XXVII

Lodovico Castelvetro ad Aurelio Bellincini,

Venezia, 25 marzo 15511

[1] Al molto mag.co m. Urelio Bellincino
scolare di leggi suo hon.
A ‹Pisa›

[2] Perché ho con esso meco alcuni de’ nostri venutici da Padova a far questa settimana santaa che mi impediscono et voi desiderate risposta tosto io sarò contra il desiderio vostro et mio brieve, et contra la natura anchora della materia.2 Et parlerò per capi.

[3] La questione se la turpitudine o la bellezza sia nelle parole quanto al significato si può considerare in più modi. [4] Prima quelle parole che mettono bene le cose avanti gli occhi, et specialmente quelle cose che p[aiono] malagevoli a dare altruib ad intendere, se non vi concorre la vista, quali sono animali non più veduti, et città et simili cose lontane, sono chiamate belle o brutte secondo che manifestano bene o male la cosa che significano sicome anchora sono riputate belle o brutte quelle dipinture rappresentanti gli atti che sonoc malagevoli a rappresentarsi con colori, et specialmente le passioni dell’animod. Et allo ’ncontro brutte parole sono chiamate quelle che poco pienamente significano. [5] Appresso, belle parole sono chiamate quelle che significano le cose belle, et brutte quelle che significano le brutte; hora, le cose belle sono quelle che piacciono a Dio et agli huomini, et brutte quelle che offendono Dio et gli huomini, sì come anchora la dipintura può essere chiamata o bella o brutta secondo che rappresenta attione bella o brutta. [6] Hora quello che aviene delle cose aviene anchora delle parole. Ma se noie veggiamo lo sposo serrarsi nella camera con la sposa non reputiamo ciò turpitudine alcuna, et non dimeno per ciò conosciamof il congiugnimento loro. Ma se in presenzia della brigata si congiugnessero insieme sarebbono abominati da ognuno. [7] Hora non è vero che sia una medesima cosa alla brigata il veder serrar l’uscio, o il veder gli sposi usare insieme, peroché altra cosa è la cosa che va avantig all’atto, et altra è l’atto, et specialmente quando la cosa che va avanti può andare avanti per fare anchora altro; che ad ogni serrare d’uscio non seguita il congiugnimento ma peraventura o sonno non impedito, o ragionamento secreto o altra cosa. [8] Parimente le parole significano alcuna volta la cosa propriamente in guisa che non la possono significare più propriamente, et la significano principalmente, et allhora se la cosa è dishonesta o brutta la parola parimente è dishonesta et brutta, ma se non la significano né propriamente né principalmente, la parola si scosta dalla bruttezza et la ragione è manifesta conciosia cosa che l’huomo vada con lo ’ntellettoh per mezzi honesti ad intenderei la dishonesta, et può far vista mostrandosi rozzo di non intendere quello che intende; come se altrij sapesse che sotto un finissimo tapeto fosse un vaso d’immonditia non isputerebbe veggendolo coperto come farebbe veggendolo scoperto. [9] Hora non è vero che le parolek le quali significano propriamente una cosa, et quelle che significano la medesima cosa non propriamente significhino principalmente una medesima cosa come stima Aristotele nel terzo libro della sua ritorica,3 o vero che il chiamare i muli figliuoli delle cavalle sia apunto il chiamargli figliuoli degli asini, peroché per queste parole si perviene alla conoscenza de’ muli, sì, ugualmente, ma propriamente et principalmente figliuoli di cavalle sono parole honorevoli et significanti cosa honorevole, et figliuoli d’asini propriamente et principalmente sono parole vili et significanti cosa vile; et così i significati sono diversissimi. [10] Et la cosa sta veramente come dicevano essere i sileni socratici, li quali di fuori havevano forma di satiri sozzi, et dentro contenevano imagini vaghissime di dii come gli Amori. Peroché non è cosa al mondo così sozza, così dishonesta che considerata bene non habbia alcuna qualità o faccia per la quale non si possa vedere et nominare con dignità, con honore et con honestà né alcuna allo ’ncontro così bella et honesta che non si possa vedere et nominare con vituperio et con turpitudine.4 [11] Hora vo’ che queste poche parole bastino. Molti hanno trattato questa material li quali potrete voi vedere, come Aristotele nel predetto luogo, Cicerone,5 et altri antichi et ultimamente Lodovico Strabeo in certo suo libretto diviso in due intitolato De collocatione verborum.6 Ma quanto pienamente per queste poche mie parole credo che ve n’avederete.

[12] Adunque accostiamcim alla questione proposta da quel valentissimo vostron mettitore di tavola. [13] Alcune parti sono nel corpo humano che sono riputate vergognose, non come diceva sant’Agostino perché si movessero contra volontà nostra ragionevole, laonde come poco ubiendientio sono riputate arrecare vergogna all’huomo,7 che se ciò fosse vero molte altre parti sarebbono vergognose sì come poco ubidienti alla ragionevole volontà, cioè la gola, l’occhio et simili, ma sono riputate vergognose perché altri mostrandolep o riguardandole in altrui, et per conseguente nominando[le] anchoraq o udendole senza rivolgere gli occhi o gli orecchi, o con parole nonr abominandole in presenzia di persone, per la ’nclinatione naturale che habbiamo noi a’ diletti carnali nasce nell’animo di coloro ‹che›8 sono presenti una opiniones che colui che le mostra o riguarda, o nomina, o ascolta volontariamente, il che sempre si presupone quando non n’appaia atto o parola contraria, habbia contaminato l’animo di veleno venereo. [14] Laonde armandosi l’huomo contra questa presuntione le porta coperte et riguarda di nominarlet o d’ascoltarle sfacciatamente in presenzia di persone nelle quali la presuntione si potesse verificare, come huomo in presenzia di donne et di fanciulli, etu donne et fanciulli in presenzia d’huomini. [15] Intendetemi sanamente: in presenzia di qualunque persona l’huomo modesto si vergogna di mostrarle di vederle di nomminarle et d’ascoltarlev, perché è sospitione quantunque leggiera, ma più in presenzia di persona che potesse accrescere la sospitione. [16] Hora sono alcune altre parti che non sono vergognose, ma si tengono però coperte et si nominano con rispetto, come il culo per l’uscita che è puzzolente, et quindi è che le donne et gli huomini il nominano sicuramente, havendo però rispetto a’ paesi dove fossero sol huominiw et a certe età, dove nascesse la sospettione sopradetta. [17] È dunque vera la conclusione posta da voi che quelle parti che sono communi agli huomini et alle donne non possono esser vergognose, perché se a mandare ad essecutione l’appetito dishonesto è di necessità d’huomo et di donna, dunque quella parte che è commune a tutti et due non può essere vergognosa, altrimente le donne si potrebono col culo congiugnersi insieme, o gli huomini.9

