[1] Al molto mag.co m. Gio. Battista de
Ferrari scolare Modonese et a’ compagni
suoi hon.
A Pisa
In casa di prete Angelo da Sant’Andrea
[2] Novelle venute dalla corte Imperiale scritte il dì 4o di Genaio.2 Che lo ’mperatore era stato molestato dalla gotta ma era in buoni termini.3 Che il contado di Tiruolo dà quest’anno 140 mila fiorini allo ’mperatorea et promette i seguenti di dare tutto quello che potrà, che il Duca Dolce4 va in Danismarche a far quattromila cavalli per lo ’mperatore. [3] Che i soldati che hanno assediato Magdeburg avanzando 1200 fiorini per le loro paghe né essendo pagati hanno dato danno d’un miglione d’oro. Che Mauritio verrà alla corte come siano pagati i predetti soldati.5 [4] Che va al concilio a Trento il Melantone,6 il Camerario, Giovanni Maggiore,7 et Bertelio per presentare un libro della riforma della chiesa.8 Che l’Arcivescovo di Magonza, et di Treviri9 che sono al concilio dubitano molto de’ soldati sopradetti di Magdeburg, et perciò vorrebbono tornare nelle loro contrade, [5] che i Franceschi hanno presob Niru in Piemonte;10 che lo ’mperatore paga ogni mese trentamila paghe all’assedio di Parma et della Mirandola; che i Piacentini pagano ogni mese scudi mcc, per aiuto et sussidio della guerra. Che Augusta ha rimessi in su’ pergami predicatori simili a’ cacciati dallo ’mperatore.
[6] Novelle dal medesimo luogo scritte il dì X, che Gio. Battista Castaldo,11 et Sforza Pallavicino12 hanno amazzato il Cardinale Fra Giorgio come persona che tentasse novità, et si riaccostasse al Turco,13 né per la morte sua è surto alcun movimento nella Transilvagna, [7] che il luogotenente di Lucimborgo14 ha sconfitto cento huomini d’arme franceschi et due compagnie di fanti, che la reina Maria ha posto una nuova gabella d’uno et mezzo per cento d’ogni mercatantia che entri et esca d’Anversa, [8] che il Re di Franzia15 ha arso gran paese verso la Fiandra perché gli ’mperiali non passino in Franzia di colà, che quattro navi francesche haveano presa una nave inghilese vegniente di Spagna carica di mercatantia, et che gl’Inghilesi hanno avinazzati i franceschi et uccisi.
[9] Io sono stato questi dì prossimi passati in varii luoghi qui intorno laonde io non so che cosa nuova sia avenuta nella città o alla Mirandola o a Parma. Pure tenterò di scrivervi alcuna cosetta. [10] Tornò Costanzo Tassoni dalla corte né si crede che il Bertano gli donasse cosa alcuna per la portatura del capello ma senza dubbio promesse grandic et egli ha giucato et venti assai scudi.16 Madonna Lucia Bertana fu comare in luogo della Duchessa giovane di Mantova17 nel battesimo del figliuolo del Conte Troiolo, et m. Helia18 non giugnendo a tempo l’ambasciatore di Firenze fu compare in luogo suo; l’apparecchio et il romore fu grande ma alla cena venne meno il pane.19 Il rimanente non è da narrare in così poco tempo et carta. [11] È venuto Gio. Andrea Cortese20 da Roma et rapporta che l’Hersilia vuole che la moglie di m. Paolo Levizzano, et la Cavalleressa Morana21 vadano a Roma, et prescrive la pompa la quale vuole che trapassi quella delle parenti papali. Adunque merranno due lettiche,d et quattro mulli, et tanti damigelli et tante damigelle et esse saranno così vestite. [12] A questa voce s’è desto Paolo mio22 et s’appresta senza però far motto a niuno amico o parente a far loro compagnia et a vestire la moglie senza risparmiare a spesa, et hoggi s’è andato col cavalliere Morano23 al Campo per salutare Gio. Battista di Monte et domandar licenzia d’andare a Roma.24 [13] Non è cosa che monti poco, spendi poco se sa non può spendere meno di cccc scudi d’oro in questa andata. Non è dunque vero sempre che i generatori savi producano i figliuoli savi.
