[1] Al molto mag.co m. Aurelio Bellincino
S. suo hon.
A Roma
[2] Non mi pare di correggere cosa niuna, se non quella che v’offende tanto con la giunta di queste poche parole: Et peraventura nelle prime parole, salvo se il Caro non confessasse chea la chiosa fosseb postac al luogo non suo per trascutaggine, non volendo concedere etc.2 Non potrà il Caro dire che habbia taciuta l’apritura manifesta a tutti del Parnasso, et manifestata nel commento l’oscura non dicendo anchora o altro che dimostri questo,d senzae che l’apritura fatta dal Pegaso è senza serratura, ma la manifesta, cioè l’apritura secondo i poeti fatta dalle Muse, può non essere secondo la volontà loro.3
[3] Medesima‹men›te non potrà dire chef il dormitare d’Homero siag della stessa maniera del dormire del Caro cessando l’uno et l’altro dal poetare, percioché il dormitare in Homero non è cessamento dal poetare, ma poetare non in soprano modo, et ilh dormire del Caro è del tutto cessare dal poetare. [4] Appresso non vedete voi che io mi propongo di mostrare che non adduce autorità niuna che aiuti la sua canzone? Per che non sarebbe da lasciare il riprovamento di questa, anchora che non fosse gavillatione, et nelle tenzoni alcuna volta si commenda una sottigliezza falsa piùi che una verità conosciuta da tutti. [5] Io non hoj mai più letta la canzone, ma hoggi un mio amico che udito questo romore l’ha voluta leggere mi dice io saprei volentieri dal Caro come faccia che madama Margherita sia figliuola di Giove cioè del re Francesco essendo stato posto il re Enrico per da lui per Giove attribuendogli Giuno per moglie.4 Per che se vi parrà gli potrete muovere questo dubbio accioché risponda a quel mio amico.
[6] Io a questi dì ho data una sententia tra due di Brissello che questioneggiavanok tra loro dello spatio del tempo contenuto nel lustro et nell’Olimpiada, et ho riprovato il Budeo, l’Alziato et il Glareano,5 et risposto a’ luoghi addotti da loro.6 Ma il Nizzolio7 che haveva havuta notitia delle mie risposte ha scritto riprovandole. [7] Per che di nuovo scrissi quattro parole nelle quali mostrava xx suoi errori intorno a questa materia.8 Hora aspetto che mi scriva un volume grandissimo percioché è largo et agiato nel dire il fatto suo. Ma questa era disputa non da me né dal Nizolio ma dal que’ nostri an‹ti›quari romani.m [8] Et di più ho vedute molte cose mandatemi d’amicin pregantimi che faccia a quelle quello che il Caro si duoleo perché senza prieghi suoi ho fatto alla sua canzone. Laonde come io vi dicop non l’ho letta né considerata né vorrei haver ragione di considerarla percioché io l’amo, et non è piacere che non gli facessi, et per fargli piacere io la considererò anchora.
[9] M’è stato lasciato qui in su la tavola un sonetto scritto di mano del Milano et suo senza dubbio.9 Io non so se l’habbiate veduto; è secondo me scritto a madonna Lucia10 et mi piace assai, et vedete come Flora non è vanamente posto come nella canzone del Caro.11 [10] Del riprovamento del Commento12 fate quello che vi pare et forse non sarebbe male a mostrarlo anchora prima che scrivessero,q accioché facessero un gran volume, poi che sono tanto inanimati a scrivere.13
[11] Il dì […]14 di Novembre MDLIIII.
v.ro Lodovico Castelvetro
[12] M. Bonifacio Valentino fece la pace al ragazzo del conte Fulvio et al figliuolo di Gio. Battista Colomba.15 Il pesciatino del conte Fulvio fece la pace a Guido Cimicello et a Pietro Antonio Balugola.16 Il conte Fulvio viene a Roma col Cardinal di Ferrara17 ma manda la famiglia avanti. A Dio.18
2 confessasse che] non cass.
2 fosse] per corr. su fossero
2 posta] per corr. su poste
2 questo,] et usando l’apritura cass.
2 senza] agg. interl.
3 che] il d cass.
3 sia] nel m cass.
3 et il] cess cass.
4 più] agg. interl.
5 ho] agg. interl.
6 questioneggiavano] quanto e cass.
7 ma da] questo cass.
7 romani.] Laonde cass.
8 d’amici] per che cass.
8 duole] senza cass.
8 dico] io cass.
10 scrivessero,] et cass.
Il Castelvetro si riferisce alla prima delle Opposizioni critiche contro la canzone dei gigli, dove il passo in questione suona così: «Ma udite ardimento maggiore: egli mi pareva liberamente dire che l’auttore non intendeva la sua medesima canzone in molti luoghi, e peraventura nelle prime parole, salvo se il Caro non confessasse che la chiosa fosse posta al luogo non suo per trascuragine, non volendo concedere che si dovesse, o potesse sporre Venite a l’ombra de’ gran gigli d’oro per venite meco a cantar meco; ma diceva questo essere il verace sentimento: Accostatevi alla famiglia valesia, e prendendola per soggetto senza lasciar perciò la famiglia farnesia tessiam ghirlande, cioè componiamo una lode, o cantiamo una canzone che sia ripiena degli onori dell’una e dell’altra casa» (cito dalla mia edizione, in preparazione, I 6; entrambi i manoscritti superstiti delle Opposizioni critiche hanno la «giunta» documentata da questa lettera, che vale tra l’altro come sigillo di autenticità). Preso di mira, in maniera un po’ capziosa, è l’inizio del commento alla prima stanza della canzone, edito, con una problematica attribuzione al Caro, nelle Lettere di diversi eccellentissimi uomini, pp. 512-529: «Invocando dunque e proponendo nel medesimo tempo a uso d’Omero, si volge ad esse Muse dicendo: Venite a l’ombra de’ gran gigli d’oro che sono l’insegna della casa di Francia, in onor della quale v’invito a questo mio canto» (p. 512). Per tutta la questione: Garavelli, Prime scintille e Venite a l’ombra de’ gran gigli d’oro.
