl.
2 troppa] et cass.
2 doglia] ma cass.
3 et da Canobi] da agg. interl.
3 li quali anchora che] fatti cass.
3 l’Hersilia] mog cass.
4 Strozzi] al pre cass.
4 che] agg. interl.
5 dal] buar cass.
5 propria] facendogli stare cass.
6 nostri] et a molti cass.
8 nostro] agg. interl.
8 indici] per corr. su indicij
8 alcuna.] Ultimamente cass.
9 giostrato, et] accusato cass.
9 voluto essere impiccato] agg. interl.
9 spagniuola] cong. cass.
10 nella] giunta cass.
10 impedimento] di lette cass.
Gentiluomo piacentino, che una facezia del Domenichi ci mostra tra i familiari di Ercole Rangoni (Domenichi, Facezie, pp. 386-387), di cui fonti d’archivio ci informano che fungeva da procuratore.
Il perché lo svela il solito Lancellotti: «Per nova vera da Roma como la S.tà de papa Julio 3° fu eletto papa a dì 7 del presente […] Ser Zimignan Vidale è el più alegro homo de Modena perché dui soi cognati de Canobii stanno con el preditto papa, uno è secalcho magiore e l’altro camerero secreto, per essere sempre stato servito da lhori mentre è stato legato in Bologna e sono stati li primi a tacare la sua arma» (Lancellotti, Cronaca, X, p. 185, notizia del 15 febbraio 1550).
Ersilia Cortese (1529-1587?), nipote del cardinal Gregorio Cortese, moglie di Giambattista Ciocchi Del Monte (1544), che morirà il 14 aprile 1552 in una scaramuccia nei pressi di Mirandola (Melfi, Cortese).
Nella cronaca del Lancellotti lo Strozzi figura come governatore a partire dal 6 febbraio 1550.
Accenno malevolo al governatore uscente, Galeazzo Gonzaga (vedi anche infra, n. 8).
Parola sconosciuta ai repertori, forse da accostare al reggiano semnèl, che Ferrari, Vocabolario Reggiano-Italiano, II, p. 258 spiega come «Spargimento, Spandimento»; o al mirandolese samnel, ‘seminello’ (Lolli, Vocaboli mirandolesi, p. 22); qui andrebbe inteso in senso metaforico, forse come “capannello”. L’affronto viene presentato dal Castelvetro come lo strascico di una vicenda di malcostume (per cui vedi infra, n. 10). Qualunque cosa fosse questo seminello, il Valentini, a quei tempi sindaco della città e influente figura della vita modenese, oltre che padre del più noto Filippo, se non proprio ne morì, certo ebbe poco tempo per consolarsi dell’onta, visto che il Lancellotti ne registra la morte, cinquantenne, qualche mese dopo (per la precisione, il 2 settembre: Lancellotti, Cronaca, X, p. 279).
Le due matrone dovevano suscitare un certo scandalo nella Modena del tempo. Anna, rimasta vedova del primo marito Tommaso Carandini († 3 marzo 1546), noto esponente del primo dissenso religioso modenese (la loro villa di Staggia era un crocevia di eterodossi: nel 1540 vi ospitarono per esempio Camillo Renato: Al Kalak, Staggia), si era risposata con un parmigiano, Antonio Maria Quartari; ne era nato un contenzioso per il godimento dell’eredità del precedente coniuge, sicché la donna era andata a vivere in casa di Argentina Pallavicini Rangoni e si era posta sotto la sua protezione. Laura, anch’essa vedova, di Francesco Rangoni, si era risposata con Antonio Francesco Carandini, ma se ne era presto separata e viveva in casa di un suo figlio (Lancellotti, Cronaca, X, p. 122).
Galeazzo Gonzaga, così descritto dal Lancellotti: «[…] è stato Governatore de Modena circa dui anni gioveno e bello de anni 40 o circa […] homo da bon tempo più che da governo e in fra li altri soi apiaceri ogni dì ge andava delli fioli delli primi cittadini de questa città a zugare in castello» (Lancellotti, Cronaca, X, p. 176). Se durante la stagione modenese il Gonzaga lasciò molti insoddisfatti, pure fu persona di buona cultura e sensibilità letteraria, che a Venezia fu addirittura principe dell’Accademia degli Infiammati (Pignatti, Gonzaga).
