[1] Io vi rimando le scritture tutte che mi mandaste di que’ valentissimi giovani, li quali da parte mia vi piacerà di salutare assai e di ringraziare della buona opinione che portano, la loro merzé, di me, e di rallegrarvi con loro della riposta sua dottrina, accompagnata da vaghezza di dire, dimostrantesi in queste loro scritture. Tra’ quali io, come vi scrissi, non mi sentendo punto sufficiente a ciò, non sono per dar sentenzia a niuno partito del mondo. [2] Solamente dirò che tutto quello di sostanziale che in questa quistione è stato addotto dal Budeo, dal Glareano, dall’Alciato2 e da Tiberio Scardua,3 trattanea una auttorità di Sidonio Apollinare prodotta in mezzo dall’Alciato, fu originalmente d’Antonio Costanzo da Fano4 e di Paolo Marso, li quali, commentando il calendario d’Ovidio del mcccclxxxii, cioè prima che alcun de’ sopranominati fosse nato e niuno di loro avesse udito mai ricordar lustro o olimpiada, lasciarono scritta l’uno la maggior parte delle dette cose sopra quel verso del secondo libro, Iam tria lustra puer furto conceptus agebat [Ov. fast. 2, 183], e l’altro il rimanente sopra quell’altro del terzo, et e pleno tempora quinta die [Ov. fast. 3, 164].5
[3] E appresso che io non ho, come che io v’abbia posta molta cura, tra le sue parole molte scritte in questa materia saputo comprendere quanto spazio di tempo apunto comprendesse l’olimpiada, e pure alcuno autore non allegato da loro puntualmente lo determina, cioè Jasacio Tzetze6 nella sposizione di Licofrone; di cui queste sono parole contenenti non pur questa, ma molte altre specieltà dell’olimpiada:
ραϰλῆς ϰαταπολεμήσας Αὐγέιαν τὸν βασιλέα τῆς λιδος λίου δὲ παῖδα ϰαὶ ϕιβόης, διὰ τὸ μὴ λαβεῖν τὸν μισϑόν τὸν ὑπὲρ ϰαϑάρσεως τῆς ϰόπρου τῶν βoῶν, ϰαὶ τὴν λιν πορϑήσας ἐϰ τῶν λαϕύρων, ἐϰεῖσε ἀγῶνα τῷ λυμπίῳ Διὶ συνεστήσατο, ϰαὶ λύμπιον τοῦτον ἐϰάλεσεν, ἐτελεῖτο δὲ ὀ ἀγὼν, ϰατὰ πενταετηρίδα, ἢ τὸ σαϕέστερον ϕάναι ϰατὰ μῆνας πεντήϰοντα. ἠγονίζοντο δὲ οἱ ἀϑληταὶ πένταϑλον ϰαὶ ἑτέρους ἄϑλους. ὁ δὲ πένταϑλος ἦν πυγμή, δρόμος, διάλμα, δίσϰος, ϰαὶ πάλη. ἐν τῇ ϰαταρχῇ δὲ ϰαὶ τῷ τεϑέντι πρώτῳ ἀγῶνι, ραϰλῆς προεϰαλέσατο ἐις πάλην τον βουλόμενον, ὁυδενὸς δὲ τολμῶντος, ὁ Ζεὺς παλαιστῇ ἑιϰασϑεὶς, συνέμιξεν ραϰλεῖ. ϰαὶ μέχρι πολλοῦ τῆς πάλης ἰσοπαλοῦς γενομένης, ὁ Ζεὺς ϕανεροῖ ἑαυτὸν τῷ παιδὶ. τὰ δὲ λύμπια πέντε ἡμέρας ἐτελεῖτο, ἀπὸ ιά τῆς σελήνης μέχρι ὅλης ιέ. προεγυμνάζοντο δὲ πρώην, ἡμέρας λʹ.7
[4] Le quali suonano così nella lingua nostra:
Avendo Ercole mossa guerra ad Augia figliuolo di Elio e d’Ifiboa, re di Elide, per la mercede pattovita per lo nettamento del letame delle vacche non pagatagli, e vintolo e messa a ruba Elide, ordinò quivi della preda una solenne tenzone de’ giuochi ad onore di Giove Olimpio, e dinominolla Olimpia, e si celebrava la predetta solennità di cinque anni in cinque anni, o, per parlar più evidentemente, di cinquanta mesi in cinquanta mesi. Et era proposta a’ giucatori la tenzone del Pentatlo e d’altri giuochi. Il Pentatlo conteneva cesto, corso, salto, disco e lotta. Adunque, costituita questa solenne festa, da prima Ercole sfidò a lottar con lui qualunque n’avesse voglia, ma non comparendo niuno per paura di lui, Giove, presa forma di lottatore, s’azzuffò con Ercole, né in processo di tempo conoscendosi qual di loro avesse il migliore, Giove si palesò al figliuolo. Ora durava la solennità Olimpia cinque giorni, cominciando dall’undecimo della luna e continuandosi infino al sesto decimo compito, e i giucatori s’essercitavano prima giorni trenta.
