[1] Al molto mag.co m. Aurelio Bellincino suo hon.
A Pisa
[2] Tornando di villa a stare in città m’avenni nell’essequie di m. Rigo Cimicello,2 et s’haveva novella che m. Baldisera suo figlio3 era stato in sul morire in Parigi eta hora era migliorato. [3] Antonino Artuso venendo dalla fiera di Vignuola fu ammazzato da Federico Coccio per havere usato amichevolmente con la moglie di Federico la quale era de’ Rocchi4 et s’è detto che ella altresì è stata ammazzata dal marito alla Piopa ma non lo so certo.5 [4] Vennero nove preti riformati con autorità ducale vescovile et cardinalesca et forse papale et con grandissimo favore di molte sante persone entrarono in San Bernardino,6 diedero voce di volere insegnare le tre lingue famose et le scienze et l’astrologia per l’amor ‹di› Dio, et così i primi della città mandarono i loro figliuoli et in gran numero. [5] Il mobile et la massericcia vola loro in casa et bucinasi di dar loro la lettura et il salario del Sigone,7 molti maestri da scuola come scioperati vanno pensando di procacciar sua civanza8 altrove. [6] Non è però vero che sappiano alcuna lingua, non cheb sappiano insegnare le tre famose. Ma così va il mondo. Si togliono le limosine fatte a’ poveri bisognosi et si danno a costoro.
[7] Perché Franc.o Beniamino andava dicendo che il governatore9 primac era venuto meno della fede a sua figliuola10 et poscia fatta la havevad avelenare fece il governatore commettere la causa al podestà,11 al vescovo12 et al capo de’ Conservatori.13 [8] Comparìo il Beniamino avanti il podestà il quale nol sostenne quantunque n’havesse commissione. Comparìo davanti il vescovo il quale lo ’mprigionò ma egli fatta forza al guardiano se ne fuggì né si sa dove sia andato. [9] M. Alberto Bellinzino domandò sovenimento al Commune con molti prieghi per potere mandare Aurelio suo figliuolo14 allo studio et da’ Conservatori che erano allhora gli furono fatte dare lire venti. Non fu reputata cosa molto horrevole per la casa et horrevole et ricca et specialmente essendo m. Bartolomeo15 de’ Conservatori. [10] Mattheo Maria del Vecchio morì. Gio. Battista figliuolo di m.o Gio. Thomaso Fontana ha presa per moglie una sorella di Beltramo. Ser Alessandro Foschiera morì.16 Anchora che m. Gio. Battista17 il quale porterà questa lettera sia per dirvi le novelle che vi scrivo pure ho voluto che le ’ntendiate anchora per la mia penna perché se non m’uccellate non pare che vi siae odiosa. [11] Homai deve essere un mese passato che io non ho ricevuta vostra lettera et non so perché, salvo se non siete occupato tanto intorno allo studio che v’habbiate dimenticati noi altri, ma ricorda‹te›vi alcuna volta di scriverci et ogni soggetto purché sia scritto da voi ci piace. [12] Aspetto d’intendere come vi sodisfaccia l’Alba,18 et se starete in compagnia di m. Gio. Battista questo anno, il quale avanti agli altri se ne viene solo; hora, perché è tanto solecito et solo, io argumentando al largo concluderei che fosse inamorato, se non fosse che voi non me n’havete mai fatto motto. State sano.
[13] In Modona, il dì XXX di Settembre MDLI[I].
V.ro Lod. Castel.
[14] Salutate m. Remigio,19 et l’Argentero20 da parte mia, et m. Sozzino.21
Importante figura della vita pubblica modenese del tempo (Lancellotti, Cronaca, X-XII, ad indicem), che operò anche da intermediario in transazioni commerciali per conto dei fratelli Castelvetro (Barbieri, Il libro delle entrate, p. 213). Rigo va considetato ipocorismo di Enrico, e il personaggio va identificato appunto con l’«Henrico Cimisello di età de anni 65 o circa» oggetto di un breve ma vivace necrologio da parte del solito cronista (Lancellotti, Cronaca, XI, p. 296, ricordo datato 18 settembre 1552). Tra l’altro, da lui e dai fratelli Antonio e Napoleone i Castelvetro avevano acquistato la tenuta della Verdeda, tra Bastiglia e S. Prospero Modenese, nel 1538 (Sandonnini, Lodovico Castelvetro, p. 269). Il 25 giugno 1556 Lodovico avrebbe ulteriormente ampliato le sue proprietà della Verdeda acquistando un altro appezzamento di terra da Camillo Cimicello (Barbieri, Il libro delle entrate, p. 218).