Si trattava di Bartolomeo Miroglio di Moncestino di Casale Monferrato, podestà di Modena dal gennaio 1550 al dicembre 1551 (Vicini, I podestà di Modena, pp. 204-205), poi lettore di diritto criminale allo Studio di Ferrara, Riformatore dello Studio stesso e consigliere segreto di Alfonso II (Pardi, Lo studio di Ferrara, p. 124).
«M.a Anna Carandina consorte fu de M. Thomaso de M. Zan Antonio Carandino et M.a Laura consorte de M. Antonio Francesco Carandino sono state citate a Ferrara per causa de una solennissima materia che loro feceno a dì passati a una massara de M. Antonio fu de M. Zan Francesco Valentino de pelarge la natura e percotergela; la quale è stata conduta a Ferrara alla Ex.tia del Duca a dolerse delle dette doe matte femine, el quale farà iustitia» (Lancellotti, Cronaca, X, pp. 121-122, ricordo del 29 agosto 1549). Come ricordato anche da Castelvetro, le due donne dovettero presentarsi a Ferrara e furono condannate a pagare un risarcimento alla ragazza (Lancellotti, Cronaca, X, p. 126, ricordo del 13 settembre 1549).
Lettura dubbia (così, comunque, legge anche Bandini, Collectio).
L’evento fu celebrato il 16 febbraio 1550, ed ebbe come protagonista un facinoroso parente del Castelvetro, il cugino Uguccione: «Li cavallari de Modena et soldati del ducato de Modena, cioè cittadini che hano giostrato in piaza a dì passati, questo dì hano giostrato el Dio de amore: una parte el voleva fare morire e una altra parte scamparlo; et hano fatto fare uno tribunale nel mezo della tenda in piaza dalla banda verso el domo suxo doe cara con uno par de forche adornate con uno cavestro dorato et el Dio de amore abasso in mezo delle forche e la sua madre Venere et con la scala apontato; e suxo doe altre cara gera uno tribunale con li offitiali cioè da tenere el conto delle bote de giostratori e apresso al Dio de amore gera sua madre Venere ut supra che piangeva el suo fiolo; et inante se comenzasse la giostra gionse in campo M. Uguzon Castelvetro cavallero aurato da giostrare con el cavallo cuperto de negro et el penachio del cavallo e de lui negro e la lanza negra e con lui 5 bolognesi vestiti de negro a simile livrea a cavallo che pareano cavallari e tutti parevano forasteri che venissero da Bologna, 5 erano bolognesi, e con el famiglio con le valixe como se andassero a stafetta con capeleti negri in testa e giunseno in piaza e disse M. Uguzon: io sono venuto de lontano paiso a defendere el Dio de amore che non sia impicato, e cussì se comenciò la giostra. E come el faceva bele bote quelli che volevano ch’el morisse asendeva suxo la scala uno scalino, e come el suo defensore faceva più belle bote el desendeva e treva delle frize al perditore et è durata la festa sino a hore 23: e la piaza e per tuto li luochi sino suxo el domo e la tore del domo, de palazo e delo horologio et de intorno a tute le finestre e copi erano piene de persone maschii e femine grandi e picoli et M. Uguzon ha havuto victoria e li bolognesi hano tagliato el cavestro e tratto le forche per terra e tolto el Dio de amore e posto in gropa a M. Uguzon e la veste del cavallo g’è strazata; et essendoge el conto Uguzon Rangon et a M. Alexandro da Terno ge parse che ditti bolognesi havesseno uxato tropo presumptione et ge fecero tore el Dio de amore ad instantia de certi altri e ditti bilognesi con M. Uguzon volseno bravare, et intendande el Sig.r Governatore M. Batistin Strozo tal bravaria comandò al capitano della piaza che li menasse tuti in palazo alli quali ge ha fatto una bona monition e fatoge fare pace e altro non è stato» (Lancellotti, Cronaca, X, pp. 186-187). Su Uguccione (che morirà trucidato dai suoi stessi soldati a Siena nell’agosto del 1553, come ricorda Pioppi, Diario, p. 25), si veda Sandonnini, Lodovico Castelvetro, pp. 20-21.