[14] I soldati papali hanno fatto un forte presso alla fossa della Mirandola,e i Mirandolesi ‹non› l’hanno potuto loro vetare per non havere artelaria grossa che ruini i gabbioni, hanno però morti da un quaranta fanti, et altrettanti guastatori i quali guastatori hanno tre giulii il giorno per huomo.25 [15] Molti soldati sono venuti di nuovo a piede et a cavallo, et molti guastatori, né più è così libera l’andata et l’uscita della Mirandola a’ vettoaglieri et se l’accerchieranno di fosse come si dice che vogliono fare non v’entrerà più vittoaglia la quale in verità è stata assai, et tanta che apena altri il crederebbe.26 Vero che poca paglia et poco fieno v’è entrato. Né perciò si rimane di fare scaramuzza. [16] Il Marchese di Maragnano27 dee venire a Montecchio28 et in sul Reggiano con tre o quattromila fanti sì per isgravare i paesi dove sono che più non gli possono tolerare sì per impedire le vittoaglie che vengono del Reggiano, et di Toscana. In Guardasone29 è Corneglio Bentivoglio et in Monte Cirugolo30 Domenico Arciano31 li quali sicurano le vittoaglie che vanno in Parma dove il Duca haf proposti premi a’ portantile, et ciò ha partorita una gran dovitia in Parma. [17] Il Conte Hercole de’ Contrari32 era fatto colonnello dal Marchese di Marignano, ma il Duca nostro nol vuole licentiare se lo vogliono adoperare intorno a Parma o alla Mirandola. Il Conte Hercole Rangone tornerà giunto che sia il Sala33 mandato in suo luogo, et si truova havere speso del suo sei o settemila scudi in questa ambascieria. [18] Non mi torna hora a mente altro di notabile se non certe astutie usate in mandare vittoaglia dentro dalla Mirandola et specialmente porci in grandissimo numero le quali peraventura vi potrei raccontare un’altra volta. State sani et salutatemi gli amici.
[19] In Modona, il dì XIX di Genaio MDLII.
[20] Il Reggiano è molto più in preda degli Spagniuoli che non è il Parmeggiano, et così sono pigliati et tormentati i Reggiani per fargli far taglia come i Parmeggiani né di là da Reggio verso Parma si semina et il Duca nostro dorme.
Come mi suggerisce Salvatore Lo Re, al quale devo anche altre preziose indicazioni per il commento a queste pagine, è probabile che tali «novelle» derivassero dai dispacci del nunzio Pietro Camaiani o, forse meglio, da indiscrezioni di familiari di Pietro Bertani (Bertani-Camaiani, Nuntiaturen). Sull’ingarbugliata situazione politica delle prime settimane del 1552, si vedano Jedin, Il Concilio di Trento III, pp. 507-532 e Álvarez-Ossorio Alvariño, Moti di Italia (in particolare le pp. 338-356).
Ovviamente Carlo V.
Difficile identificare questo «Duca Dolce». In Danimarca regnava allora Cristiano III, che impose nei suoi domini la confessione luterana con rara brutalità, arrivando a far decapitare il vescovo cattolico islandese Jón Arason (1550). Due suoi fratellastri, Giovanni di Oldenburg e Adolfo di Holstein-Gottorp, educati rispettivamente alle corti di Alberto I di Prussia e di Filippo I d’Assia, detenevano allora il titolo di duchi di Schleswig-Holstein. Forse si tratta di uno di loro. Pietro Bertani, in un dispaccio da Innsbruck del 5 gennaio 1552 ricorda che «il duca di Olsatia [cioè, appunto, di Holstein] si è offerto servir Sua Maestà con 4000 cavalli, et questa mattina si è risoluta la sua condutta che sarà per li paesi di Fiandra» (Bertani-Camaiani, Nuntiaturen, p. 135). Pioppi, Diario, p. 19 menziona tra i principi ribelli a Carlo V un «duca Franctos [sic] fratello del sacro re d’Amismarca».
Il principe Maurizio di Sassonia (1521-1553). Proprio in quei giorni, con un inatteso voltafaccia, aveva siglato un accordo con Enrico II e con i cosiddetti «Principi belligeranti» per contrastare Carlo V; ma era informazione ancora riservata, che trapela nelle lettere del Castelvetro solo un paio di mesi dopo (vedi infra, lett. xxxvii).
