[1] A m. Aurelio Bellincino
[2] Io vorrei che faceste pervenire alle mani del S.r Mariano2 queste lettere, il quale non sappiamo se sia in Roma oa nella Marca. Se non è in Roma si potranno dare in casa del cardinale3 che gli sieno mandate. [3] Io vi scrissi già sono molti dì che io aveva inteso come il Caro haveva stampati que’ suoi libri a biasimo mio né mai gli ho veduti, et poi che non m’havete data risposta né mandatigli dubito cheb mi fosse detta la bugia. [4] Vi scrissi anchora come la coscienzia mi consolava come infino a qui ha fatto nell’aversità mie, et così vi scrivo di nuovo, ma non si possono per gli huomini antivedere tutte le cose, non, con tutto che s’antivedessero, si potrebbono sempre schifare.4 [5] M. Carlo Sigonio fece stampare il Livio5 né mai ci havete scritto come sia piaciuto a Roma, et sappiate che nella patria non è stato molto lodatoc verificandosi in luid peraventura il motto del Signore niun profeta è gratioso nella patria sua.6 Egli ha fatto stampare un’altra operetta dell’ordine Delle pistole famigliari di Cicer. sotto il nome d’un m. Gerolamo Ragazzone vinitiano giovane che sta in casa sua la quale non è stata biasimata.7 [6] Qui è il conte Pallavicino8 corteato et careggiato da’ giovani quanto è possibile et specialmente da’ Molzi, et m. Philippo l’ha lodatoe in un lunghissimo suo capitolof et oscurissimo all’usanza,9 et pare che favorisca i Fornig et èh divenuto compare10 di Camillo, et pare che voglia costringere il conte Fulvio a rendergli la gratia sua levatagli, et si crede che gliele renderà.11 Ma più dirò. [7] Sono state due delle nostre honorevoli cittadine reputate belle et care le quali visitando la S. Laura Pallavicina che fu sorella della S. Argentina12 la quale è qui le dissero: – S.ra Laura, voi non potete sentire noia niunai albergando in una casa con esso voi il più bel giovane che habbia mai havuto la casa Rangoni o habbia la nostra città. Di che la S.ra si rise et disse: – Se non ischerzate io gliele farò intendere. Esse risposero che dicevano da dov[ero]. [8] State sano et scrivetemi alcuna cosa di vostro stato.j
[9] Il dì VI d’Agosto MDLV.
L.C.
«Mariano Savello nobile Romano» viene citato dal Castelvetro in un appunto sull’Elena di Euripide (Opere varie critiche, pp. 100-101); se ne loda la memoria prodigiosa e si ricorda una sua discussione con Pier Vettori a Firenze (probabilmente nell’inverno del 1551). Era dunque un frequentatore della corte di Alessandro Farnese. Nel 1556 successe al fratello Giacomo (1523-1587), cardinale, nel vescovato di Gubbio, che tenne fino alla morte (1599). Francesco Robortello gli dedica in questi anni le Tragoediae septem di Eschilo (Venezia, Gualtiero Scotto, 1552) e gli Scholia in Aeschyli tragoedias omnes (Venezia, Vincenzo Valgrisi, 1552, cc. *2r-5r ). Nel primo di questi lavori Castelvetro è ringraziato da Robortello per la collaborazione prestatagli nella collazione di alcuni codici.
Se si tratta effettivamente di Mariano Savelli, è possibile che il cardinale in questione fosse Alessandro Farnese. Più probabilmente, Castelvetro allude al fratello di Mariano, il cardinal Giacomo, che era peraltro imparentato con Alessandro, in quanto figlio di una cugina di Paolo III, il papa cui doveva la porpora cardinalizia.
Benchè alquanto enigmatico, il passaggio sembra celare un’altra rivendicazione di innocenza a proposito dell’affaire Longo.