Fulvio Rangoni (1536 circa-1588), figlio di Claudio e di Lucrezia Pico, allievo del Sigonio e di Fausto da Longiano. Morì nel luglio del 1588 a Reggio, dove era governatore (Pioppi, Diario, p. 99) e la sua orazione funerale fu recitata da Camillo Coccapani (Tiraboschi, Biblioteca Modenese, II, p. 43 e IV, pp. 288-292). Dei suoi «singolar valore, bontà de vita, et grandezza d’animo» discorre a lungo Panini, Cronica, pp. 144-146.
«El conto Fulvio fiolo fu del Sig.r conto Claudio Rangon de età d’anni 15 o circa questo dì se ha messo le arme da giostrare alla quintana in piaza, e questa è la prima volta che lui s’è armato tutto da capo a pedi ch’el pareva uno bel capitano et ha giostrato degnamente insiemo con molti altri soldati gioveni de Modena che sono al soldo del Duca nostro» (Lancellotti, Cronaca, X, p. 191, ricordo del 23 febbraio 1550).
Baldassarre Rangoni, figlio del conte Guido e di Argentina Pallavicini, poi convolato a nozze con una figlia di Camillo Orsini, Giulia; perseguito dall’inquisizione romana, fu incarcerato a Castel S. Angelo il 4 maggio 1558 e vi uscì solo alla morte di Paolo IV (Sandonnini, Lodovico Castelvetro, pp. 293-294). Nella puntura castelvetrina si coglie la differenza di temperamento tra i due consanguinei, l’uno, Fulvio, amante delle lettere e discepolo di Lodovico, l’altro presentato come una sorta di boiardesco, ma imbelle, Agramante. Fulvio, che non a caso protesse il Castelvetro al tempo della convocazione inquisitoriale e del processo Longo, era un frequentatore della biblioteca del dotto concittadino: nel dicembre del 1548, tredicenne, prende a prestito il canzoniere petrarchesco commentato da Francesco Alunno, nel gennaio successivo un «Lazzaro Baifio», che Barbieri, Castelvetro, i suoi libri e l ’ambiente culturale modenese, p. 70 identifica in un De re navali libellus (Lione 1540), e uno «Strobeo» greco (cioè Stobeo, se vale l’ipotesi di Barbieri, Castelvetro, i suoi libri e l ’ambiente culturale modenese, p. 71).
Marcantonio Flaminio, celebre umanista, vicino alla spiritualità valdesiana, raffinato poeta neolatino e coautore del Beneficio di Cristo, morì il 17 febbraio 1550 (su di lui si vedano almeno Pastore, Flaminio, Flaminio, Lettere e Flaminio, Apologia). Andrea Alciati (Milano 1492-Pavia 1550), umanista, giurisperito e iconologo (Abbondanza, Alciato). Trifon Gabriele (sul quale vedi supra, lett. iii, n. 4) era invece morto il 20 ottobre 1549 (Fortini, Gabriel).
Antonio Fiordibello (Modena 1510 circa-1574), umanista e poeta. Protetto dal Bembo, che gli affidò l’istruzione del figlio Torquato, il Fiordibello fu per molti anni al servizio di Jacopo Sadoleto e successivamente di Reginald Pole. Vescovo di Lavello nel 1558 (carica cui rinunciò tre anni dopo), fu prelato eminente durante i pontificati di Pio IV e Pio V. In una lettera al Varchi del 21 ottobre 1540 Pier Vettori lo definiva «gentile et dotto giovane» (Lettere a Benedetto Varchi, p. 166). Sulla sua figura: Tiraboschi, Biblioteca Modenese, II, pp. 288-302 e Pignatti, Fiordibello.
Reginald Pole (1500-1558).
