Non lascia donna il negro orrido manto
più di me lieta, quando di lontano
paese torna il lungamente invano
figlio aspettato e già per morto pianto,
né chi d’Affrica fugge allegro tanto 5
entra a Dio ringraziar nel Vaticano,
quanto son io poi che ’l fier odio insano
veggio converso in amor fermo e santo.2
Però tu3 ch’hai dal ciel sì chiaro ingegno,
che ’l mondo con diletto ne ragiona, 10
caro d’Apollo, e precïoso pegno
del gran Molza, ogni Ninfa d’Eliconab
teco invita a cantar, ch’egli è ben degno
ch’onor si renda a sì gentil persona.
Probabile allusione alla “pace” fatta da Alessandro con il suo rivale. Se regge invece l’ipotesi avanzata da Roncaccia, si tratterebbe dell’astio che separava Molza dalla sua città, oppure dei dissapori avuti col figlio Camillo, abbondantemente documentati dalla corrispondenza superstite tra i due (Molza, Poesie, III, pp. 49-96).
Questo «tu» si riferisce o ad Alessandro Molza o, più probabilmente, al fratello maggiore Camillo («precïoso pegno | del gran Molza», cioè Francesco Maria). Inverosimile che chiami in causa Castelvetro, Melani o Falloppia, dal momento che ad essi il Bertari si rivolgeva con il voi, come documentano le altre corrispondenze in versi.