[1] Al molto mag.co m. Gio. Battista Ferrari
Suo sempre hon.
A Modona
[2] Il dì seguente dopo la partita vostra si partirono anchora Gio. Battista,2 et Vincenzo3 et si fecero accompagnare a Bartolo da Salò,4 et da molti altri tra’ quali anchora fu m. Evangelista da Cesena5 ma i compagni non passarono Este.6 Né di loro mai più n’ho inteso altro se non che Bartolo quando m’incontra mi fa honore et carezze. [3] Io non ho mai avuta la lettera vostra se non hoggi, et son certo che prima che la lettera vostra si sia partita da Modona che fosse non solamente giunto in Modona m. Bartolomeo Calora,7 o m. Virgilio in Reggio o il Puello a Parma,8 ma anchora Gio. Mariaa mio fratello et il Cavallerino9 a Modona et quasi che io non dico il Masetto10 et il Selvatico.11 [4] Adunque vi rimando le vostre lettere indietro poi che non hanno trovati quib coloro a’ quali erano indirizzate, et attendete a star sano et raccomandatemi a vostro padre et a vostra madre et ac vostra sorella.
[5] In Padova, il dì XXVI di Giugno MDLI.
V.ro Lodovico Castelvetro
[6] Le novelle che scrivete sono tanto antiche homai che più non si posson domandar novelle.
Forse Giovanni Battista Peregrino (vedi sotto, lett. xxxv).
Verosimilmente Vincenzo Badalocchi (vedi supra, lett. xxiv, n. 4).
Come molti dei seguenti, era uno studente dell’università di Padova, quasi certamente quel Bartolo Griffi da Salò ricordato tra i testimoni di due lauree nel 1551 e che si addottora egli stesso in utroque il 9 agosto 1555 (Acta graduum academicorum Gymnasii Patavini (1551-1565), pp. 15, 21 e 186). Verosimilmente si trattava di giovani frequentatori del Castelvetro, forse suoi ex allievi, diretti a casa per le vacanze estive.
Credo si tratti di Evangelista Bolli da Cesena, che si addottorerà in Arti e Medicina a Padova il 14 gennaio 1555 (Acta graduum academicorum Gymnasii Patavini (1551-1565), p. 157).
Cittadina nei pressi di Monselice. Era sulla strada da Modena a Padova, da cui dista una trentina di chilometri.
Un Bartolomeo di Ludovico Calori è ricordato tra i Conservatori il i gennaio 1538 (Lancellotti, Cronaca, V, p. 403; Al governo del Comune, p. 81); forse si tratta dello stesso ricordato, ma senza patronimico, tra i Conservatori nel 1548 e nel 1554 (Al governo del Comune, pp. 87 e 91); Bartolomeo di Giovanni Calori era invece uno zio di Pietro e Gurone Bertani (Cronaca Tassoni, p. 337). Quello menzionato in questa occasione deve essere più giovane di almeno una generazione: sarà però probabilmente un parente di Gasparo e Pietro (vedi supra, lett. xxii, n. 1), forse un fratello del secondo (quest’ultimo forse da identificare con l’omonimo «sindaco» del convento di S. Lorenzo menzionato da Suor Lucia Pioppi nel 1578: Pioppi, Diario, p. 71).
Si tratta probabilmente del parmigiano Giovanni Battista Puelli, dottore di leggi e funzionario di governo della sua città, che risulta ancora vivo nel 1577, padre di un più noto Gian Francesco (Affò-Pezzana, Memorie degli scrittori parmigiani, III, p. 666). In alternativa, si potrebbe pensare al Baldo de Puellis che il 5 luglio 1555 risulta tra i testimoni di una laurea a Padova in compagnia di Gabriele Falloppia (Acta graduum academicorum Gymnasii Patavini (1551-1565), p. 66). Non ho saputo identificare il Virgilio da Reggio.
Tra i frequentatori del Castelvetro negli anni Quaranta troviamo Annibale e Francesco Cavallerino (Barbieri, Castelvetro, i suoi libri e l’ambiente culturale modenese, pp. 65 e 72; il primo ricompare in qualità di notaio in un ricordo del Libro delle entrate e delle spese del settembre 1551: Barbieri, Il libro delle entrate, p. 216). Nella cinquecentesca Vita di Lodovico Castelvetro, p. 64, Francesco è citato come l’allievo più caro del Castelvetro, insieme all’ingrato Sigonio («Francesco Cavallerino Medico degno d’ogni lode sì per la rara sua dottrina, come per la gravità de’ suoi costumi, e belle maniere»); è probabile che si tratti di lui, anche per la prossimità a Giovanni Maria, documentata dalla sua presenza tra i testimoni del dottorato di questi a Ferrara il 28 luglio 1548 (Pardi, Titoli dottorali, pp. 150-151; in quella circostanza il Cavallerino è definito «phil. et med. D. mutinensis»). Molto più difficile pensare al Guarniero citato più sotto. Un Giacomo Cavallerino figura tra gli eterodossi modenesi della Comunità dei «fratelli» (Firpo-Marcatto, Processo Morone, I, p. 30 n. 106) e di un Antonio abbiamo alcuni componimenti nell’Estense italiano 664 [α. M 7. 38], pp. 233-244.
Certamente Giulio Masetti, un altro dei giovani studenti modenesi a Pisa (vedi infra, lett. lvi, n. 7).
Verosimilmente il Giorgio Selvatico che il 25 dicembre 1548 prese a prestito dalla biblioteca del Castelvetro un manoscritto di Teocrito (Barbieri, Castelvetro, i suoi libri e l ’ambiente culturale modenese, p. 70), forse da identificarsi nel «fiolo fu de Batista Salvaticho» che portava notizie al Lancellotti da «Meste» (Mestre?) nel gennaio 1553 (Lancellotti, Cronaca, XI, p. 341). Un Antonio Selvatico è ricordato come protagonista di un fatto di cronaca nera il 15 marzo 1557 (Pioppi, Diario, p. 32).