[18] Per le quali cose resta, communemente parlando, che una parte dell’huomo sia vergognosa et una parte della donna, le quali sieno proprie di ciascuno, et le quali rechino vergogna mostrate vedute nominate ascoltate, o tra gli huomini soli, o tra le donne sole, o tra gli uni et le altre, ma più tra gli uni et le altre. [19] Vero è che quando si possono nominare con parola che si possa tirare in diversi significati, cioè in uno honesto, o che s’allontana alquanto dalla proprietà, chex sicuramente si nomina, et volentieri s’ascolta senza tema della presuntione sopradetta, sicome è Pota, la quale parola secondo diverse origini ha diversi significati, conciosia cosa che essendo hebrea et discendendo dal verbo pata onde ne viene pateo latino significa lo spigolo della porta, et trattone tu, come di temuta si fa tema è riuscito Pota che significa La potuta, cioè La potenzia, la quale per lo concorso della parola dishonesta s’è lasciata communemente d’usare et s’è peròy conservata in certi casi come in pota di Dio, in pota di mia madre, di me, di San Pietro. [20] Vero è che hoggidì è reputata bestemmia in Dio et in santi per esser creduta parte vergognosa feminile per lo pari numero di lettera et credo io che sia poi che così credono coloro che la dicono et l’ascoltano anchora che da principio non fosse cosìz, con ciò fosse cosa che fosse ammiratione della possanza di Dio, come s’altri dicesse10 O potenza di Dio quanto se’ grandeaa, et che il mondo creda che sia bestemmia et non ammiratione al tempo presente appare chiaramente che cominciando altri a dire Pota, quasi dovesse bestemmiare et dire pota di Dioab, pentitosi rivolge subitoac altrove il parlare come pota di me, di mia madre, come anchora si fa in altri simili casi.11 [21] Et questa è la risposta che dovevate dare al distruggitore della vostra opinione. Queste poche parole basteranno per hora. Se voi verrete mai in luogo dove sia ioad o venga io dove siate voi ne potremo parlare più a·llungo, et di questo et d’altro. [22] Et sappiate che io desiderei12 molto, come v’ho anchora scritto altra volta, che voi vedeste Padova, che non vi saprei mai consigliare che veniste in Vinegia per non v’abbattere in persone che vi facessero veggendogli conturbare,13 anchora che giàae è passato un mese che io sono qui né gli ho però veduto due o tre volte. Ma io credo dopo Pasca di dovere tornare a Padova dove crederei però che poteste venire per ispasso, cioè per vedere lo studio; ma io poi vi scriverò.

[23] Io vi do licentia che mi scriviate ciò che volete, ma io vo’ potervi scrivere allo ’ncontro ciò che mi piace et che crediate che non v’ami meno quando non vi posso servire che quando vi servo. [24] Adunque io vi dico che non vi posso servire della lettera di famigliarità che mi domandate, et intendete bene. Io non n’ho mai veduta alcuna, et quando n’havessi veduto io non consiglierei alcuno che se ne facesse una, peroché verrebbe a riprendere tacitamente quel signore delle sue forme, et converrebbe che lodasse sé, il che acquista odio. [25] Ma quando non ci fosse alcuna di queste ragione come volete che ponga mano in cosa nella quale haaf posta mano m. Franc.o Greco14 cui come suo discepolo honoro et riverisco? Né vi dovete sdegnare d’havere la lettera quale hanno gli altri che s’havrà cosa che siaag men vaga non vostra sarà la vergogna ma o della corte tutta o di quel signor particolare che non sa trovare forma vaga. [26] Vero è che io credo come voi scrivete che volesse essere più piena, cioè che da hora innanzi goda tutti i privilegi et ogni altra cosa che sogliono godere i nostri famigliari et servitoriah della corte nostra, et possa pervenire a tutti que’ luoghiai d’ufficio et di dignità convenevoli alle sue rare qualità, et preghiamo qualunque signore o privato gentilhuomo, o altro che si siaaj dell ’amicitia de’ quali non siamo riputati indegni o li quali non isdegnano la nostra, cheak piaccia loro di trattare il predetto m. Aurelio come fanno gli altri nostri più cari famigliarial che oltre che ci faranno cosa gratissima, avenendo l ’opportunità renderemo loro il cambio. Et in fede etc.

[27] Io come vi dico non posso scrivere più a·llungo né so troppo bene anchora quello che m’habbia scritto infino a qui. Ma io vi scriverò poi un’altra volta.

[28] In Vinegia, il dì XXV di Marzo MDLI.

V.ro Lodovico Castelvetro

[29] Della forma della lettera della vostra mano vorrei che faceste le gambe che fosse‹ro› più lunghe et più vaghe. Ma ne parleremo poi.