Baldassarre Cimicelli, «Modenese Rimatore del secolo XVI», è ricordato per «alcune Poesie MSS. nel Codice Pagliaroli e nell’Estense» da Tiraboschi, Biblioteca Modenese, II, p. 40 (effettivamente tre suoi sonetti si leggono nell’Estense italiano 664 [α. M 7. 38], pp. 109-111). Anche lui era un affezionato frequentatore della biblioteca del Castelvetro (Platone in greco e latino il 21 dicembre 1546, il 19 novembre 1547 e il 22 aprile 1548 e Valerio Flacco il 3 dicembre 1547; Barbieri, Castelvetro, i suoi libri e l’ambiente culturale modenese, pp. 66 e 68).
Probabilmente la famiglia modenese dei della Rocca.
Sull’episodio si diffonde Lancellotti, Cronaca, XI, p. 297: «Sabato a dì 24 ditto [24 settembre 1552]. È morto Antonino fiolo de Antonio Artuxo venendo dalla fera da Vignola in la villa della Nizola in le prade della Gazzade, et ge stato dato 4 ferite el quale era merzadre zoveno de anni 32 o circa el quale piatezava con Ser Zohano Cavallarino per causa de una compagnia de merzaria fatta insciemo pochi anni fa. Se dice essere stato certi di Cozi et dui della Rocha perché lui era amico della sua consorte et era compagno de suo marito Lattancio el quale Antonino non haveva mogliere et teneva una femina al dispetto de suo patre et ha uno fiolo in casa de suo patre et era zugadore cosa che non se convene a uno botegare […] El detto è stato conduto a Modena da hore 22 e posto in S.to Zohano apresso la porta Saliceto e in poco de hora fu portato nel Carmene e sepelito in la sua sepultura […] Se dice che ge hano tolto scuti 25 de roba venduta alla fera».
S. Bernardino, vicino all’odierna chiesa delle Grazie. Secondo quanto riferisce Lancellotti, Cronaca, XI, p. 131, «la scola della compagnia de Jesu da 8 dì in qua è stata principiata de ruinare per farge la strada ampla e larga al incontro della porta» (19 febbraio 1552). In seguito, XI 176 (11 aprile 1552), Giovanni Andrea Manzuoli si adoperò presso il Comune perché fosse assegnata ai gesuiti una nuova sede «in luoco de quello suo ruinato per esserge stato fatto la strada della porta Bazohara; et se ge offerto la compagnia de S.to Erasmo overo de S.to Bernardino» (XI 176, 11 aprile 1552). Il trasferimento fu compiuto il i gennaio 1553 (XI 328). Mi chiedo se questo personaggio così sollecito verso la Compagnia possa essere identificato, ironia della sorte, con l’omonimo esponente della “comunità dei Fratelli”, che il 17 marzo 1568 si costituì davanti al Morone (Al Kalak, L’eresia dei fratelli, pp. 41 n. 155, 82 e ad indicem, Felici, «Col capo velato», p. 109). Sui tentativi di introduzione della Compagnia di Gesù a Modena si veda Amorth, I Gesuiti a Modena, che ricorda come all’inizio i gesuiti si insediarono in una proprietà messa a loro disposizione da Giovanni Battista Bisciola. I «preti riformati» citati dal Castelvetro, quasi tutti giovani, arrivarono a Modena il 24 settembre 1552 dopo un lungo viaggio a piedi da Roma. Erano in realtà dieci e li guidavano Cesare Aversano e Adriano da Witte. L’insegnamento iniziò due giorni dopo, il 26 settembre, e la scuola ebbe all’inizio un centinaio di alunni, che però si ridussero ad un quarto nel giro di un paio d’anni. Sebbene il Comune avesse promesso una sovvenzione di 100 ducati, nel 1555 risultava insolvente, probabilmente a causa delle pressioni dell’oligarchia municipale più ostile, di cui il Castelvetro e la sua cerchia erano parte integrante. In quell’anno il collegio cessò in pratica di funzionare, per essere riaperto solo nel 1591 (Amorth, I Gesuiti a Modena, pp. 7-10).
Il Tiraboschi informa che il salario iniziale del Sigonio ammontava a 150 lire, ma che col tempo esso crebbe fino a 300 lire (Tiraboschi, Biblioteca Modenese, V, p. 178).
Civanza, ‘guadagno’ (dal franc. chevance). Arcaismo, che però non sorprende sulla penna del Castelvetro.
Ferrante Trotti.
Per l’inquietante storia di Francesco Beniamini e di sua figlia Lucrezia, alla quale Castelvetro dedicò gli epigrammi xiii e xiv, e la cui vicenda fu poi riecheggiata dal nipote Giacopo, rimando a Garavelli, Una sventurata Griselda.
Giovanni Maria Crispi di Libourn (Vicini, I podestà di Modena, pp. 202-205).
Il domenicano bolognese Egidio Foscarari (1512-1564), Maestro del Sacro Palazzo (1547), nominato vescovo di Modena il 23 maggio 1550. Nell’ottobre del 1558 fu convocato da Michele Ghislieri a Bologna per essere interrogato nel contesto del processo al suo predecessore Giovanni Morone. Tradotto a Roma, il 21 gennaio 1559 fu rinchiuso a Castel Sant’Angelo, dove rimase fino ad agosto, quando sopraggiunse la morte di Paolo IV (Feci, Foscarari).