[5] E ultimamente cheb io desiderarei che coloro li quali affermano il lustro non contenere se non quattro anni mi mostrassero la via da rispondere a certe parole d’Asconio Pediano poste nella sposizione della divinazione di Cicerone, il quale, parlando de’ censori, disse: I‹i›dem completo quinquennio lustrabant, et soli Taurilia sacrificia de sue, ove, tauro faciebant;8 e quest’altre di Livio poste nel ix libro dell’edificazione della città: Ap. Claudius Censor circumactus decem et octo mensibus (quod Aemilia lege finitum Censurae spatium temporis erat) quum C. Plantius collega eius magistratu se abdicasset, nulla vi compelli, ut se abdicaret, potuit [Liv. 9, 7, 32];9 con le seguenti poco appresso: Triennium, inquit, et sex menses ultra quam licet lege Aemilia censuram geram et solus [Liv. 9, 7, 34]. [6] Per le quali apertamente si comprende che l’ufficio de’ censori communemente durava cinque anni compiuti, e per conseguente il lustro ancora.10 Il che si potrebbe medesimamente manifestare per altre dimostrazioni, le quali al presente tralascio. [7] Né per aventura sarebbe malagevole cosa ad imaginarsi alcuna sufficiente risposta all’autorità le quali in prima vista paiono contrariare a questa parte a chi vi si volesse appigliare, dicendosi primieramente che Ovidio in que’ versi Hic anni modus est, in lustrum accedere debet / quae consumatur partibus, una dies [Ov. fast. 3, 165-166] non prese lustrum per lo spazio di quattro o di cinque anni, come altri si crede, ma per febraio, appellandolo lustrum, cioè ‘purgamento’, rispondendo egli ad una tacita quistione che altri avrebbe potuto fare, e domandare in qual mese fosse da riporsi il giorno che si costituisce de’ quarti del dì in quattro anni. [8] Benché, s’egli lasciò scritto il verso che va inanzi a questi così, Et e pleno tempora quinta die [Ov. fast. 3, 164], io dico quinta, e non quarta, come si truovono avere alcuni testi scritti a mano, e per conseguente porto opinione che il quinto di un dì, e non il quarto, con ccclxv dì fosse il termine giusto annovale, si potesse11 dire che prendendosi in quel luogo lustrum per ispazio di cinque anni non servirebbe di niente, convenendosi il quinto anno, e non il quarto, trammettersi il giorno composto di cinque parti, e perciò si verebbe ad afforzare la parte contra la quale è addotto.
