[1] Al molto mag.co m. Aurelio Bellincino S. suo oss.
A Roma
In casa dell’Ill. S. Hersilia Cortese
[2] Io ho sentito et sento il maggiore dolore che mi sentissi mai per lo passato o peraventura sentirò per l’avenire d’avenimento niuno dispiacevole, quantunque io havessi usata ogni mia diligenzia per provedere a tutti gli scandali chea io m’imaginava possibili a venire. [3] Hora comeb ho conosciuto per pruova io non me gli haveva imaginati tutti, et pure se egli si fosse attenuto al mio consiglio, il quale procedeva da amico et leale animo, non proverei io hora questo affanno. [4] Et certo in ciòc mi portai più cortesemente che io nond m’haverei maie creduto poter portarmi, perseverando questo valenthuomo2 in beffarsi di me villanamente, et volendo egli, o volessi io, o non volessi, che io fossi mezzano et ruffiano tra lui et una mia cognata. Ma non più.
[5] Se M. Bartolomeo Verrini3 m’fhabbia scritto la ’nformatione che dite io nol so, ma so bene che alle mie mani non è pervenuta. Per che lo pregherete per parte mia et vostra anchora che di nuovog la scriva, et che ve la dia et voi mandatemela per via sicura, perciò che io n’havrò bisogno, se vero è quello che mi dice il giudice nostro dell’Appellationi il quale è reggiano4, et è tornato novellamente da Reggio dove una persona reggiana, sì come racconta, gli ha affermato che in Roma il Caro ha stampato questo suo volume delle villanie contra me, anchora che non n’habbia lasciato vedere forse perché io sia il primo a vederlo, o più tosto l’ultimo, et che egli il sa così certo come sa d’essere vivo. [6] Il che io gli credo poi che sonoh due mesi che il Varco in Firenze haveva il primo foglio stampato mandatogli dal Caro, et non dimeno né voi, né m. Guasparro5 non me ne scrivete una parola et alquanto me ne maraviglio.6
[7] [Qui] s’era detto che v’eravate acconcio col Cardinale Saraceno,7 et altri il credeva [c]redendosi che egli dovesse fare la maggior parte delle facende della corte, ma io [mi] dava ad intendere che se fosse stato ciò vero me l’havreste significato. Ma perché non iscrivete dell’ufficio dato a m. Antonio Fiordibello?8 [8] Qui fu il cardinal di Trento9 et forse ve l’ho scritto un’altra volta, et m’invitò ad andare a Trento et io gli promisi a settembre vegnente, et ho animo d’attendergli la promessa se altro non sopraviene. [9] Era con lui Luca Contile10 sanese mio conoscente del quale m. Guasparro scriveva non so che. Egli dice haver detto al Caro che gli fece leggere quel suo volume un così fatto motto Spesse volte percuote, et poche ferisce. [10] Morì m. Prospero del Forno.11 Il novello signore di Sassuolo12 ha rinovate tutte le gride del signore morto et aggiuntevene delle peggiori et acquistatosi più odio infino a qui che non haveva fatto il morto in tutta la vita. [11] Camillo Forno13 disse al conte Fulvio14 che non era stato consapevole dell’assalto fatto a Brentino15 in casa di mio fratello,16 poi havendo voluto il conte far prendere Philippo Sarto a Spinlamberto,17 né essendo ciò venuto fatto, Camillo ha detto che n’era consapevole, et che per ciò non è venuto meno alla fede sua havendo Brentino detto male di lui durante la fede,18 et vuole provare ciò per testimoni, et si crede che la cosa s’acconcierà.
[12] In Modona, il dì 20 di Luglio 1555.
Probabile riferimento ad Alberico Longo, assassinato in quei giorni. L’accenno a una sua cognata (forse la moglie di Paolo, Ippolita Ferrari) sembrerebbe confermare quanto fu riferito da alcuni testimoni nel corso del processo, che cioè il viaggio di Alberico a Modena che gli sarebbe costato la vita fosse dovuto a ragioni sentimentali. Sarebbe dunque notevole, in questa lettera, l’accenno a un rilevante movente privato accanto a quello letterario, che tanta parte avrebbe invece avuto in seguito nella strategia difensiva di fronte agli addebiti dell’Inquisizione romana.
Personaggio malnoto, dovrebbe trattarsi di un «agente di origini modenesi che curava gli affari di alcuni esponenti della famiglia Pepoli a Roma», e che nel novembre del 1552 era stato designato dal magistrato dei Collegi come Oratore popolare a Roma per conto delle Arti (De Benedictis, Il governo misto, p. 222). L’informativa alla quale ci si riferisce avrebbe dovuto rispondere alle domande del Castelvetro circa le origini, la formazione, la professione del Caro avanzate al Bellincini nella lett. liii.
