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Giovanni Maria Castelvetro a Lodovico Castelvetro,

s.d. [1551?]1

[1] Vi mando la dichiarazione di quel luogo del sonetto Dicemi spesso. L’autore, per modestia celando il nome suo, parla sotto persona mia.

Obedire a natura in tutto è il meglio,
ch’a contender con lei tempo ne sforza. [Rvf 361, 5-6]

[2] Non pare a quell’amico mio2 che si debba far punto dopo la parola lei sicome voleti voi che si faccia, né che altre che seguono appresso si debbiano riferir di sopra a quell’obedire, se noi debbiamo aver rispetto al parlar rettamente toscano; percioché questo modo di favellare, fu il meglio, è il meglio, sarà il meglio e altro simile, addimanda lo ’nfinito senza la particella a che gli preceda, sì come non gli ne diede il Petrarca in questo luogo, dicendo Obedir a natura in tutto è il meglio e altrove:

Noia m’è il viver sì gravosa e lunga
ch’i’ chiamo il fine, per lo gran desire
di riveder cui non veder fu meglio. [Rvf 312, 12-14]

[3] Ma voi lo congiungete con essa quando dite ch’a contender con lei, pigliando la che per parola che significhi elezione. Laonde afferma costui che il punto si debba piutosto porre alla fine del secondo verso e costruire il verbo sforza con lo ’nfinito che gli è poco inanzi accompagnato coll’a precedente, intendendo però che non significhi in questo luogo quello che i latini direbbero impellere, ma quello che noi direm‹m›o altrimenti indebolire scemandosi o togliendosi le forze del corpo, conciosiacosa che il poeta l’abbia usato in questa significazione a simiglianza di quegli altri svogliare, scarnare, scorzare, snervare, spolpare e simiglianti, i quali tutti significano privazione, pigliando la che come particella che renda cagione in questo modo: in tutto è il meglio obedire a natura, percioché il tempo ne impedisce togliendone le forze a contender con lei. [4] Usòllo ancora il Bembo in questo medesimo quando disse, imitando questo sonetto del Petrarca:

Mentre di me la verde abile scorza
copria quel dentro, pien di speme e caldo,
vissi a te servo, Amor, sì lieto e saldo,
che non ti fu a tenermi uopo a far forza.

Or che ’l volger del ciel mi stempra e sforza
con gli anni e più non sono ardito e baldo
com’io solea, né sento al cor quel caldo,
che scemato giamai non si rinforza,

stendi l’arco per me, se voi ch’io viva,
né ti dispiace aver chi l’alte prove
dela tua certa man racconti e scriva.

Non ho sangue e vigor da piaghe nuove
sofferir di tuo strale; omai l’oliva
mi dona e spendi tue saette altrove.3

[5] E se voi a questa lezzione e sentimento di questo luogo vi contraponeste, dicendo questa maniera di dire vuole essere sostenuta da due parlari diversi l’uno dall’altro in tutto è il meglio; ma se io dico in tutto è il meglio obedire a natura, ella di certo è sostenuta solamente da uno che è quell’obedire, e quale adunque sarà l’altro se voi non volete che sia ch’a contender con lei? [6] Rispondovi che bisogna soplirlo con l’aiuto del quarto verso di sopra in questo modo: obedire a natura in tutto è il meglio, vivendo da vecchio come io sono, che nasconder la mia vecchiezza menando vita da giovane percioché il tempo ne impedisce togliendone le forze a contender con lei.