XLVII

Lodovico Castelvetro ad Aurelio Bellincini,

Modena, 25 marzo 15541

[1] Al molto mag.co m. Aurelio Bellincino
S. suo osser.
A Roma

[2] Io ho sempre conosciuto che io sono amato da voi fuori di misura, ma hora non meno me ne sono aveduto considerando che voi, traportato dalla troppa affettione verso me, vi fate a credere che io sappia fare sonetti, il quale non ne composi mai alcuno se nona nella mia gioventù per ischerzo et per essercitamento dello ’ngegno, li quali non dimeno non passano il numero di quattro o di cinque,2 percioché io che non sono menob rigido stimatore delle cose mie che mi sia delle altrui, conobbi apertamente che seguitando simile impresa havrei male impiegata la fatica non potendo pervenire a quella gloriosa perfettione che io haveva conceputa nell’animo. [3] Per che m’havrete per iscusato se vi niego quello che concedere non vi posso, et tanto meno vel potrei concedere quante più lodi, la vostra merzé, m’havete dato appresso quella gentilissima Madama, et quanto ella è più cortese, et sormonta le altre di bellezza di corpo et d’animo.3 [4] Io non mi rimarrò di dirvi anchora questo, che sono alcune arti la perfettione delle quali non si può trovare nella nostra città, non per difetto degli ’ngegni; ma per difetti de’ ricevitori degli effetti suoi, come sono la dipintura, la scultura, l’architettura, la poesia. [5] Quale è colui che nella patria nostrac potesse comperare un‹a› pintura o una statua di Michel Angelo, o edificare una casa secondo il modello d’Antonio da San Gallo o d’alcun altro famoso architetto, o meriti d’essere celebrato in versi eterni per valore, et per degna magnificenza? Molti de’ quali si truovano in Roma et per conseguente anchora molti poeti, et specialmente m. Hannibale Caro, il quale a me è molto caro anchora che io non habbia altro che la buona volontà da dimostrargli che egli mi sia tanto caro. Adunque lo risaluterete da parte mia. [6] Quid si dice che Giacomo Barozzo è morto a Livorno venutovi ammalato di Corsica,4 et Guidoe Cimicello è in caso di morte a Bologna pure venutovi ammalato di Corsica. [7] Qui è venuto un Coccapane chiamato Camillo il giovane,5 il quale si vanta d’haver letta ritorica in Roma a paragone del Cesano,6 et d’havergli levati gli scolari, et domanda la lettura del Sigone, etf ha portata un’ode bellissimag a me, et un’altra al Melano,7 et messo fuori un sonetto molto vago delh venerdì santo, ogni cosa come sua. [8] Di che io me ne sono riso, sapendo il sonetto essere della Marchesana di Pescara,8 et le ode del Lampridio9 et di m. Gio. Dallacasa,10 et gli dico che torni a Roma, poi che è sì degno poeta, et che in Roma non v’è un suo pari. [9] Io andrò un quindici dì a spasso, et potrebbe essere chei arrivassi a Padova, se troverò cosa nuova ve la scriverò. A Dio.

[10] Il dì XXV di Marzo MDLIIII. In Modona.

Lod. Castel.