A parte l’ovvia dismisura che separava un umanista di fama come il Flaminio da un letterato di medio rango come il Fiordibello, per giunta già protagonista anni prima di una polemica con lo stizzoso entourage castelvetrino (vedi anche supra, lett. i), per comprendere il malanimo di Lodovico non bisogna dimenticare i soliti intrecci di interessi privati che spesso ne influenzano i giudizi. Il Fiordibello, infatti, era stato protagonista in quei giorni di una querela al papa affinché revocasse a Carlo Badalocchi (padre di un affezionato discepolo del Castelvetro, Vincenzo, che sarà poi testimone della difesa durante il processo per l’omicidio di Alberico Longo; vedi infra, lett. xxiv, n. 4) la concessione della riscossione delle imposte papali nel Ducato, come infatti avvenne. Questo perché, secondo il Fiordibello, il Badalocchi aveva commesso una serie di abusi in occasione della morte del ricchissimo canonico Gaspare Dal Lino. Poco prima di morire, questi aveva legittimato un orfanello e lo aveva costituito proprio erede universale; il Badalocchi, sospettando una frode, gli aveva mandato la «biraglia» in casa a inventariare i suoi beni mentre ancora agonizzava. In attesa di un pronunciamento delle autorità giudiziarie, il bambino era stato affidato a Giovanni Niccolò Fiordibello, padre di Antonio (Lancellotti, Cronaca, X, p. 189, ricordo del 20 febbraio 1550).
Antonio Bendinelli (1515-1575), al quale il Castelvetro dedicò un vivace medaglione edito in Sigonio, Opera, I, p. v e Cavazzuti, Lodovico Castelvetro, Appendice, p. 8 (ora in Mongini, Filologia ed eresia, p. 292). Originario di Borgo a Mozzano, allievo (probabilmente) di Lodovico Monte, precettore in casa Menocchi a Lucca e, a quanto riferisce appunto il Castelvetro, militante antimediceo a Montemurlo, alla fine degli anni Trenta rientrò a Modena, dove trovò un impiego come maestro privato in casa di Nicolò Molza. In seguito, riuscì ad aprire una scuola pubblica di grammatica in città, entrò in competizione con il Sigonio e riuscì infine ad accreditarsi come umanista di qualche valore, ottenendo varie letture a Lucca, Modena, ancora Lucca e infine Piacenza, dove morì e gli subentrò il figlio Scipione. Vicino agli Accademici modenesi (ebbe tra l’altro un ruolo di rilievo nella contestazione di Serafino da Fermo, vedi supra, lett. xvi, n. 1), dai registri dei prestiti della biblioteca del Castelvetro risulta un assiduo utente della raccolta del critico modenese: il 20 febbraio 1547 prende a prestito la dialettica di Rodolfo Agricola, il 16 maggio Plauto, il 9 e il 23 dicembre Plinio, nella primavera dell’anno seguente un Dioscoride volgarizzato, i Moralia di Plutarco, un «trattato della comedia» e gli epigrammi del Robortello, in estate Eustazio, in ottobre Ateneo, il 6 dicembre, probabilmente, le Explicationes alla Poetica del Robortello; e poi ancora: l’8 gennaio 1549 le Epistolae di Plinio il giovane e le Annotationes in Columellam di Pietro Vettori (ovviamente insensata la lettura «Petri Pistorii» di Barbieri, Castelvetro, i suoi libri e l’ambiente culturale modenese, p. 71) e infine il 16 ottobre «Raphael Volaterrano» (cioè, probabilmente, i Commentariorum urbanorum libri di Raffaele Maffei) (Barbieri, Castelvetro, i suoi libri e l’ambiente culturale modenese, pp. 67-72). Si vedano anche Firpo-Marcatto, Processo Morone, ii, p. 952 n. 91, Valentini, Il principe fanciullo, p. 47, Ceriotti, Eresia e inquisizione, p. 244, Mongini, Filologia ed eresia, p. 324 n. 114 e, più in generale, Adorni-Braccesi, «Una città infetta», pp. 208-216. Una sua celebre testimonianza su una S. Cena modenese probabilmente del 1537, rimasta a lungo inedita, è ora finalmente disponibile in Al Kalak, L’eresia dei fratelli, pp. 170-171.
Carlo Sigonio (1524 circa-1584), per il quale rimando a Muratori, Vita Sigonii, Franciosi, Sigonio, Simeoni, Documenti, MacCuaig, Sigonio, Scarpati, Dire la verità al principe e Sigonio, Del dialogo.
La polemica tra il Bendinelli e il Sigonio, che aveva come oggetto le Filippiche di Demostene, scoppiò nel 1549 (Garavelli, Lodovico Castelvetro polemista, p. 118). «Il S.or Battistino» è naturalmente Battistino Strozzi, governatore di Modena.