[1] ›Al medesimo 1536.‹
[2] Ora tornando alla cosetta del Molza,2 leggendola in compagnia del medico,3 ch’è intendente delle sillabe, dissia che tre sillabe mi pareano male allogate, Denuo, che non mi ricordava aver veduto l’o breve; Modo, che l’ultimo o, quando significa tempo secondo Nonio sempre è breve; Sed feras, Fe, vorrebbe lungo, et è breve per ragion la qual troverà sempre essere in Orazio come dico. [3] Dissi poi che questo soggetto è tolto dal Sannazzaro, e che perde molto, e massimamente dove tolle le parole ancora, come ut denuo provoces astrorum memorem ac fulminis alitem, dove qui la ricordanza delle stelle sta ociosa, ma nel Sannazzaro no, che qui si parla di grandezza d’animo.4 [4] Dissi poi che il becco non si lega con lacci, ma i piedi.5 [5] Dissi poi che Adipali non era latino, se crediamo al Perotto,6 e se ben nel Brutto nell’ultime stampe d’Aldo è scritto così, Nonio chiamando quel luogo in Adipatus il chiama.7 ›ec.‹
2 dissi] disse
Come si evince dalle citazioni che seguono, Castelvetro si riferisce al componimento del Molza In Gallum bellum reparantem (inc. O te praecipitem, miser): Molza, Poesie, III, pp. 197-198.
Probabilmente Giovanni Grillenzoni, appunto medico (Mongini, Filologia ed eresia, pp. 285-287 e Dall’Olio, Grillenzoni).
La perifrasi designava naturalmente l’aquila imperiale (Hor. ep. 4, 4).
Se Castelvetro non leggeva il testo in una lezione differente, come è possibile, dovette fraintendere i versi «Cuius saucius unguibus, / vix tandem laqueis eximis indecens. / Rostrum nuper, et irritis / imples, quod decuit, questibus aethera» (Molza, Poesie, III, p. 197). Sempre che il Molza non li abbia rimaneggiati sulla scorta di queste osservazioni.
Castelvetro fa riferimento a questo passo della Cornucopia di Niccolò Perotti: «Hinc ergo dapes appellatae sunt lautae, ac magnificae epulae, et dapalis coena, (ut Marcellus testatur) quae diversis amplis dapibus constat. Ply. pavonem cibi gratia Romae primus occidit orator Hortensius. Dapali coena sacerdotij. Varro primus pavones Q. Hortensius augurali dapali coena posuisse dicitur. Haec loca corrupta passim apud hos authores erant, et pro dapali adiciali vel adialicij erat scriptum, quod emendare nuper volens insulsissimus quidam paedagogulus adipali scripsit, nimio ignorantiae adipe mente oppressa. Nam quis unquam adipalem coenam, aut adipalem cibum legit? Adipatum certe ab adipe dicimus pro pingui, et succulento, non adipalem, Cicero, adsciverunt suis artibus optimum quoddam, et tanquam adipatae dictionis genus, a dapibus dapiferi dicti, qui dapes in convivio ferunt» (Perotti, Cornucopia, coll. 290-291). I versi molziani in questione suonano «Sparges cum sola sanguine, / atroque hoc adipali icore alites / pasces» (Molza, Poesie, III, p. 198).
Infatti: «Adipatum veteres honeste pro pingui, et succulento, et optimo posuerunt. Cice. de ora. Asciverunt suis artibus optimum quoddam, et tanquam adipatae dictionis genus» (Perotti, Cornucopia, col. 1253, dal quale con tutta evidenza Castelvetro cita il De proprietate sermonum di Nonio). Il passo in questione suona nelle moderne edizioni critiche «asciverunt aptum suis auribus opimum quoddam et tamquam adipatae dictionis genus» (Cic. or. 8, 25). Il «Brutto» è appunto l’Orator ad M. Brutum di Cicerone.