Questa è l’unica menzione dell’eresiarca nel carteggio superstite di Castelvetro, che – come è noto – tradusse il De Ecclesiae auctoritate et de veterum scriptis libellus (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 7755, parte I, autografo; la parte II consiste in una copia ottocentesca di mano dello Scriptor vaticano Giuseppe Spezi; il Libricciuolo è ora edito in Mongini, Filologia ed eresia, pp. 173-279), ma non i Loci communes, come pure pretende una vulgata dura a morire. Per l’intera questione: Garavelli, Gli scritti “religiosi” di Castelvetro, pp. 267-273 (e anche Geri, Castelvetro traduttore di Melantone e il recentissimo Rossignoli, Castelvetro Translator of Melanchton). Colgo l’occasione per segnalare gli appunti di Pietro Antonio Serassi sul codice vaticano, mai studiati finora da chi si è occupato della questione, conservati a Bergamo, Biblioteca Civica “A. Mai”, Serassi, 67 R 5 (9), f. [6]r-v, che confermano come l’erudito settecentista avesse effettivamente visionato l’autografo castelvetrino e ne avesse dato notizia al Tiraboschi.
Non trovo di meglio che interpungere per congettura (l’autografo ha «il Camerario Giovanni Maggiore») e distinguere il melantoniano Joachim Camerarius (1500-1574) dal successivo «Giovanni Maggiore». Quest’ultimo, come pure il «Bertelio», doveva essere uno dei teologi della delegazione sassone al Concilio, delegazione che in verità non arrivò mai a Trento. Oltre ai già citati Jedin, Il Concilio di Trento III, pp. 507-532 e Álvarez-Ossorio Alvariño, Moti di Italia, si veda il sempre utile Pastor, Storia dei Papi, VI, pp. 81-90. In un dispaccio del Bertani da Innsbruck, 22 gennaio 1552 si legge: «qui si tien per certo che il Melantone, Giovan Maggiore, Sturmio, et molti altri vengono, il che io dubito assai […]» (Bertani-Camaiani, Nuntiaturen, p. 152).
In effetti, la delegazione sassone avrebbe dovuto presentare al Concilio appunto un «libro della riforma della chiesa», ossia un documento elaborato in base alla Confessio Saxonica redatta da Melantone l’anno precedente, che avrebbe dovuto essere dibattuto nella XV sessione conciliare, dedicata all’Eucaristia e al presbiterato; tale sessione si tenne il 25 gennaio, assenti i protestanti, nonostante fosse stato loro concesso un discusso salvacondotto (Jedin, Il Concilio di Trento III, p. 429).
Cioè, rispettivamente, Sebastian von Heusestamm († 1555) e Johann von Isenburg († 1556).
Non conosco questo toponimo. Paleograficamente non ci sono dubbi sulla forma, ma può darsi che Castelvetro abbia copiato, e frainteso, una fonte scritta (come forse anche nel caso del «Duca Dolce»). Forse si allude a Verrua, piccolo comune sul lato destro del Po poco oltre la confluenza della Dorea Baltea, effettivamente occupato dalle truppe francesi nel 1552; come informa, per esempio, Campana, Vita di Filippo II, II, c. 74v.
Condottiero campano al servizio dell’Impero (1493-1565?), celebre per aver preso in consegna Francesco I al termine della battaglia di Pavia (De Caro, Castaldo).
Marchese di Cortemaggiore, figlio di Manfredo Sforza. Vicino a Pier Luigi e Ottavio Farnese, passò nel 1550 ai servizi di Ferdinando d’Austria. Morì nel 1585 (Argegni, Condottieri, II, p. 394).
L’influente ungaro-croato Fra Giorgio Martinuzzi, ispiratore per molti anni di una politica di compromesso con i turchi, assassinato il 17 dicembre 1551 in seguito a un ordine giunto direttamente da Vienna (si veda De Caro, Castaldo, p. 565). La notizia della sua morte giunse a Modena all’inizio del ’52, come documenta una lettera di Pietro Bertani al cardinal Innocenzo del Monte, 8 gennaio 1552, parzialmente edita in Setton, The Papacy and the Levant, p. 581 n. 59 (dell’opera del quale importa tutto il capitolo dedicato a quelle vicende, pp. 565-615; la lettera si legge anche in Bertani-Camaiani, Nuntiaturen, pp. 138-139). Suor Lucia registra l’eco dell’evento il 24 gennaio, da una lettera spedita a Cesare Grillenzoni da un amico della cerchia del Castaldo (Pioppi, Diario, pp. 16-17). A Pisa il Giovio la apprese addirittura il 18 (Giovio, Lettere, II, p. 216). Sulla notizia si dilunga, con un certo inusuale sdegno, l’Adriani (Adriani, Istoria de’ suoi tempi, p. 321); più neutro il Segni (Adriani-Segni, Storie, I, p. 173). Si veda anche Campana, Vita di Filippo II, II, c. 80r.