Capo dei Conservatori di Modena era nel terzo trimestre del 1552 Giovanni Castelvetro, zio di Lodovico e padre di Simone e Giulio Cesare.
Aurelio di Alberto Bellincini, giurisperito e canonico del Duomo, viene menzionato il 28 settembre 1559 come rappresentante di un gruppo di studenti che sollecitano la nomina di un lettore di «Instituta» presso i Conservatori (Vicini, Le “letture pubbliche” in Modena, p. 134); ed è ricordato con onore, insieme al suo omonimo Aurelio di Agostino (che è poi il corrispondente di questa lettera del Castelvetro), come giureconsulto e canonico della Chiesa di Modena (Panini, Cronica, pp. 159 e 168). Una lettera di Francesco Ghini al card. Morone da Modena, 29 giugno 1566 ce lo mostra intento a studiare Aristotele in compagnia del «Sig. Cav. Morani» (probabilmente Sigismondo Morano, su cui vedi supra, lett. xxxiii, n. 22) e del mittente (Tiraboschi, Biblioteca Modenese, II, p. 396). Fu tra i testimoni prodotti dalla difesa nel corso del processo per l’omicidio di Alberico Longo.
Bartolomeo Bellincini (Lancellotti, Cronaca, XI, p. 262 lo ricorda estratto nelle liste dei Conservatori il 27 giugno 1552; più tardi sarebbe diventato consigliere: Al governo del Comune, pp. 90 e 92). Figlio di Ludovico Bellincini e fratello di Francesco (il senatore romano) e di Aurelio, è menzionato in un ricordo del Libro delle entrate e delle spese di casa Castelvetro datato 15 aprile 1550 (Barbieri, Il libro delle entrate, p. 215). È probabilmente lui il «sindaco» del convento di S. Lorenzo menzionato da Suor Lucia nell’ottobre 1565 (Pioppi, Diario, p. 47). Difficile stabilirne il grado di parentela con Alberto: probabilmente ne era un cugino in seconda. Un altro Bartolomeo, probabilmente un nipote, è ricordato da suor Lucia alla fine del secolo (Pioppi, Diario, p. 53).
«È morto Alexandro fratello de M. Petro Foschero zoveno di età de anni 25 e senza mogliere» (Lancellotti, Cronaca, XI, p. 298; il cronista non ricorda gli altri fatti menzionati da Castelvetro; o almeno non figurano nel testo a stampa, che presenta però lacune e omissioni ex silentio).
Giovanni Battista Ferrari, compagno di studi del Bellincini a Pisa (su cui vedi supra, lett. xxvi, n. 1).
Vedi supra, lett. xxxvii, n. 28. Questa costante attenzione del Castelvetro all’insegnamento del Mandelli è forse indizio di un interesse più generale, se è vero che nel 1555 l’Alba fu chiamato da Ercole II allo studio di Ferrara, benché infine morisse durante il viaggio (Pardi, Lo studio di Ferrara, pp. 122-123).
Remigio Migliorati († 1554), di Borgo S. Sepolcro, lettore di filosofia e logica a Padova e ordinario di filosofia a Pisa dall’a.a. 1547-1548 alla morte (Storia dell’Università di Pisa I, II, p. 526). All’Argentieri (vedi la nota successiva) indirizzò l’anno dopo un opuscolo De putredine, ripetutamente ristampato negli anni seguenti.
Giovanni Argentieri [Argenterio] (1513-1572), medico e umanista. Dal 1543 professore di medicina teorica nello studio di Pisa, nel 1549 era stato nominato professore di medicina pratica, cattedra che tenne fino al 1555, quando si trasferì a Napoli (Storia dell’Università di Pisa I, II, pp. 506-507 e Mondella, Argenterio).
Non si tratta né di Lelio, che a quel tempo era ormai oltralpe (nell’estate del 1550 a Wittenberg, il i gennaio 1552 a Ginevra), né di Fausto o Camillo, i cui rapporti con Castelvetro sono attestati solo più tardi, non prima degli anni Sessanta (Mongini, Filologia ed eresia, pp. 94-114); ma del ferrarese Sozzino Benzi ([Benci], ordinario di medicina pratica a Pisa dal 1546 al 1554 (Storia dell’Università di Pisa I, II, p. 509; aveva anche insegnato a Ferrara, almeno nel 1544, come nota Pardi, Lo studio di Ferrara, p. 227). È verosimilmente un suo figlio il «[…] Bentius f. Socinus» che si addottora in arti e medicina a Ferrara il i dicembre 1547 (Pardi, Titoli dottorali, p. 146). Nell’autografo il poscritto è inserito tra data e firma.