Si tratta dunque di Pietro Giovanni Ancarano (Vicini, I podestà di Modena, p. 205). Tiraboschi, Biblioteca Modenese, I, pp. 98-99 ne ricorda sommariamente cursus honorum e interessi letterari. Aggiungo che si era addottorato in utroque a Ferrara il 30 aprile del 1549 (Pardi, Titoli dottorali, p. 152).
Gasparo Calori (vedi supra, lett. xxii, n. 1).
La notizia non ha alcun riscontro ed è probabilmente solo frutto di chiacchiere incontrollate.
Giovanni Michele Saraceno (1498-1568), arcivescovo di Acerenza e Matera, poi vescovo di Lecce e infine di Sabina, cardinale di S. Maria in Aracoeli dal 1551, sotto il pontificato di Giulio III fu governatore di Roma, e in seguito membro dell’Inquisizione romana. Con l’ascesa al soglio pontificio di Paolo IV fu messo in disparte (Alberigo, I vescovi italiani, pp. 221-223).
Probabilmente il Castelvetro allude all’incarico di segretario ai Brevi (condiviso con Giovan Francesco Bini), ottenuto dal Fiordibello al rientro a Roma – nel marzo del 1555 – dall’Inghilterra, dove si era recato al seguito del Pole.
Cristoforo Madruzzo. Castelvetro dovette approfittare di questi colloqui per perorare la propria causa nella polemica col Caro, se questi, un paio d’anni più tardi, se ne lamentò apertamente con Lucia Bertani: «Perciocché non gli basta di mostrare ch’io non sappia (il che forse arei lasciato passare), ma non cessa di fare ogni officio con ognuno per dare a divedere che mi porti così insolitamente con lui, come egli ha fatto con me, di che mi sono avvisto ultimamente in Milano, dove ho trovato che l’illustrissimo Cardinal di Trento era stato da lui molto male edificato di me, e de la natura mia» (lettera del Caro a Lucia Bertani, Parma, i gennaio 1557, Caro, Lettere familiari, II, p. 218). Val la pena di ricordare che nel 1553 Giulio Cesare Castelvetro era stato chiamato a Trento come podestà (vedi supra, lett. xliii).
Sul Contile (Cetona [Siena] 1505-Pavia 1574): Mutini, Contile e soprattutto gli atti del seminario di Cetona del 2007 (Luca Contile). Ancora utile il vecchio Salza, Luca Contile. La visita congiunta del Madruzzo e del Contile deve aver avuto luogo nella prima quindicina del luglio 1555. Stando all’epistolario del Contile, infatti, il 30 giugno egli era a Borgosandonnino (da dove scriveva al cardinale), il 18 luglio già a Trento (Contile, Lettere, cc. 142v e 143v). Il Contile, comunque, era e restò in ottimi rapporti col Caro, come documenta un cordiale scambio epistolare del 1563 (Contile, Lettere, cc. 434v-435r).
Probabilmente si tratta del capitano modenese che fu a lungo al servizio di Cosimo I e che figura ripetutamente nel suo Carteggio universale negli anni Quaranta.
Ercole Pio, su cui vedi supra, lett. liii, n. 5.
Camillo Forni, turbolento gentiluomo modenese vicino a Fulvio Rangoni (Lancellotti, Cronaca, XI, p. 131 ce lo mostra, con Paolo Castelvetro, nella compagnia di cavalieri che giostrano la «quintana» con il conte nel carnevale del 1552; Pioppi, Diario, p. 17 lo dice anzi «vincitore» della stessa), bandito da Modena in seguito a un duello con Gherardino Molza avvenuto a Castiglione Bolognese il 16 aprile 1553. Nel 1554, al servizio dei francesi durante la guerra di Siena, cadde nelle mani delle milizie di Cosimo (Pioppi, Diario, p. 28). Rientrato a Modena, ebbe nel 1558 un nuovo screzio con il famigerato Lanfranco Fontana, che finì per sfidare a duello. Lo scontro avvenne nel mantovano, sotto l’arbitrato del duca Guglielmo Gonzaga, dopo non poche more. Entrambi i contendenti ne uscirono pressoché incolumi, ma furono banditi dal modenese per sei mesi. Molti anni più tardi il Tasso gli dedicò il dialogo Il Forno.
Fulvio Rangoni.
Personaggio non identificato.
Probabilmente Paolo Castelvetro.
Oggi Spilamberto, a una quindicina di chilometri a sud di Modena, sul Panaro. Quanto a Filippo Sarti, vedi infra, lett. lxv, n. 10.
Cioè durante il giuramento (in questo caso, probabilmente quello richiesto per la risoluzione formale del contenzioso).