Verosimilmente Pietro Ernesto I di Mansfeld-Vorderort (1517-1604).
Enrico II (1519-1559). La «regina Maria» è invece verosimilmente Maria d’Absburgo (1528-1603), figlia di Carlo V e moglie di Massimiliano II.
Come ricorda la Cronaca Tassoni, p. 337, il Bertani era cugino del cronista (Alessandro Tassoni), perché figli di due sorelle, Bianca e Polissena Calori. Costanzo, nipote di Alessandro, era dunque imparentato col neocardinale. Il 12 giugno 1560 fece sposare sua sorella Virginia a Giovanni Castelvetro, probabilmente il nipote di Lodovico, figlio di Nicolò e fratello, tra gli altri, di Lelio e Giacomo (Cronaca Tassoni, p. 346; la giovane morì due anni dopo, forse di parto: Cronaca Tassoni, p. 348). Questo Costanzo va probabilmente identificato con il «Costanzo Tassone» ricordato da Forciroli, Vite, p. 205 tra i familiari di Guido Ascanio Sforza di Santa Fiora, in compagnia di Giovanni Falloppia, Paolo Grillenzoni e altri. La stilettata finale del Castelvetro si accorda con il ritratto del Bertani fornito dal Lancellotti, che lo dice dedito al gioco d’azzardo (vedi infra, lett. liii, n. 7).
Dovrebbe trattarsi di Caterina d’Absburgo (1533-1572), figlia di Ferdinando I. Andata in sposa, nel 1549, a Francesco III Gonzaga, ne rimase vedova dopo pochi mesi. Nel 1553 si sarebbe risposata con Sigismondo II Augusto di Polonia.
Elia Carandini (1494-1579), cognato del Castelvetro (ne sposò la sorella Bianca), lettore di diritto a Modena nel 1536 e soprattutto avvocato di grido e personalità di rilievo nella Modena del tempo. Tra i firmatari del Formulario di Fede del 1542, «mai apertamente simpatizzante delle idee riformate e tuttavia assai sensibile al problema della riforma della Chiesa e alla lotta contro gli abusi» (Peyronel Rambaldi, Speranze e crisi, p. 225), Elia si troverà spesso a fianco di uomini vicini al movimento eterodosso (Peyronel Rambaldi, Speranze e crisi, pp. 174, 155 e 225). Assunse, tra l’altro, il patrocinio del Castelvetro al tempo del processo Longo, insieme al figlio Paolo (Tiraboschi, Biblioteca Modenese, I, pp. 396-397; su Longo vedi infra, lett. liii, n. 13), e fu mandato nel 1556 a Ferrara per protestare contro l’applicazione del breve papale che intimava la consegna di Bonifacio e Filippo Valentini, Antonio Gadaldini e lo stesso Castelvetro (Valentini, Il principe fanciullo, pp. 101-102). Su di lui, si vedano almeno Panini, Cronica, pp. 159 e 168; Vicini, Le “letture pubbliche” in Modena, p. 97; Dotti Messori, I Carandini, pp. 13-16 e Forciroli, Vite, pp. 204-205.
