Auguror haud multum te, proles inclyta Thesei,2
laetatum reditu superas in luminis oras,
postquam aversatus furias, vetitosque novercae
concubitus, puer, indigna tibi morte peristi,
vi turbatorum rapida distractus equorum. 5
Gaudia nam quae te revocatum ad limina lucis
munere Phoebigenae,3 iratus quem fulmine caussa
Iuppiter ipse tua Stygias detrusit ad undas4
credibile est cepisse, tuae cum dira videres
supplicia auctoris vitae, cumque otia silvis510
transigeres Italis amisso nomine solus?
At Paulum simili, quem nobis effera equorum
omnia Thesidae similem fato abstulerat vis,
Pieridum studiis avidi de faucibus Orci
ereptum aetheriasque emissum rursus in auras 15
maxima nosque simul tenet omnes iure voluptas.
Vos, quarum semper circundant tempora lauri
Pegasides, frustra minitante murmure terret
Iuppiter, et ventis nequidquam fulminis afflat.6
Ipse autem a luce atque oculis hominum exiget aevum, 20
quam latum pater Oceanus circumstrepit orbem,
multaque notescet Pauli per saecula nomen.
Io, prole inclita di Teseo, deduco che non molto | ti sei goduto il ritorno nelle eteree plaghe della luce, | dacché moristi di una morte indegna di te, ancora ragazzo, | renitente ai furiosi, proibiti abbracci della perfida noverca, | straziato dal travolgente abbrívo di cavalli imbizzarriti. | Quali gioie, infatti, si può credere che tu abbia goduto, | benché richiamato alle soglie del giorno dal dono del figlio di Febo, idest Esculapio, | tu che Giove in persona con il suo fulmine, adirato a causa tua, | sospinse alle onde stigie, mentre assistevi allo strazio di tuo padre | e consumavi la tua vita nelle campagne italiche, solo e senza nome? | Eppure Paolo, che ci aveva strappato un crudele oltraggio | perpetrato, ohimè, da cavalli, simile al figlio di Teseo, | per un destino in tutto analogo, strappato alle fauci del vorace Orco dal culto amoroso delle Pieridi | e proiettato, all’incontro, nelle celesti sfere, | prova ora, e a ragione, la perfetta letizia, e con lui tutti noi. | Voi, le cui tempie sempre inghirlandano i lauri di Pegaso, | invano tenta di spaventare Giove col suo mormorìo minaccioso, | e inutilmente lambisce con l’alito della sua folgore. | Anzi, lui stesso finirà la sua esistenza lontano dalla luce e dagli occhi degli uomini, | per ogni dove freme il gran padre Oceàno, | e per secoli e secoli splenderà invece il nome di Paolo.
L’inclita prole di Teseo è naturalmente Ippolito, insidiato dalla matrigna Fedra e morto in un incidente a cavallo. L’emistichio finale in nominativo fa pensare a una sorta di profezia-compianto metaforicamente espressa dallo stesso Ippolito. Anche nelle Metamorfosi ovidiane, del resto, Ippolito appare in persona a Esperia, vedova di Numa, e le narra la propria storia (Ov. met. 15, 492-546).
Il Febigeno è Esculapio. Secondo una versione del mito, narrata tra l’altro da Plutarco, avrebbe riportato in vita Ippolito, che avrebbe preso il nome di Virbio.
Probabilmente Castelvetro accenna qui al mito di Fetonte, sicché è da presumere che Paolo Bellincini più che disarcionato da un cavallo fosse morto nel rovesciamento di una lettiga (guidata magari dal «rector equorum» di xi 11).
«dira supplicia» è sintagma virgiliano (Verg. aen. 6, 498).
«me divum pater fulminis afflant ventis» (Verg. aen. 2, 649).