[1] Al molto mag.co m. Aurelio Bellincino
Scolare di leggi da Modona suo hon.
In Ferrara
Da San Guiglielmo in casa
della Guerza
[2] L’oppositione vostra fatta all’origine bembesca della voce madriale in quanto non possa discendere da materiale molto mi piace, che se in Toscana e altrove si dice madrigale o madricale non può la g o la c havervi havuta entrata per la voce materia; non mi piace già in quanto non possa discendere da mandra, potendosi di mandra formare il nome aggiunto discendente mandricale servata la regola del discendere.2 [3] Ma questa origine nona è sottoposta ad altra opposi‹ti›one se non che n. senza necessità si dileguerebbe. Ma la vostra è sottoposta a molte più, perciò che et si dilegua n et riceve d etb viene da voce non usata,c né nella nostra lingua né nellad latina et quello che monta piùe né nella greca, non si trovando ne’ libri communi da’ quali i volgari l’havessero potuta prendere. [4] Appresso guardatevi che non si dice madrigalo ma madrigale, il che dimostra che non è compositione ma finimento della lingua latina usitato come naturalis, materialis et simiglianti. [5] Laonde per ischifare tutte le oppositioni si potrebbe dire che s’originasse da madre, madricale o madrigale aggiunto di canzone che poi per parlar brieve s’è fatto nome per se stante, et sono tali canzoni leggieri quali s’imprendono per le fanciulle o per gli fanciulli dalle madri, se non vogliamo dire domestiche et famigliari come diciamo anchora lingua materna. [6] Ognhora più veggo che questi nostri giovani li quali sono allo studio di Ferrara hanno men senno, poiché si sono anchora condotti ad accompagnare come servitori vestiti ad una assisa questo Constantino,3 che glif ha tanto dannificati et ingiuriati, et il Duca fece ottimamente a fargli ballare sì come coloro che sono più leggierig che una canna commossa dal vento.4 [7] Io il dirò pure: essi non meritavano di nascere a questi dì, ma a’ dì che io nacqui, quando il mondo era sepellito nella feccia della ignoranza et della villania. A Dio.
[8] Il dì 2 di Ferraio MDLIII in Modona.
v.ro Lodo. Castelvetro
[9] Mandai già molti dì sono le lettre di m. Lione a Luca, il quale saluto insieme con m. Manfreddetto.5
«[…] queste universalmente sono tutte madriali chiamate, o perciò che da prima cose materiali e grosse si cantassero in quella maniera di rime, sciolta e materiale altresì; o pure perché così, più che in altro modo, pastorali amori e altri loro boscarecci avenimenti ragionassero quelle genti, nella guisa che i Latini e i Greci ragionano nelle egloghe loro, il nome delle canzoni formando e pigliando dalle mandre; quantunque alcuna qualità di madriali si pur truova, che non così tutta sciolta e libera è, come io dico» (Bembo, Prose, p. 152 [II xi]). Delle due etimologie proposte dal Bembo, la prima, come postilla Dionisotti, non è altrimenti nota; la seconda era già stata avanzata da Antonio da Tempo («[…] notandum quod mandrialis est rithimus ille qui vulgariter appellatur marigalis. Dicitur autem mandrialis a mandra pecudum et pastorum, quia primo modum illum rithimandi et cantandi habuimus ab ovium pastoribus», Antonio da Tempo, Summa, p. 70). L’etimologia di madrigale è tuttora discussa; mi limito a rimandare a Beltrami, La metrica italiana, pp. 287-289.
Si tratta quasi certamente di Costantino Coccapani, figlio di Giovanni Battista, che si era addottorato a Ferrara in utroque il 23 gennaio 1553, e che risultava a quella data Vicerettore dello Studio (Pardi, Titoli dottorali, p. 166). Molto meno probabile pensare al Giulio Costantino che ci ha lasciato delle Osservazioni sopra la lingua volgare tra le carte ferraresi di Alberto Lollio (Ferrara, Biblioteca Ariostea, Cl. I, 319 [3]). Un Giulio Costantini «Segretario del Cardinal di Trani» (cioè Giandomenico de Cupis) figura infine nelle Lettere facete dell’Atanagi con una lettera a destinatario non indicato (idest censurato) da Roma, 17 gennaio 1550 (Lettere facete 1561, pp. 476-479), dalla quale si evince un soggiorno romano almeno di un quindicennio. Vedi Dorez, La Cour du Pape Paul III, I, p. 57 n. 2.
Riferimento a Lc 7, 24 («Sed quid existis in desertum videre? Arundinem vento moveri?»), piuttosto che a Mt 11, 7 («Quid existis in desertum videre? Arundinem vento agitatam?»).
Come supra, lett. xliii, e infra, lett. li, nell’autografo il poscritto è inserito tra data e firma. I personaggi citati sono tutti di difficile identificazione. «Luca» potrebbe essere Luca Castelvetro, a quei tempi studente a Ferrara, come il Bellincini (vedi supra, lett. xliii, n. 1 e 2); ma più verosimilmente è Lucca (Castelvetro negli autografi sembra usare sistematicamente la forma con la scempia per il toponimo, quella con la geminata per l’antroponimo), e chi viene salutato è dunque «m. Lione».