T. Livii Historia ex emendatione, et cum scholiis Caroli Sigonii, Venetiis, ap. Manutium, 1555 (duramente impugnato dal Robortello nel De convenientia supputationis Livianae stampato due anni dopo).
Ovvio riferimento al Nemo propheta in patria (Mc 6, 4, Lc 4, 24, Mt 13, 57, Gv 4, 44).
Castelvetro allude a Ragazzoni, In epistolas Ciceronis familiares. «Il Placcio afferma, che amendue queste Opere son del Sigonio, recando l’autorità di Arrigo Ernstio, che nelle varie Osservazioni ci assicura, che il celebre Lorenzo Pignoria, vissuto per qualche tempo insieme col Sigonio in Padova, gliene avea con sua lettera dato l’avviso» (Tiraboschi, Biblioteca Modenese, V, p. 112). La notizia va accostata a questo notevole passaggio di una lettera di Paolo Manuzio al Sigonio, Bologna, 10 agosto 1555: «Il commento del nostro gentiliss. Ragazoni è riputato da molti utile fatica, d’alcun però alquanto sterile. A’ quali rispondo, che fra galant’huomini, che amano l’effetto più che l’apparenza, questo dogma è commune, di non dire di più» (Manuzio, Lettere volgari, c. 31r-v). Ma per tutta la questione rimando al mio Garavelli, «Di grammatica et di parole», pp. 942-949. Il Ragazzoni (1536 circa-1592), a quei tempi non ancora ventenne, avrebbe poi avuto una carriera di tutto rispetto a partire dal pontificato di Paolo IV: cameriere della corte papale, nel 1561 fu nominato vescovo di Nazanzio e coadiutore del vescovo di Famagosta a Cipro (e a Famagosta risiedette fino al 1570, quando l’attacco finale dei Turchi lo costrinse a riparare a Venezia). Nel 1576 fu nominato vescovo di Novara, l’anno dopo vescovo di Bergamo, e con questo titolo nel 1583 fu inviato come nunzio in Francia. I dispacci delle sue nunziature sono stati editi cinquant’anni fa da Pierre Blet (Gerolamo Ragazzoni). Un suo sonetto fu antologizzato dal Ruscelli nel Tempio di Giovanna d’Aragona, I, p. 360.
Pallavicino Rangoni, figlio di Ludovico Rangoni e di Laura Pallavicini, fratello di Giulio, nipote di Claudio e cugino in prima di Fulvio («Pallavicino, et Giulio fratelli già figlioli di Ludovico, l’uno et l’altro pronto di mano, et d’ingegno per lo valor suo così in pace, come in guerra molto stimati da Principi d’Italia, et in particolare da Ottavio duca di Parma, su lo stato del quale possiedono Roccabianca, et Zibello castelli», Panini, Cronica, p. 146).
All’oscurità di Filippo Valentini (e di Castelvetro), a quanto pare proverbiale, aveva alluso qualche anno prima (1551) Lilio Gregorio Giraldi nel suo De poetis («in poetica sunt qui acute arguteque scribant, sed oscure admodum, ut Philippus Valentinus et Ludovicus Castelvitrius, criticus potius quam poeta, cui non satis Bembus et Sadoletus aures implent, ut audio; de quo plura quae loquar non habeo, neque enim eius scripta mihi videre contigit», Giraldi, Modern Poets, p. 207).
Con ogni probabilità nel senso tecnico di “padrino di battesimo” di un figlio (di Camillo Forni, per il quale vedi supra, lett. liv, n. 12).
Per la questione della «gratia levata» (a causa dell’aggressione a Brentino), vedi la lett. precedente.
Argentina Pallavicini, vedova di Guido Rangoni e madre di Baldassarre, era morta il 28 luglio 1550 (Litta, Rangoni, tav. VI). La Laura citata è Laura Pallavicini Rangoni, madre di Pallavicino (sul quale vedi supra, lett. xxiii, n. 7).