[1] Al molto mag.co et Ex.te m. Alessandro Baranzono2
S. mio sempre osser.mo
Aa Viena
[2] Molto mag.co et Ecc.te m. Alessandro mio semp. hon.
Poi che hebbi presa l’acqua3 me ne venni per acqua qui in Villa dove non son punto migliorato, anzi tanto piggiorato che io non so se mi potessi star peggio, et mi pare d’haver perduta la memoria et insieme l’affettione verso quelle cose che soleva tener più care come lo studio delle lettere et delle novelle del mondo. [3] Solo mi ricorda degli amici, la imagine de’ quali nella mia infermità mi sta sempre fissa in mezzo il cuore, fra’ quali sete voi il primo del quale ho con mio gran sodisfacimento d’animo intesa la giunta costà per la lettera scritta al Cavalerino4 poi che è stata con sanità vostra et del conte signo[re] mio5 di cui per esser non molto forte dubitava assai, et di tutta la famiglia. Così nostro signor dio ne sia ringratiato sempre. [4] Hor poi che io non migliorava parve ad alcuni nostri maggiori come al vescovo6 che m. Gio. Maria mio fratello7 andasse a Roma prima che il Duca il quale perciò non haveva per varii impedimenti avanti la giunta del Duca potuto ottener cosa niuna, né dopo la giunta so che s’habbia operato non havendo ricevute sue lettere.8 [5] Io scrissi a m. Giorgio9 che si facesse dare uno o più libri a Modona da mandarvi et mi scrive d’haverne havuti due, et son di que’ di quarto percioché io non n’ho mai havuto niuno de’ piccioli né saprei dove haverne se non iscrivessi a Vinegia.10 [6] Guardate che coloro che costì in corte antepongono la mia risposta al libro del Caro non facciano alla corteggiana che è di secondare l’affettione di colui con cui si parla.
[7] Ma senza scherzo m’è fatto intendere che Benedetto Varchio ha apparecchiato un gran volume pieno di molte scienzieb, et di dottrina varia da sostenere il libro del Caro a cui non basterà questa mia debolissima et per conseguente bre[vi]ssima vita a rispondere né forse a leggerlo.
[8] Le novelle vi saranno della città nostra scrittec da que’ medesimi che a me le scrivono et perciò non le scrivo. Ma pure non tacerò questa: Camillo dal Forno, et Philippo Sarto11 et simili sono in Modona et restituiti alla patria et colui che vi scrive non vi può stare, et non solamente non può stare in Modona ma non può star sicuro in niuna parte del mondo che si domanda Christiano.12 [9] Mi piace sommamente che il conte S. nostro stia bene et che habbia dato alto et buon principio all’ambascieria sua et per lui et per lo principe nostro al qual conte piaceràvi di basciare la mano da parte mia, et voi manteneted voi et lui sani. A dio.
[10] Il dì 3 di Giugno 1560. Nella Verdeda
Tutto v.ro. Lod. Castelvetro
Il Baranzoni, nato intorno al 1530, giurista e medico, aveva avuto una carriera folgorante: «Alexandro figliolo de M. Francesco Maria Baranzono cittadino modeneso di età de anni circa 18 è stato creato questo dì nodare apostolico e imperiale da mi Thomasino Lanceloto in la residentia delli Sig.ri Conservatori […]» (Lancellotti, Cronaca, IX, p. 416, ricordo del 24 settembre 1548). Da un’annotazione a un sonetto indirizzatogli da Dionigi Atanagi probabilmente intorno al 1560 (Rime di diversi nobili poeti toscani, I, p. 229) si ricava che era in effetti «Dottor di Filosofia et di Medicina eccellente, di bello ingegno, et di raro giudicio ne le buone lettere Latine, et Toscane», e che stava per partire per Vienna; il sonetto, poi, ce lo mostra in compagnia del «Conte Fulvio» [Rangoni] e del «Patritio» (forse il filosofo Francesco Patrizi da Cherso). Dalla lettera del Castelvetro si arguisce che già a quel tempo era al servizio di Fulvio Rangoni, che l’anno dopo avrebbe seguito in Spagna («Gl’illustrissimo signore conte Fulvio […] condusse seco per suo medico et consigliero l’eccellentissimo dottore di legge et medicina il signore Alessandro Baranzoni», Pioppi, Diario, p. 36). Sposò una Carandini, Lavinia, e il 19 giugno 1577 gli nacque una figlia, Caterina (Pioppi, Diario, p. 69). Il Tiraboschi (Tiraboschi, Biblioteca Modenese, I, p. 156) ricorda alcuni suoi sonetti nei codici «estense» e «Pagliaroli».
