[1] Al molto mag.co m. Aurelio Bellincino
scolare di legge da Modona S. suo
A Ferrara
Da San Guiglielmo in casa della Guerza
[2] Egli si suol dir proverbialmente a Modona ogni famiglia ha un pazzo scoperto, ma quella de’ Carandini n’ha due, et io homai posso con verità dire la mia n’ha tre: Vincenzo, Francesco et Lucca;2 percioché secondo me la promossa al Rettorato non è altro che un publico palesamento di pazzia et d’ignoranza, il quale accompagna il promosso infino alla morte.3 [3] Havendo inteso che i Modonesi haveano tratte le spade nel voler vincere la pruova di mostrarsi più pazzi de’ Carpiggiani, né dicendosia quali fossero rimasi con honore o con vergogna m’imaginai, et affermai che i nostri eranb que’ della vergogna, ma poi che havevano ricevuta vergogna fossero almenoc restati senza danno, cioè senza rettore. [4] M. Gio Battista4 sed sentisse i dispiacerie fatti a lui et agli altri fatti a ·ttorto non solamente non havrebbe favoreggiato quel carpeggiano5 a spada tratta contra’ suoi, anzi non istarebbe in sua compagnia né gli favellerebbe, senza che come io intendo egli è ignorante et di perduti costumi,f che altrimenti nong sarebbe accusatore. [5] Il Vicerettorato dell’altro modonese conferma una opinione commune che la famiglia de’ Fontani è più aventurata in quantità di dottori che in qualità. [6] Egli non vorrà far dishonore a’ suoi maggiori et dubito assai che m. Benedetto,6 s’è stato di favoreggiatori suoi et consigliatori a scoprirsi mezzo pazzo et ignorante, non habbia una opinione la quale ha un mio amico molto letterato eth dotato d’acutissimo ingegno dal quale, et non già da me, lai dee havere imparata, che si dee tentare ogni via perché niuno impari accioché essi che hanno imparato sieno più riguardevoli tra’ suoi; poiché il promuovere altrui al Vicerettorato è certissimo impedimento allo ’mparare.
[7] Mi sarebbe piaciuto che più tosto v’haveste fatto medicare a Modona che a Ferrara, sì perché io reputo ij medici nostri più valenti et più amorevoli, sì perché questa maniera d’infermità richiede servigi quali solamente la madre o la sorella o le cognate sogliono volere et potere fare, et non i fanti o le fanti. Ma anchora più mi sarebbe piaciuto che foste vivuto in guisa che non vi foste infermato.7 [8] Di quello che mi scrivete non vi so consigliare se non chek io vi vedrei volentieri fuori di Ferrara, et ogni altrol luogo è molto più convenevole.8 Pure vi penserò sopra. [9] Io sono stato impacciato in certa divisione del capitale fatta tra noi et Paolo, la quale era molto difficile a farsi.9 Non mi sento né bene né male. [10] Guido Machella ha presa per moglie la sorella di Lanfranco Fontana.10 Giuliom Cesare Castelvetro nostro va a Trento per podestà.11 A Dio.
[11] Il dì XVIII di Genaio, in Modonan MDLIII.
Lod. Cast.
3 dicendosi] chi ha cass.
3 eran] per corr. su era
3 almeno] qui cass.
4 se] hav cass.
4 dispiaceri] giusti cass.
4 costumi,] et cass.
4 non] può essere cass.
6 letterato et] dotto cass.
6 la] l’ha
7 reputo i] medici cass.
8 se non che] che agg. interl.