[9] Appresso, che Plinio, là dove dice:
Omnium quidem (si libeat observare minimos ambitus) redire easdem vices quadriennio exacto Eudoxus putat non ventorum modo, verum ut reliquarum tempestatum magna ex parte. Et est principium lustri eius semper intercalari anno caniculae ortu. [Plin. Nh 2, 130]12
senza dubbio pose lustrum in significazione di ‘giramento’ e di ‘ritorno’. [10] Avegna che, se fosse lecito a parlar liberamente di tanto uomo, non sarebbe forse falso se si dicesse ch’egli credette, non penetrando più adentro nella verità del luogo d’Ovidio che si faceano gli spositori moderni, con l’esempio suo sicuramente in questa materia non pur potersi usare lustrum per ispazio di quattro anni, ma quinto per quarto ancora, conciosiacosa che nel capo viii del secondo libro della naturale istoria dica:
Deinde Solis meatum esse partium quidem trecentarum sexaginta, sed ut observatio umbrarum eius redeat ad notas quinas annis dies adiici, superque quartam partem diei. Quam ob causam quinto anno intercalaris dies additur ut temporum ratio solis itineri congruat. [Plin. Nh 2, 35]13
[11] Poi, che nessuna persona dotata di sano intelletto si troverebbe, la quale negasse che non si possa intendere del duodecimo anno il luogo d’Orazio Fortuna lustro prospera tertio / belli secundos reddidit exitus [Hor. carm. 4, 14, 37-38], potendosi anchora, se la materia il richiedesse, dell’undecimo, del tredecimo, del quattordecimo e del quindecimo, servata la sua significazione naturale e propria che è di cinque anni; percioché può avenire chec sia nel terzo lustro il primo, il secondo, il terzo, il quarto o il quinto anno, e sempre sarà vero che sarà avenuto nel terzo lustro. [12] La qual risposta potrebbe aver luogo nelle parole di Sidonio scritte a Turno, Sed ut chyrographo facto docetur, cauta centesima est foeneratori, quae per bilustre perducta tempus modum sortis ad duplum adduxit [Sidon. epist. 4, 24, 1], cioè, non come l’interpreta l’Alciato, non molto diligente abachiero d’usure, ‘tirata per otto anni’, ma ‘tirata per otto anni e quattro mesi’, accioché il numero de’ cento mesi per lo quale l’usura centesima pareggia la sorte si possa trovar; a che doveva egli aver più riguardo che alla pruova della sua opinione con conto diffettuoso. [13] Adunque, chi può negare che l’usura non sia passata per lo tempo bilustre, se già aveva toccato il terzo anno, e il terzo del quarto anno del secondo lustro?d
[14] E ancora, che altri potrebbe affermare, se vogliamo che le parole di Tacito nel libro xvi degli annali Ac forte quinquennale ludicrum secundo lustro celebrabatur [Tac. ann. 16, 2] comprendano solamente lo spazio dell’olimpiada, percioché parlandosi di questa medesima festa nel libro xiiii si truova scritto Nerone iiii. Cornelio Cosso. Coss. quinquen‹n›ale ludicrum Romae institutum est ad morem graeci certaminis [Tac. ann. 14, 20],14 che ciascuna olimpiada contenesse non pur cinquanta mesi, come è stato detto, ma cinque anni compiti; cionciosiacosa che tra il consolato di Nerone la quarta fiata e di Cornelio Cosso, nel tempo del quale fu ordinata cotal solennità, e quello di Silio Nerva e di Attico Vestino, nel tempo del quale si cominciò il secondo lustro di cui si fa menzione nelle parole del libro xvi di sopra citate, sieno traposte quattro altre paia di consoli secondo la testimonianza di esso Tacito. [15] Per che si vede chiaramente che ciascuno lustro di quella festa abbracciava cinque anni senza mancamento pur d’un dì, e che quelle parole, ad morem graeci certaminis, si deono verificare in altro che nel termine del tempo.
[16] E ultimamente, che il lustro fatto da Q. Fulvio Flacco e da A. Postumio Albino l’anno della città dlxxix secondo Plinio, e forse secondo la verità, convenendosi ciò col conto de’ marmi non ha molti anni trovati a Roma,15 è distante dal seguente non solamente quattro anni, ma cinque compiuti ancora, sicome apertamente dimostrano simile distanzia i marmi predetti in questo lustro e negli altri, li quali sono una delle dimostrazioni che di sopra dissi di tralasciare. [17] Percioché si fece l’anno della città dxxciiii, essendo consolo Q. Marcio Philippo la seconda fiata e Gn. Servilio Cepione. Né dalle parole di Livio che si trovano nel quarantacinquesimo libro si ritrarrà mai che si facesse essendo consolo L. Emilio Paolo la seconda volta e C. Licinio Crasso.
[18] Ma io peraventura mi sono non avedendomi disteso in troppo più parole che non si conveniva, non volendo io dar sentenzia, né dire liberamente il mio parere in questa questione, intorno alla quale attendo con ardentissimo desiderio di leggere il giudicio dello scienziato Nizzolio,16 del quale per vostra cortesia mi farete copia quanto più tosto potrete, offerendomi sempre apparecchiato a’ servigi vostri e de’ giovani consorti questionanti, a’ quali caramente mi raccomando.
[19] Di Modena, il dì III d’ottobre 1554.