L’acqua del guanaco, il «legno santo», utilizzato come panacea, ma allora impiegato soprattutto nella cura delle malattie veneree. Nel caso del Castelvetro, si tratterà di quell’affezione uro-genitale che ne avrebbe travagliato gli ultimi anni di vita ([Anonimo], Vita di Lodovico Castelvetro, p. 69).
Verosimilmente Francesco Cavallerino (sul quale si veda supra, lett. xxviii, n. 8).
Fulvio Rangoni.
Egidio Foscarari.
Giovanni Maria Castelvetro.
Si allude qui al viaggio a Roma che Lodovico compirà nel settembre di quell’anno insieme al fratello Giovanni Maria per sottoporsi all’esame degli inquisitori. Da una lettera di Giulio Grandi ad Alfonso II, Roma, 28 settembre 1560, sappiamo che a quella data era già nella città dei Papi: «M. Ludovico Castelvetro mi ha p(rese)ntata la l.ra che V.Ecc.a mi ha fatta scrivere in favore suo, et però non mancarò di far ogni buon uffizio per lui con ciascuno che occorrerà, et di già ho fatto qualch’opera a favor suo, et secondo che mi accennerà andarò seguitando, et di q(ua)nto ne seguirà V.Ecc.a ne sarà avvisata» (Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Est. It. 854 [α. S 1. 36], f. 187v). La lettera di raccomandazione di Alfonso cui si allude fu pubblicata da Bertoni, Intorno a tre letterati, pp. 378-379; mentre estratti del carteggio del Grandi con il duca si leggono in Sandonnini, Lodovico Castelvetro, pp. 288-295. Non è mai stato osservato – benché questa lettera sia stata edita fin dal 1873 – che tale viaggio romano fu deciso dal Castelvetro, certo dietro le pressioni del Foscarari e di Alfonso II, in concomitanza con una lunga malattia che il critico dovette ritenere mortale (quasi come, dunque, se si fosse piegato a una riconciliazione con la Chiesa in articulo mortis).
Personaggio non identificato, forse però il Giorgio Selvatico citato supra, lett. xxviii, n. 10.
Il Castelvetro allude alla Ragione di alcune cose segnate nella canzone d’Annibal Caro Venite al’ombra de gran gigli d’oro, che fu edita a Modena dal Gadaldini in 4o tra giugno e agosto 1559 e poi ristampata in 8o a Venezia per conto di Andrea Arrivabene nella prima metà dell’anno seguente (Garavelli, Appunti sull’«impronta», p. 631). Questo passaggio sembra confermare che l’edizione in 8o fu stampata a Venezia e non a Modena, come tenta invece di dimostrare Arcari, La Ragione di Castelvetro, pp. 85-86, secondo la quale, oltre alla princeps in 4o, si dovrebbero distinguere un’edizione modenese in 8o dello stesso anno e una seconda emissione dello stesso materiale tipografico con l’aggiunta di un colophon posticcio, che richiamerebbe la responsabilità dell’Arrivabene (Venezia 1560). In realtà non sembra esistere alcuna edizione in 8o del 1559, ma solo esemplari con il colophon Arrivabene 1560 e altri senza note tipografiche. La questione andrebbe però approfondita su basi bibliologiche.
Camillo Forni (su cui vedi supra, lett. liv, n. 12), e Filippo Sarti, non a caso menzionati insieme nella lett. liv come complici di un’aggressione.
Sciolgo così il compendio Xpiano dell’autografo.