Così narra l’evento suor Lucia: «Il dì 10 batteggiarono il figliuolo dell’illustrissimo signore da San Secondo nato dall’illustrissima signora Lionora Rangona sua signora sposa; lo portorono al Duomo, accompagnato da cento gentildonne incirca delle più nobile di Modena; fu compatre l’eccellentissimo signor duca di Ferrara, et lo tene in suo luoco gl’illustrissimo signor Batistino Strozzo; compatre gl’eccellentissimo signor duca di Fiorenza, lo tene per lui il magnifico signore Elia Carandini; compatre l’eccellentissimo signor duca di Mantova, lo tene per lui un gran signore suo segretario mandato a posta a Modena; il quarto compatre fu l’eccellentissimo signor duca Giovanni Batista di Monte, lo tene per lui un suo ambasciatore, perché non si levava dall’assedio della Mirandola. Comatre la sacratissima regina di Buemia, per lei lo tene la signora Lucia Bertana, detta la signora Gurona, per nome Cosmo et Pier Maria; fu ritornato a casa honorificamente, et giunto che furono al palazzo dell’illustrissimo signor conte Uguzzone Rangone suo suocero trovarono preparata una superbissima colattione con infinità di diversi pastei di zuccaro, et d’ogni sorte di confetture, talché n’ebbero la maggior parte della città. Finita la colattione si partirono assai gentildonne, ma gli restò la signora Lucia suddetta con grandissima compagnia di gentilhuomini et gentildonne, alli quali fu fatta la sera dopo cena belissima et superbissima festa, et durò sino al chiaro giorno seguente» (Pioppi, Diario, p. 16). Altri dettagli nel solito Lancellotti: «El Sig.r Troilo di Rossi da S.to Secondo zenere del Sig.r conto Uguzon Rangon ha fatto batezare el suo primo fiolo nato dalla Sig.a Leonora fiola del detto Sig.r conto Uguzon predetto e della Sig.a Antonia Palavicina da hore 22 nella giesia cathedrale de Modena per le mane de don Zirolimo Burattino capellano overo parochiano della capella de S.ta Agata sotto la quale ge el detto Sig.r conto Uguzon, et ge hano posto nome Pietro Maria» (Lancellotti, Cronaca, XI, p. 96, 10 gennaio 1552).
Uomo politico modenese. L’anno dopo sarebbe stato estratto tra i Conservatori (Lancellotti, Cronaca, XI, p. 326 e 351), corpo ai quali appartenne ripetutamente negli anni Cinquanta anche il Levizzani, «mercante e banchiere». Quest’ultimo, figlio di Antonio e padre di almeno tre figli, Giovanni, canonico di S. Luca, Alberto e Giovanni Francesco, fece rogare il proprio testamento il 14 agosto 1557 (Peyronel Rambaldi, Speranze e crisi, pp. 162 e 199; Al governo del Comune, pp. 88-94).
La moglie di Sigismondo Morano (sul quale vedi infra, n. 22), cioè Camilla Cortesi, nipote del cardinale di S. Ciriaco alle Terme Giovanni Andrea Cortesi. Suor Lucia la menziona come madrina di un battesimo il 1573 e ne ricorda la morte il 17 marzo 1577 (Pioppi, Diario, pp. 52 e 69).
Secondo la ricostruzione di Sandonnini, Lodovico Castelvetro, pp. 92-94, Paolo Castelvetro sarebbe nato intorno al 1524, avrebbe sposato una figlia di Gaspare Ferrari, Ippolita (il 10 dicembre 1548, come documenta un ricordo di Lancellotti, Cronaca, IX, p. 452; desumo il nome della moglie da Barbieri, Il libro delle entrate, p. 216) e sarebbe stato ucciso il 5 maggio 1557 da Giuseppe Manetta. Altre notizie in Sandonnini, Lodovico Castelvetro, pp. 91-97. Il ms. Campori γ. V 4. 7 n° 17 (Prove della Genalogia della Famiglia Castelvetri, XVIII sec.) della Biblioteca Estense Universitaria di Modena suggerisce una data diversa: «Rispetto a Paolo, che fu Cavaliere, questi cessò di vivere per una ferita riportata nella pancia sotto li 4 marzo 1557, come da registri de morti, che si conservano nel Segreto Archivio della Città alla pag.a 71, e di lui dicesi essere stato Giovine molto onorato, e liberalissimo» (f. 3r). Ad ogni buon conto, l’8 maggio dello stesso anno Giovanni Maria Castelvetro (evidentemente anche in nome di Lodovico, latitante, di cui curava gli interessi) fa istanza per poter entrare in possesso dell’eredità di Paolo, che non aveva avuto figli (almeno legittimi).