Nel Comento attribuito al Caro, in relazione ai vv. 12-13 della canzone dei gigli («Tu sol m’apri e dispensi / Parnaso»), si legge: «Et avvertasi in quello Aprire, che allude al Pegaso impresa del Cardinale, che aprì il fonte delle Muse» (Lettere di diversi eccellentissimi uomini, p. 515). Nella prima delle Opposizioni critiche Castelvetro osservò che secondo la maggior parte degli autori Pegaso aprì il fonte delle Muse in Elicona, non in Parnaso (la prima sarebbe dunque l’«apritura manifesta», la seconda quella «oscura»).
Castelvetro fa riferimento ai vv. 76-77 della Canzone dei gigli, riferiti a Margherita di Valois, figlia appunto di Francesco I e sorella di Enrico II («Vera Minerva, e veramente nata / di Giove stesso e del suo senno»); il quale, a dire il vero, non è esplicitamente assimilato a Giove, benché la quarta e la quinta stanza della canzone siano disseminate di allusioni che rendono evidente il paragone (lotta con Licaoni e Giganti, trionfo su Tifeo, matrimonio con Caterina de’ Medici-Giunone…).
Vedi supra, lett. l, n. 1.
Naturalmente Castelvetro allude alla lett. l.
Vedi supra, lett. l, n. 15.
Purtroppo questa lettera è al momento irreperta.
Dovrebbe trattarsi di uno dei due sonetti pubblicati da Lucia Felici (Sol quando il Tauro con l’ardenti corna o, più probabilmente, Ninpha d’Arno, reina altera, Flora), che tuttavia parrebbero scritti «in onore di Luigi Alamanni» (Valentini, Il principe fanciullo, pp. 29-30).
Lucia Dall’Oro Bertani (sulla quale vedi supra, lett. xxxii, n. 39).
Il Castelvetro si riferisce ai vv. 67-75 della canzone del Caro («E fu nostra ventura, / e providenza del superno Dio, / che ’n sì gran regno, a sì gran re t’unio; / perché del suo splendore e del tuo seme / risorgesse la speme / de la tua Flora e de l’Italia tutta: / che se mai raggio suo ver lei si stende, / benché serva e distrutta, / ancor salute e libertà n’attende»); cui aveva opposto la xiii delle osservazioni del Parere («Della tua Flora. Questo è panno tessuto a vergato. Nomina Firenze per Flora, cioè per Ninfa, e poi Italia col nome del paese. Non fece così Vergilio: Postquam nos Amarillis habet, Galatea reliquit»).
Il «riprovamento del Commento» sono appunto le quattro Opposizioni critiche (o forse, in questo caso, solo la prima di esse), che fanno seguito ai primi due scritti castelvetrini sulla canzone di gigli, il Parere e la successiva Replica. Non a torto il Caro si lamentò con Lucia Bertani che a Castelvetro «sarebbe bastato ancora far le prime opposizioni, senza pigliare per iscesa di testa a mandare ogni dì fuora un suo trattato contra le cose mie, sapendo ognuno che n’erano pubblicati da sei, o sette, avanti che da nessuno gli fosse risposto parola» (Caro, Lettere familiari, II, pp. 217).
Non si può non rimarcare lo stato di esaltazione in cui sembrava vivere in quei mesi il Castelvetro, che si sentiva in animo di sfidare il mondo intero, dall’Alciati al Budé, dal Glarean al Nizolio, e non lesinava giudizi anche severissimi.
Un piccolo buco in prossimità della piegatura ha compromesso irrimediabilmente, già in antico, la lettura della data.
L’episodio in questione è ricordato da Lancellotti, Cronaca, XII, pp. 187-188: «Al R.do preposto del Domo de Modena M. Bonifacio Valentino di età de anni 50 o circa, dui anni fa ge fu dato una granda cortelata suxo el volto da casa sua […] et a dì... del presente […] el ge fu dato de molte bachettate da uno ragazzo del conte Fulvio Rangon et dui dì fa ge stato dato uno schiafo suxo el volto a Nonantola da uno fiolo de M. Zan Batista Colombo capitano de Nonantula, e sotto sopra el Sig.r Governatore vole che dagano segurtà».
Forse il padre di quell’Alberto Balugola riformatore degli statuti cittadini nel 1547, geografo, morto nel 1579, citato in Tiraboschi, Biblioteca Modenese, I, p. 152. Il cronista Francesco Panini ricorda nel 1567 i due fratelli Pietro Antonio ed Ercole Balugola, «l’uno de quali col gran valor nell’armi, nelle quali più volte ha fatto prova, et sempre riportatone honore, non poco illustra * * * questa famiglia, et l’altro con le lettere, delle quali è più che mediocremente ornato, ancorché nell’armi non vaglia meno del fratello» (Panini, Cronica, p. 153).
Ippolito II d’Este (1509-1572), che l’8 maggio 1554 aveva rinunciato all’incarico di governatore di Siena, e si era allontanato dalla città, alla vigilia di Marciano (2 agosto 1554). Rifugiatosi a Ferrara, fu inviato come plenipotenziario di Enrico II a Roma, dove giunse il 7 dicembre (Byatt, Este, p. 371).
Tale poscritto, fisicamente separato dal paragrafo finale della lettera, precede in realtà, nell’autografo, le indicazioni cronotopiche e la sottoscrizione.