XI

In obitum Pauli Bellincinia1

Cumb sibi praelatam Pauloc Cytherea Minervam
iudice, cui cordi seria semper erant,d
sensit, inops animi subitasquee exarsit in iras,
et secum haecf saevi mater Amoris ait:
— Ergo mota loco Paridis sententia iusti, 5
qui victam praefers Pallada, Paule, mihi?
Illa licet geratg anguicomum caputh aegide, non iam
iudice te vivo laeta futura diu est.
Non tameni auratis nati dignabere telis,j
nec tibi tam magnik funeris auctorl erit. ##10#
Quadrupedis sed calce cades, quo rectorm equorumn
a victa nobis Pallade victus abit.
Nil vobis aurae crudelius, irrita quae non
ferre cito haec rapidiso verba dedistis aquis.2

In morte di Paolo Bellincini. | Quando Venere si accorse che nel giudizio di Paolo, | che sempre aveva a cuore occupazioni serie, | la sovrastava Minerva, fuori di sé diede in escandescenze, | e, lei che è madre del crudele Cupido, così disse tra sé: | – Dunque, rovesciato il responso dell’imparziale Paride, | tu, Paolo, mi preferisci la vinta Pallade? | Regga pure ella con l’egida la testa anguicomata, | non se ne rallegrerà a lungo, giusto il tempo che ti rimane da vivere. | Tuttavia non sarai considerato degno dei dardi dorati di mio figlio | né la tua rovina avrà un responsabile di vaglia. | Cadrai, anzi, sotto gli zoccoli di un volgare quadrupede, | che sfuggirà di mano a un maniscalco cui farà difetto l’arte di Pallade, vinta da me. | Niente di più crudele di voi, o venti, che non avete subito disperso queste parole consegnandole alle correnti che tutto trascinano.