8 altro] altruo
10 Giulio] Cast cass.
11 Modona] Il dì cass.
Un «Vincenzo fiolo fu de M. Zan Batista Castelvetro, il quale ha strusiato tutto el suo», è citato in Lancellotti, Cronaca, XII, p. 149 (ricordo del 20 luglio 1554). Lo si ritrova in una nota del Libro delle entrate e delle spese del 1546 che ce lo mostra già alle prese con i creditori (Barbieri, Il libro delle entrate, pp. 211 e 214). Francesco Castelvetro, che sarà menzionato tra gli accompagnatori di Giulio Cesare Castelvetro a Trento nel febbraio 1553 (vedi infra, n. 10), era un nipote di Lodovico: figlio di Nicolò, e fratello dunque dei più celebri Giacopo, Lelio e Giovanni, doveva essere particolarmente scapestrato, se il 18 novembre dello stesso anno Castelvetro lo interdice perpetuamente nel proprio testamento (rogato da Giammaria Barbieri: Sandonnini, Lodovico Castelvetro, pp. 88 e 90). Quanto a Luca Castelvetro, è citato spesso tra gli studenti modenesi a Ferrara testimoni alla laurea dei compagni negli anni 1550-1552 (Pardi, Titoli dottorali, pp. 156 e 164), finché il 22 settembre 1553 finalmente si laurea in utroque anche lui (Pardi, Titoli dottorali, p. 167). In quell’occasione è detto figlio di un Francesco Castelvetro, che non può però essere il precedente. Un Luca Castelvetro figura come avvocato della Camera Ducale nel 1570 in documenti conservati a Modena, Archivio di Stato, Particolari, b. 333.
Luca Castelvetro viene infatti registrato come Rettore dei Legisti nell’anno accademico 1553-1554 (Pardi, Lo studio di Ferrara, p. 70). Sulle prerogative del Rettore: Pardi, Lo studio di Ferrara, pp. 56-66.
Probabilmente Giovanni Battista Ferrari (vedi supra, lett. xxvi, n. 1).
Questo riferimento corrobora l’identificazione del «Costantino» della lettera successiva con Costantino Coccapani, che era appunto di Carpi (vedi infra, lett. xliv, n. 2). Il disappunto di Castelvetro è probabilmente dovuto all’elezione del Coccapani come Vicerettore dello Studio ferrarese.
Benedetto Manzuoli (vedi supra, lett. xxxvii, n. 16).
Si allude naturalmente a una malattia venerea, il che spiega la puntura del moralista. Le prostitute ferraresi godevano di una certa fama letteraria, basti pensare alla Facezia xxv del Bracciolini o al ben noto Lamento d’una cortigiana ferrarese. Quanto alla tradizione medica modenese, è sufficiente evocare il nome del Falloppia.
Una lista dei lettori attivi a Ferrara nell’anno accademico 1552-1553 si può leggere in Pardi, Lo studio di Ferrara, pp. 228-229. Non è facile capire se la sufficienza espressa da Castelvetro su quello Studio muovesse dall’antipatia personale per qualche docente (il Pigna?) o se facesse leva su considerazioni più generali (nella lett. xlii chiama la città «prigione fangosa» e già nella lett. xxv aveva scritto al Bellincini che «Ferrara non mi piace per istudiare per alcuno amico mio»).
