[1] Vedetevi voi qual sia la modestia dell’amico vostro,2 il quale, raccontando per sua una spositione trovata da altrui et publicata già tanti anni sono passati, cela il nome suo, conciosiacosa che Alessandro Velutello3 già abbia interpretato che ‘perché’, et sforza per ‘lieva forza’.4 [2] La quale interpretatione è seguitata anchora da Gio. Andrea Gesoaldo,5 de’ quali in questo luogo non fa mentione, sì come è mia usanza di fare per tutto et di loro et degli altri, havendo anchora tralasciato di dire come paia che il Bembo affermi che il meglio et il migliore non si possano accompagnare con che di comperatione.6 [3] Di che l’amico vostro non ne fa parola, et pure se ciò fusse vero favorerebbe assai l’opinione velutellesca, et non meno al parer mio che si faccia il rispetto che si dee havere al parlar rettamente toscano, per lo quale secondo l’amico vostro non si può congiungere insieme è il meglio et a contendere, conciosiacosa che il meglio domandi lo ’nfinito senza la particella a come obedire. [4] Ma quanto l’uno e l’altro s’inganni il dimostra chiaramente il Boccaccio dicendo:
Bruno et Buffalmacco che queste cose sapevano gli havevano più volte detto che egli farebbe il meglio a goderlesi con loro insieme che andar comperando terra come se egli havesse havuto a far pallottole [Bocc., Dec. 9, 3]7
et
Di pari concordia deliberarono essere il migliore d’haver Tito per parente poi che Gisippo non havea voluto essere che havere Gisippo per parente perduto, et Tito per nemico acquistato. [Bocc., Dec. 10, 8]8
[5] Senza ch’io mi credeva che fosse cosa saputa da tutti che a particella oltre agli altri suoi uffici fusse atta a rispondere a movimento manifesto et tacito: manifesto come Cavalliere venieno a vedere di suo mestiere, tacito come Tutti dicevano che cortesia era a rimandarlo; E questa sarebbe rubberia et non furto cioè a torre per forza. Ne’ quali essempi è da supplire darsi o muoversi a rimandarlo, darsi o muoversi a torre per forza. Sì come anchora nel presente luogo è da fare: Obedire a natura in tutto è il meglio, che darsi o muoversi a contender con lei. [6] Hora, al rimanente delle parole dell’amico vostro, che più per la moltitudine loro che per lo valimento paiono richiedere risposta, dico che io confesso che la S con alcuni verbi opera accrescimento et con alcuni diminuimento, ma non dimeno non seguita che operi et l’una et l’altra cosa in alcuni altri, et quando peraventura pur ciò seguitasse alcuni, sì non seguirebbe per ciò in sforza, et donandogli io per vero che il Bembo habbia usato sforza per ispossa e per isgagliarda, il che non dimeno a me non è in tutto manifesto, che si conchiude altro se non che egli abbia male inteso questo luogo et male seguitolo, [7] sì come anchora di leggieri può avenire che egli l’habbia male insegnato ad Alessandro Velutello, il quale sì come idiota et credulo lo raccolse dalla bocca di lui et d’alcuni altri et questa et il rimanente delle sue spositioni?
Forse Lodovico Dolce (si veda supra, lett. 4, n. 1).
Alessandro Vellutello (1473-1550 c.a), sul quale rimando a Dionisotti, Vellutello, Belloni, Laura tra Petrarca e Bembo, pp. 58-95 e Albonico, Osservazioni sul commento di Vellutello.
«[…] perché a voler con essa natura contendere, il tempo che qui fra noi ogni cosa consuma, Ne sforza, cioè ne leva le forze» (cito dalla ristampa del 1550 Vellutello, Petrarca, c. 195v, prima edizione 1525). Il componimento in questione è, come si è visto nella lettera precedente, Rvf 361 (in particolare i vv. 5-6: «Obedir a Natura in tutto è il meglio, / ch’a contender con lei il tempo ne sforza»). La glossa che compare nell’edizione postuma del commento petrarchesco non accoglie questo suggerimento, risultando in linea con la chiusa della lettera presente: «Il tempo ne sforza.) Cioè, la vecchiezza mi fa forza, alla quale non si può resistere» (Rime del Petrarca, p. 156).
Giovanni Andrea Gesualdo (1496-?), altro celebre commentatore di Petrarca: De Rosa, Gesualdo, Belloni, Laura tra Petrarca e Bembo, pp. 189-225. Questo il passo: «[…] il tempo ne sforza, ne vince a forza, o ne toglie il podere, perché il tempo che cangia, e scema, et al fine occide le cose mortali, fa quello, che la natura di ciascuna richiede» (cito dalla ristampa del 1541 Gesualdo, Petrarca, p. ccclxxvv, prima edizione 1533).
«Leggesi Meglio e Il meglio; ma l’una si pon quando la segue la particella Che, alla quale la comperazione si fa: Sì facciam noi meglio che tutti gli altri uomini. Il meglio poi si dice, quando ella non la segue: E vuolvi il meglio del mondo» (Bembo, Prose, pp. 289-290 [III lxvii]). Come ipotizzato da Motolese, Per lo scaffale di Castelvetro, fino al 1567 (cioè ai tempi della precipitosa fuga da Lione) Castelvetro usò un esemplare dell’edizione Torrentino 1549 (il postillato è conservato a Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Pal. [11] C 10. 5. 8: Motolese, L’esemplare delle Prose); dopo la perdita di esso ripiegò su una copia dell’edizione Marcolini del 1538 collazionata con la torrentiniana (l’esemplare è stato identificato dallo stesso Motolese con quello conservato a Yale, Beinecke Library, cod. Rosenthal 14).
L’edizione 1527 (quella utilizzata correntemente da Castelvetro: Frasso, Per Lodovico Castelvetro, pp. 472-473, Motolese, Per lo scaffale di Castelvetro, pp. 109-110) presenta qualche piccola variante; probabilmente da ascrivere al copista le differenze a testo: «Bruno et Buffalmacco, che queste cose sapevano, gli havevan più volte detto, che egli farebbe il meglio a goderglisi con loro insieme, che andar comperando terra, come se egli havesse havuto ad far pallotole» (Boccaccio, Decameron 1527, c. 235v).
«[…] di pari concordia deliberarono essere il migliore d’haver Tito per parente, poi che Gisippo non haveva esser voluto, che haver Gisippo per parente perduto, et Tito per nimico acquistato» (Boccaccio, Decameron 1527, cc. 268v-269r).