[1] Al molto mag.co m. Aurelio Bellincino
da Modona Scolare di legge s. suo
A Ferrara
[2] [È certa]2 persona amica che mi racconta per cosa certa che già sono alcuni mesi che Benedetto Lusignano hebbe [da voi] una mia lettera in Ferrara, et la mandò a m. Aurelio Bellincino, cioè a suo fratello,3 ma fu portata a m. Aurelio Bellincino,4 cioè a vostro cugino, con una sua lettera nella quale gli scriveva che la dovesse mostrare a m. Philippo Valentino. [3] Mi farete piacere se mi scriverete la verità, la quale io non credo che mi celerete, cioè se egli vi furò questa lettera o voi gliele deste, et che cosa conteneva questa lettera o che cosa apparteneva a m. Philippo. [4] Io non feci mai dispiacere a Benedetto Lusignano, ma non sapendo egli gli ho giovato tanto che le cose stanno in guisa che senza dubbio senza il mio giovamentoa non istarebbono.5 [5] Di nuovo vi dico che mi farete piacere grandissimo se non mi nasconderete nulla. State sano.
[6] In Modona, il dì XIX di Marzo MDLIII.
V.ro Lud. Castelvetro
4 senza il mio giovamento] agg. interl.
L’autografo presenta una macchia in alto a sinistra, che compromette la lettura dell’inizio di due righe (almeno sul microfilm che ho utilizzato).
Per capire esattamente il gioco di riferimenti del Castelvetro occorre tener conto anzitutto di una nota di Lancellotti, Cronaca, X, p. 430, che qualifica così Benedetto: «Benedetto de Lixignani detto Ricino fiastro de M. Alberto Belencino». Benedetto era fratellastro di Aurelio di Alberto Bellincini, l’Aurelio corrispondente di Castelvetro era figlio di Agostino Bellincini, e il terzo Aurelio deve essere Aurelio di Ludovico, cugino appunto di Aurelio di Agostino (vedi la nota seguente).
Il prepotente Aurelio di Ludovico di cui discorrono a più riprese i cronachisti: Lancellotti, Cronaca, XII, pp. 48-49 (27 dicembre 1553); Cronaca Tassoni, p. 348 (1562, anno in cui si trovava in esilio a Parma); Vedriani, Historia, II, p. 563. Tra l’altro, rimase gravemente ferito, e perse un occhio, in seguito allo scoppio di quel prototipo di lettera esplosiva messa a punto nel 1562 dal perfido Lanfranco Fontana (su cui supra, lett. xliii, n. 9).
L’apprensione del Castelvetro si spiega facilmente: Benedetto Lusignano era venuto alle mani, l’11 giugno 1551, con Uguccione Castelvetro, ed era stato «ferito malamente suxo la testa». Il Castelvetro era stato perciò bandito dalla città, e aveva trovato rifugio a Venezia. Il 22 marzo 1552 «M.a Paula consorte fu de M. Uguzon Castelvetro con la consorte de M. Uguzon suo fiolo et M. Lodovigo Castelvetro se sono partiti questo dì da Modena per andare a Venetia dove al presente sta detto M. Uguzon per essere bandito de Modena e dale terre del Duca e condennatto 1600 lire per ferite date a mesi passati a Benedetto Lixignano detto Ricino e la sua consorte restarà con lui, cossì se dice, et hano menato servitori e servitrici con lori e de bonissimi vini e altro». La condanna definitiva sopraggiunse il 3 giugno. Il 21 settembre, però, Uguccione poté rientrare a Modena, pagando 350 scudi al Lusignano, a titolo di risarcimento (Lancellotti, Cronaca, X, p. 430, XI, pp. 162, 251 e 290). Verosimilmente Lodovico temeva che Benedetto sfruttasse qualche suo accenno incauto per seminare discordia tra lui e il Valentini, i rapporti con il quale si erano a quella data molto raffreddati, forse anche per la cattiva prova di sé che questi aveva fornito come sindaco della città.