Sigismondo Morano fu figura di prima grandezza nella Modena del tempo (suoi incarichi nelle magistrature del Comune sono ripetutamente ricordati in Al governo del Comune, pp. 95-96, 99 e 101-103). Il Panini (che scriveva nel 1567) lo ricorda così: «Ci sono i Morani illustrati hora dall’honorato Cavaliere Sigismondo, il quale ornato di lettere, et di bel giudicio poco fa è stato per servitio del suo Principe a Massimigliano Imperatore con molta lode sua, et sodisfattione d’essi Principi» (Panini, Cronica, p. 160). Tale ambasciata alla sede imperiale iniziò il 6 gennaio 1565, come documenta il rapido profilo biografico del Morano compilato due secoli più tardi da un discendente (Morano, Serie genealogica, pp. 58-59). Tra le missioni svolte, un’ambasciata a nome dei Conservatori di Modena presso Ercole II nell’ottobre 1554 è menzionata da Lancellotti, Cronaca, XIII, p. 208, mentre il Vedriani (Historia, II, p. 559) lo ricorda come membro della delegazione modenese che nel novembre 1559 ricevette Alfonso in occasione del suo solenne ingresso a Ferrara (Ercole era morto il 3 ottobre; Morano, Serie genealogica, p. 59 ne indica la partenza da Modena il 26 novembre). Come s’è detto supra, n. 20, sposò Camilla Cortesi (l’atto dotale è del 4 settembre 1542). Negli ultimi anni di vita fu governatore in Garfagnana. Morì l’11 aprile 1577 (lo ricorda, stavolta esattamente, anche Pioppi, Diario, p. 69, non sempre affidabile quanto alle datazioni). Pare che dal 1543 al 1547 fosse sotto la tutela di Giacomo Castelvetro, padre di Lodovico (Barbieri, Il libro delle entrate, p. 211). Una sua lettera a Ottavio Farnese, Modena, 25 agosto 1559 (Parma, Archivio di Stato, Epistolario scelto, cass. 5, s.v. Caro, Annibale, edita in Ronchini, Lettere d’uomini illustri, pp. 451-452) ci informa che era in possesso di una copia del Giudicio sopra la canzone di Annibal Caro attribuito da Giovanni Galvani ad Alessandro Melani (attribuzione che però non convince), oggi conservato in esemplare unico nel manoscritto Campori 142 (γ. A 3. 9) della biblioteca Universitaria Estense di Modena (fu in parte edito da Cavazzuti, Lodovico Castelvetro, Appendice, pp. 27-33).
Si confronti il passo castelvetrino con le notizie riferite dal Lancellotti: «El M.co Siximondo cavalero di Morani modeneso s’è partito da Modena questa matina con la sua consorte et la consorte de M. Paulo Livizan et altre honorevole cittadine per andare a Roma ad atrovare la fiola fu del R.do M. Jacomo Corteso modeneso […] credo che el consorte della predetta sia el Sig.r Zan Batista de Monto nipote de papa Julio 3o» (Lancellotti, Cronaca, XI, pp. 124-125, 14 gennaio 1552).
L’11 gennaio, secondo quanto narra il Lancellotti, il bastione era ancora in costruzione: «Nova del campo del papa che è al assedio della Mirandola più de 8 mesi fa, che fano un fortino apreso alla porta della Mirandola una balestrada denante al forto grando de S.to Antonio per serarli che non possano uscire e lori se defendeno et ne amazano assai con artelaria grossa e minuta et archebuxi et ge assaissimi guastadori» (Lancellotti, Cronaca, XI, p. 97).
Opposta la voce raccolta dal Lancellotti: «Se dice che […] detta Mirandola sta malissimo a vittuaria, da pan in fora» (Lancellotti, Cronaca, XI, p. 125, 14 gennaio 1552).
Il celebre condottiero Gian Giacomo Medici (1498-1555), marchese di Marignano e fratello del futuro Pio IV.
Montecchio Emilia, sull’Enza.
Vedi supra, lett. xxxii, n. 7.
Oggi Montechiarugolo, a una quindicina di chilometri da Parma, proprio in faccia a Montecchio, dall’altra parte dell’Enza.
Non trovo informazioni su quest’individuo; forse il nome andrà corretto per congettura.
Ercole Contrari «gentilhuomo principale di Ferrara, e fra tutti i Ferraresi cortese e liberale» è menzionato in [Anonimo], Vita di Lodovico Castelvetro, p. 72 tra i discepoli dell’ultima ora di Lodovico, e fra i suoi più caldi protettori (secondo il cronista Forciroli, Vite, p. 127, lo avrebbe ospitato a Vignola dopo la fuga da Roma; d’altra parte, la lett. 7 è indirizzata, durante la latitanza, proprio in casa del Contrari). Di lì a poco fu nominato governatore di Modena (1556), ma lo rimase per breve tempo (gli subentrò nel 1557 Alfonso Trotti). Morì tragicamente, verosimilmente assassinato dai sicari di Alfonso II, il 2 agosto 1575 (Campori-Solerti, Luigi, Lucrezia e Leonora d’Este, pp. 51-52).
Probabilmente Giberto IV Sanvitale (1527-1585), dal 1550 conte di Sala (oggi Sala Baganza).