[1] Al V.o di Modona.2
[2] Veda la S.V.R.ma che con rendere gratie, et specialmente in maniera smoderata, di picciola cosa ricevuta da coloro, che sono tenuti a farne delle grandi, quando saprannoa esserle ciò gratioso, non gli faccia men pronti, poi che per poco acquistano la benevolenza della S.V.R.ma, la quale apena con molto speravano di potere meritare. [3] Ma lasciando questo da parte, io dico, che io non so dove io m’habbia usate parole oscuranti lo ’ntelletto de’ lettori nella dichiaratione della messa3 forseb per essere avezzo a leggere libri, che sono ripieni di parole molto men chiare. [4] Ma io giudicherei, che non fosse malfatto che la S.V.R.ma la facesse leggere ad alcuno che non fosse, né del tutto idiota, né del tutto letterato, il quale notasse i vocaboli, che per oscurità gli turbassero lo ’ntelletto, et io gli muterei poi. [5] Ben posso io dirle, che vi sono due luoghi, li quali non mi sodisfanno per altro che per oscurità de’ vocaboli, l’uno de’ quali è sotto il numero 1 con le infrascritte parole: Utrunque tamen confectio et consacratio eius antecedit, quae ante omnem usum verum ecclesiae sacramentum, et vocatur, et est. Il sentimento delle quali io non comprendo chiaramente, et per ciò nol posso havere fedelmente trasportato in volgare. [6] L’altro è sotto il numero 19 con le infrascritte parole, le quali sono dottrina, oblatione et consacratione, communione, ringratiamenti. Hora io non posso dir di non intenderle, ben dico, che non si confanno col numero delle quattro parti raccontate da San Paolo poi che sono cinque.4 [7] Per che ho stimato che non si debba stampare se prima la S.V.R.ma non manda la lista de’ vocaboli offensivi notati di quella persona mezzana, et la dichiaratione del primo luogo,c et la solutione del dubbiod del secondo.
[8] Ho fatto scrivere dal vostro servitore alcune novelle venutemi da Roma, alle quali aggiungo, che da Luca5 mi viene scritto, che il dì del Corpo di Christo6 in San Martino, cioè in duomo, celebrandosi la messa grande furono citati tre de’ primi cittadini di Luca a Roma per conto di religione infra il termine di xv dì, due de’ quali senza dubbio erano i più valenti dottori di leggi, et il terzo il più valente procuratore di Luca, et si dice, che ne deono esser citati infino al numero di xx, pure de’ maggiori cittadini, li quali tre non pare, che deliberano di comparire; quantunque habbiano molta roba, et siano citati sotto pena dell’havere.7 [9] La pace de’ Fontani, et de’ Bellincini si fece, et prima di quella de’ Ronchi e de’ Molzi, la quale si fece poi. Ma non s’è fatta quella di m. Giulio Cesare Castelvetro, et di Sigismondo Bellincino,8 né tregua, né si sono dati sicurtà, né si daranno, et è tornato m. Giulio Cesare da Ferrara. [10] M. Philippo Valentino è in Ferrara. Bascio la mano alla S.V.R.ma et humilm.te me le raccomando.
[11] In Modona, il dì XXV di Giugno MDLVI.
D.V.S.R.ma
Humil.mo S.re L.C.
Sul Foscarari vedi supra, lett. xli, n. 11.
Castelvetro si riferisce alla traduzione di un’operetta latina del Foscarari sull’azione eucaristica (irreperta), versione che fu poi pubblicata da Antonio Gadaldini (Brieve dichiaratione della Messa). Per tutta la questione rimando al mio Garavelli, Gli scritti “religiosi” di Castelvetro, pp. 277-280. L’operetta (di cui esistono almeno tre copie) è stata ora ristampata da Mongini, Filologia ed eresia, pp. 251-273 sull’esemplare conservato alla Biblioteca Casanatense di Roma (Vol. Misc. 1425).
«Obsecro igitur primo omnium fieri obsecrationes, orationes, postulationes, gratiarum actiones pro omnibus hominibus» (1 Tm 2, 1). Effettivamente nella versione finale a stampa della traduzione il passo suona così: «Et si può ridurre ciò che s’usa hoggi dì nella chiesa pertenente alla messa a quattro parti come fa Dionigi, et pruova santo Agostino nella sua pistola cinquantesima nona per la prima pistola scritta a Timotheo, le quali sono Dottrina, Oblatione, o vero Consacratione, Communione et Ringratiamento, et si riconoscono di leggieri nell’ordinamento fatto dal signore nella misteriosa cena» (Brieve dichiaratione della Messa, c. 12r = Mongini, Filologia ed eresia, p. 263). Sulla questione: Garavelli, Gli scritti “religiosi” di Castelvetro, pp. 278-279.
Lucca. Vedi supra, lett. xliv, n. 4.
Sciolgo così il compendio «xpo» del manoscritto.
Sulla questione: Adorni-Braccesi, «Una città infetta», pp. 340-343. L’azione inquisitoriale, che faceva seguito alle rivelazioni e all’abiura di Rinaldino da Verona, iniziò con l’arresto di tre sospetti di bassa condizione e continuò con la citazione di nove cittadini tra i più illustri: Paolo Arnolfini, Nicolò Balbani, Girolamo e Nicolò Liena, Vincenzo Mei, Cristoforo Trenta, Guglielmo Balbani, Francesco Micheli e Guasparro Massaciuccoli. Con ogni probabilità, «il più valente procuratore» di Lucca è Nicolò Liena (che il notaio Ugolino Grifoni indicava a Cosimo I appunto come «primo avvocato» e «di […] gran credito»), che riparò a Lione e si trasferì infine a Ginevra il 19 ottobre 1556 (Adorni-Braccesi, «Una città infetta», p. 342 n. 77). I due «dottori di legge» sono verosimilmente Nicolò Balbani, già allievo del Robortello, futuro ministro della chiesa italiana a Ginevra, che in maggio, forse presentendo la citazione, si era prudentemente portato a Lione; e il giurista Guasparro Massaciuccoli, che a differenza degli altri imputati abiurò pubblicamente nel 1558 e fu pienamente riabilitato.
Per l’offesa arrecata da Sigismondo Bellincini a Giulio Cesare Castelvetro si veda supra, lett. lvii, n. 3 e il frammento di Cronaca di Modena edito in questo stesso volume, § 22. I due riconciliarono formalmente solo nell’aprile del 1557 (vedi infra, lett. lxiii).