III

Lodovico Castelvetro a Filippo Valentini,

[Modena], 15361

[1] ›Al Valentino‹

[2] Un non so che Danielle da Luca2 ha composta una poetica volgare per uso della lingua volgare. Persio della Volta, e quel Bianchini,3 e tutti que’ di Bologna la commendano molto. A Padova e a Vinegia, secondo che diceva M. Camillo, era lodata più che altra cosa. Et esso M. Camillo ne diceva molto bene.4 Che stimano gli uomini: e il credo per alcune cose, che al presente non è bisogno raccontare, che gl’insegnamenti siano di M. Gabriel Trifone.5 [3] D. Giovanni Britaro6 m’ha pregato ch’io la vegga, il che ho fatto volentieri, perché novamente la Poetica d’Aristotele e d’Orazio aveva veduta. Che volete più! Ho acquistato il nome di pacienzia appo il Melano,7 che senza dispensarmi son leggendo pervenuto al fino: brievemente più errori v’ha che sillabe, errori, dico, che non ricevono scusa alcuna. [4] Che faremo, M. Filippo? Il Bembo non sa di questa lingua se non quanta ne sa, cioè poca al mio giudizio, né con quella poca scienzia la può aiutar punto, che ad altra opera intende. Il Trifone, nel quale speravano tanto gli uomini, nulla ne sa, e gli altri men che nulla. [5] A voi toccherebbe pura questa impresa. Ma che dico io? Voi sete servitore altrui,8 né di questa servitù uscirete forse mai, e ciò richiederebbe la libertà di tre o quattro anni. [6] Così a me pare che più tosto possiamo piangere la moriente lingua nostra, che aiutarla ›ec.‹