[1] Al molto mag.co m. Gio. Maria
Barbero S. suo hon.2
A Modona
[2] Vi mando il libro di m. Domenico Veniero3 se il messo il potrà portare che sarà m. Cesare dalla Porta,4 se ci è cosa nuova la scrivo a mio fratello et al Melano.5 [3] Adunque a ragione Cales è stato ripopolato di franceschi puri, cacciati tutti gl’Inglesi a’ quali è stata fatta quella ragione et forse a buona misura che fu fatta da loro a Franceschi quando ne furo cacciati.6
[4] M. Carlo7 scrive da Vinegia a me una lunga lettera la quale contiene poco di fermo; io dico chea è piena di gentili parolette; mi dice non dimeno che il Cardinale di Ferrara l’ha tentato poiché è stato fedito8 molto più che l’habbia anchora ad andare a star con lui, et che il Moreto francesco ha rifiutatob il sestiero di Vinegia et che è andato a stare a Padova a tenere dozzina, et in corte del Cardinale s’aspetta come acconcio col cardinale.9 A dio.
[5] Il dì 27 di Genaio MDLVIII.
L.C.
Sul Barbieri: Introduzione, n. 8.
Benché l’accenno sia alquanto laconico, è forse possibile identificare questo «libro» con il Donato provenzale imprestato dal Venier a Castelvetro e Barbieri perché lo traducessero in volgare (Debenedetti, Gli studi provenzali, pp. 67-70 e 228). La versione del Barbieri, secondo un’ipotesi antica risalente forse a Tiraboschi, Biblioteca Modenese, I, pp. 165-166, raccolta da Debenedetti, Gli studi provenzali, pp. 69-70 e ripetuta da Folena, Barbieri, p. 229, sopravviverebbe nell’ambrosiano D 495 inf. (no 27; il no 36 ne sarebbe un’ulteriore copia con rimaneggiamenti linguistici), che però non è autografo, cosa che impedisce di identificarlo risolutamente con il manoscritto «di mano di suo padre» visto da Lodovico Barbieri, figlio di Giammaria, tra le carte di Gian Vincenzo Pinelli (Barbieri, La guerra d’Atila, p. xiv). Nulla azzarda il recente Pulsoni, Castelvetro e la lirica provenzale. Il ms. ambrosiano conserva, tra l’altro, il glossario provenzale di Onorato Drago e una lettera di Lodovico Barbieri a Jacopo Corbinelli, Modena, 28 luglio 1581, nella quale il mittente ricorda di avere tra le carte del padre «una traslatione di molte canzoni di buon rimatori con la historia delle loro vite in nostra lingua» (f. 183v). La lettera era comunque già nota a Tiraboschi, Biblioteca Modenese, I, pp. 163-165.
Un Cesare di Giovanni di Nicolò della Porta, sposato con una cugina in prima, Caterina Mazardi, è ricordato il 13 dicembre 1553 da Lancellotti, Cronaca, XII, p. 44. Probabilmente era un parente di Castelvetro, che era figlio di Bartolomea della Porta e nipote di Giovanni Maria della Porta († 1540).
Alessandro Melani.
La notizia della resa di Cales echeggia anche nella Cronaca Tassoni, p. 341 («Et de anno 1558 de mense Ianuarij Henricus Gallorum Rex coepit civitatem Calles munitissimam iam 200 annis a Regibus Angliae possessam, ubi erant divitiae multe omnis generis»). L’attenzione con la quale si seguivano in Italia le vicende del conflitto è documentata, se ce ne fosse bisogno, da una lettera del Caro al cardinal Alessandro Farnese, Piacenza, 24 novembre 1558 («Le sue lettere danno la pace per intorbidata, non volendo i Franzesi restituir Cales, et non si contentando gli Inglesi che si faccia senza», Ronchini, Lettere d’uomini illustri, p. 445).
Carlo Sigonio. La lettera non è altrimenti nota.
Letteralmente ‘ferito’; ma qui la metafora vuole esprimere l’insistenza del prelato e i suoi ripetuti ‘attacchi’.
Il cardinale in questione è naturalmente Ippolito II d’Este, il «Moreto francese» il celebre filologo francese Marc Antoine Muret (1526-1585), che nel 1553 era fuggito dalla Francia, dove era stato imprigionato in quanto sospetto di sodomia ed eresia. Per tutta la questione è fondamentale la lettera di Giambattista Busini al Vettori da Ferrara, 30 settembre 1559, edita da Lo Re, Politica e cultura, pp. 412-414, di cui cito uno stralcio: «Circa al Muretto francese, voi dovete sapere che il cardinale reverendissimo di Ferrara ha molti anni disiderato d’havere apresso di sé un litterato nelle lingue et, dopo havere tenuto pratica di havere Pagolo d’Aldo et un modenese detto Sigonio, gli fu proposto dal cardinale Tornone questo Moreto il quale, fuggitosi di Francia per buggerone (secondo mi fu detto), era capitato in Venezia, d’ogni bruttura ricevitrice, come dice colui [Bocc., Dec. 4, 2, 8], et per alcuni mezzi hebbe una scuola d’un sestiero di quella città e quindi, pentitosi, venne a servire questo papa futuro, se Dio vorrà».