XIII

De Lucretiaa1

Moribus et forma cunctisb praelata puellis2
degebam vitae tempora laeta meae,
donec raptoremc3 thalamod pro coniuge fovie
blandis heu nimium credula captaf dolis.
Ut sensi, vocor a qua, inquam, Lucretia, haberig 5
– Ut me pulchra minus, sic quoque casta minus.
Ferrum auferte. Adeo curae cui iura pudoris4
illa potest solo fixa dolore mori.
Fixa dolore igitur moriar:h sic patria mortis
puniat auctoremi5 libera facta meae.j 10

Lucrezia. | Eccelsa per costumatezza e venustà tra tutte le mie coetanee, | vivevo la primavera della mia esistenza, | quando, ahimé troppo fiduciosa, ingannata dalle sue dolci menzogne, | accolsi nel mio tiepido letto, in luogo di marito, nient’altro che un seduttore. | Quando capii di essere considerata come colei dalla quale prendo il nome, cioè una specie di Lucrezia, dissi: | – Sì, ma lei era meno bella e anche meno casta. | Portatemi una lama! Colei per la quale sono tanto importanti le leggi del pudore | può morire trafitta dal solo dolore. | E dunque trafitta dal dolore morirò: almeno la città paterna | punisca il responsabile della mia morte e se ne liberi una volta per tutte.