Hic ubi relliquias immane gemens Hyacintus,2
condidit et carae coniugis ossa suae,
vera loqui liceat vestra mihi pass[˘]a puellae
condidit hac decorisb quicquid in urbe fuit.3
Qui dove Giacinto, gemendo da spezzare il cuore, | edificò il sepolcro che custodisce i resti e le spoglie della sua cara sposa, | edificò a me, ancora ragazza – diciamolo pure! –, | l’unica costruzione elegante che si sia mai vista in questa vostra città.
Anche questo avvio sfrutta uno stilema frequente nella poesia funebre. Bertalot, Initia Humanistica Latina, p. 107 ricorda un incipit di Leodrisio Crivelli De Nicolao Estensi, «Hic ubi functus obit Nicolaus luce supremae» (citato da un manoscritto della Biblioteca Estense Universitaria di Modena). Non so chi sia questo Giacinto, mi viene in mente solo Giacinto Barozzi, figlio di Jacopo detto il Vignola (Tiraboschi, Biblioteca modenese, I, p. 170); ma è ipotesi poco probabile, e che ci porterebbe comunque ad anni tardi, post 1564 (data in cui verosimilmente si sposò).
Il v. 3 andrà verosimilmente ritoccato. Per ragioni metriche, vestra deve essere un ablativo e può riferirsi solo a urbe, ma ne risulta un aspro iperbato. Sempre per ragioni metriche, la sillaba illeggibile deve essere breve, il che rende piuttosto complicato, almeno a me, formulare una congettura convincente. Mihi, infine, che potrebbe essere facilmente riferito alla voce narrante, cioè all’autore dell’epitafio, finisce per essere attratto dal vicino puellae, che altrimenti resta quasi irrelato; riconducendo così il componimento alla solita tipologia del “sepolcro parlante”.