Come è noto, i rapporti di Lodovico e Giovanni Maria con Paolo furono tutt’altro che facili. L’accenno è chiarito da alcuni passi del Libro delle entrate e delle spese di casa Castelvetro ritrovato e pubblicato recentemente da Andrea Barbieri. In sostanza, il 20 settembre 1550 i quattro fratelli maschi superstiti di Giacomo Castelvetro, e cioè il primogenito Nicolò, Lodovico, Giovanni Maria e Paolo, negoziarono la successione paterna. Una settimana più tardi, Paolo ottenne da Lodovico i trecento scudi della dote della moglie Ippolita, reclamati, non sappiamo perché, dal suocero, e altri duecento scudi che l’altro fratello Nicolò aveva avuto in precedenza dal padre di Ippolita, che forse era stata promessa al ricco primogenito, ma poi effettivamente data in moglie all’ultimo. La lettera di Castelvetro ci fa capire che la vertenza si trascinò per le lunghe. Il seguito riservò ulteriori turbolenze: di lì a poco, in ottobre (1553), Lodovico e Giovanni Maria addirittura mossero un’istanza al podestà di Modena per far interdire Paolo, che replicò il 7 novembre citando in giudizio i tre fratelli (Barbieri, Il libro delle entrate, pp. 215-216). A lumeggiare ulteriormente i contorni di questo bell’ambientino familiare, ricordo che nel suo testamento del 17 ottobre 1566 lo stesso Giovanni Maria inserisce un proprio figlio naturale, Gisippo, «putativo di Paolo suo fratello» (Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Campori γ. V 4. 7 n° 17, f. 2v). Non sappiamo come siano andate veramente le cose, ma ciò basta a spiegare su quali basi potè formarsi la leggenda di una denuncia di Lodovico al tribunale dell’Inquisizione da parte di Paolo, che, lo ricordo, morì nel 1557 ([Anonimo], Vita di Lodovico Castelvetro, pp. 66-67; Muratori, Vita di Lodovico Castelvetro, p. 32).
Turbolento rappresentante di una potente famiglia modenese, tradizionalmente rivale dei Bellincini, mandante, e forse co-esecutore, di numerosi omicidi. Nato a Modena intorno al 1530, morì, esule, in Lunigiana nel 1563 (Bertoni, Fontana). Lanfranco Fontana viene definito «principale di quella famiglia, et huomo, che a posteri ha lasciato assai, che ragionare di lui» da Panini, Cronica, p. 139.
«Martedì a dì 7 febrare. El M.co dottore in lege M. Julio Cesare Castelvetro fiolo del M.co dottore e cavallero M. Zohano cittadino modeneso s’è partito questa matina da Modena da hore 15 con una bella compagnia de cavalli per andare alla città de Trento per podestà de detta città e quelli che sono andati con lui sono li infrascritti, videlicet: lo excellente M.ro Simon fisico suo fratello, M. Petro Polo Valentino, M. Francesco Castelvetro et Ser Zohano di Re e dui servitori, a cavallo tutti. Li detti sono tornati in Modena a dì 20 del detto» (Lancellotti, Cronaca, XI, p. 349, che continua con il resoconto dell’ingresso solenne a Trento, avvenuto il 10 febbraio, descritto sulla testimonianza di Francesco Castelvetro). Giulio Cesare Castelvetro, figlio di Giovanni e fratello del più celebre Simone (sul quale vedi infra, lett. liii, n. 21), studiò diritto a Bologna e Padova (anche grazie a una raccomandazione del Bembo al duca Ercole II), ma si addottorò a Ferrara con Andrea Alciati il i luglio 1546, insieme al fratello Simone (Pardi, Titoli dottorali, p. 142), e fu subito dopo ascritto al collegio dei giureconsulti di Modena. Suor Lucia ricorda il battesimo del figlio Germanico il 12 febbraio 1564 (Pioppi, Diario, p. 61). Nel 1567, al tempo della cronaca del Panini, era «Podestà di Mantova carissimo per la virtù sua a quella città, et al principe» (Panini, Cronica, p. 160). L’anno dopo fu designato come podestà a Lucca, ma l’assunzione effettiva della carica fu ostacolata dalla parentela con Lodovico, a quel tempo scoperto eretico pertinace ed esule, come dimostra il Tiraboschi citando una sua supplica a Cesare Gonzaga signore di Guastalla da Modena, 25 giugno 1568 (Tiraboschi, Biblioteca Modenese, I, pp. 486-487; una consimile supplica, ma indirizzata a Vespasiano Gonzaga lo stesso giorno, si legge in Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Est. It. 582 [α. S 1. 34], p. 265). Era tra i più illustri giureconsulti della città secondo Panini, Cronica, p. 168. Si veda anche Sandonnini, Lodovico Castelvetro, pp. 19-20.