VIII1

Limina dilecti vix sponsa ingressa mariti,
funus ad accensos efferar inde rogos?
Scilicet, o Hymenee, iugalia vincula nectis,
rumpat ut immiti Parca subinde manu?
Olim si quid equis sese est debere professus,
quod cava Pegaseas ungula fecit aquas,2
nunc uno Phoebi Chorus omnis pernegat ore,
cum omnes penitus deficere optat equos,
quadrupedis postquam calce factus, Paule, peristi,
secta velut languet virginis ungue rosa.3
Fluxit enim eloquium, dum vita manebat, ab ore
Bellerophonteo dulcius amne tibi.4

Appena entrata come sposa sotto il tetto dell’amato marito, | ne sarò trascinata, morta, al rogo funebre? | Oibò, Imeneo, intessi vincoli nuziali | solo perché la Parca subito li tronchi con mano crudele? | Se un tempo si dichiarò debitore alla stirpe equina | perché uno zoccolo incavato aprì il fonte di Pegaso, | ora l’intero coro di Febo ritratta a una sola voce, | desiderando che sparisca dalla faccia della terra quella razza maledetta, | dopo che, caro Paolo, peristi, scalciato da un quadrupede, | come una rosa appena sbocciata langue troncata da un’unghia. | Il paragone non sembri azzardato: finché vita ti restava, dalla tua bocca la parola fluiva | più dolce del fiume aperto dal cavallo di Bellerofonte.